Abbiamo pubblicato la testimonianza della dottoressa Maria Teresa Turrini, presente al convegno del Pirellone.

È il racconto diretto di una giornata che una parte della politica e dell’informazione ha preferito ridurre alla parola “irruzione”, lasciando sullo sfondo le persone danneggiate, le loro sofferenze e le domande rimaste senza risposta.

Anche il comunicato del PD non riferisce percosse, danneggiamenti o altri episodi di violenza fisica, parla di urla e aggressioni verbali.

L’ANSA, pur usando “irruzione” nel titolo, precisa che il confronto “non è trasceso nella violenza”.

Abbiamo inoltre i video: saranno le immagini, non le ricostruzioni interessate, a mostrare che cosa è realmente accaduto.

Resta allora una domanda: perché tanta enfasi sull’“assalto” e così poco interesse per ciò che ha provocato la protesta?

La risposta è nel rapporto ormai patologico che il Partito Democratico ha costruito con il tema dei vaccini. Da tempo non li considera più una questione medica da valutare sulla base di dati, benefici, rischi, limiti e differenze individuali, li ha trasformati in un simbolo di appartenenza.

Durante la pandemia l’adesione senza riserve alle politiche vaccinali è diventata una prova di fedeltà.

Chiunque sollevasse dubbi veniva collocato nel campo avversario, non importavano le competenze, gli studi citati o le obiezioni formulate: bastava non allinearsi per essere espulsi dal perimetro delle opinioni ammissibili.

Riconoscere oggi gli errori, i limiti delle conoscenze iniziali, le promesse smentite sulla trasmissione e l’esistenza dei danneggiati significherebbe mettere in discussione decisioni sostenute con un’aggressività politica e mediatica senza precedenti.

Più quelle posizioni sono state difese, più diventa difficile correggerle così, quando i fatti disturbano il racconto, non si discutono i fatti: si colpisce chi li porta.

È quanto avvenuto al Pirellone: un convegno nel quale medici, ricercatori, danneggiati e familiari chiedevano ascolto è stato liquidato da Pierfrancesco Majorino come uno «spettacolo orrendo». Non una confutazione, non un dato contrario, non una parola per chi soffre, soltanto disprezzo.

Questo non è un incidente di comunicazione, è il risultato di un metodo politico: appena compare la parola “vaccini”, scatta l’accusa di essere “novax” e “contro la scienza”. Si imprime un marchio sulla persona, la si espelle dal campo delle opinioni legittime e non si risponde più nel merito. Troppo semplice, troppo facile e, alla lunga, tremendamente controproducente.

Lo stesso riflesso si è visto a Codogno, quando il PD contestò il concerto di Enrico Ruggeri per le opinioni espresse dall’artista sui vaccini e sul Green Pass, non per ciò che avrebbe detto dal palco, ma per ciò che pensava. Una censura preventiva che Ruggeri definì giustamente preoccupante.

In democrazia si ascoltano anche le parole sgradite, nella scienza si confrontano ipotesi e prove. Soltanto chi teme il confronto ricorre alle etichette, alla derisione e alla censura.

Il PD dovrebbe chiedersi perché tanti cittadini non lo votano più e scelgono l’astensione, disgustati da posizioni illogiche difese persino davanti all’evidenza. Per recuperare credibilità servirebbero il coraggio e la capacità di fare autocritica, lo insegnava persino Lenin, ma questi dirigenti i classici devono averli saltati: forse si sono fermati a Topolino.

Non è la mancanza di informazioni a impedire al PD di cambiare posizione, è il rifiuto di guardare quelle che obbligherebbero a riscrivere la propria storia.

Un partito che schernisce i danneggiati anziché ascoltarli non difende la scienza, difende se stesso dalla realtà… e si condanna all’irrilevanza morale prima ancora che politica.