A distanza di pochi anni sembra quasi difficile ricordare l’intensità del dibattito che ha accompagnato l’approvazione della legge Lorenzin e, successivamente, la campagna vaccinale contro la Covid-19.
Per oltre un decennio il tema delle vaccinazioni è stato al centro dello scontro politico, mediatico e culturale del nostro Paese.
Si è discusso di obblighi, di libertà di scelta, di consenso informato, di sicurezza, di reazioni avverse, di diritto all’istruzione e di salute pubblica. Si sono organizzati convegni, manifestazioni, raccolte firme, interrogazioni parlamentari. Intere famiglie si sono divise e molti cittadini hanno vissuto un profondo senso di esclusione e di stigmatizzazione.
Oggi, invece, tutto sembra essere scomparso dal dibattito pubblico non perché siano state trovate risposte condivise alle domande che avevano animato quegli anni, ma perché semplicemente non se ne parla più.
Ed è proprio questo silenzio a meritare una riflessione.
La prima responsabilità appartiene certamente al sistema dell’informazione, durante la pandemia abbiamo assistito a un fenomeno senza precedenti nella storia recente del nostro Paese: il progressivo restringimento dello spazio del confronto democratico. In una fase iniziale, comprensibilmente dominata dall’emergenza, si è affermata l’idea che la comunicazione dovesse essere semplice, univoca, rassicurante ma ciò che poteva forse essere giustificato nei primi momenti dall’incertezza e dalla paura si è presto trasformato nell’applicazione concreta di un pensiero unico, nel quale ogni posizione critica, ogni domanda scomoda, ogni richiesta di approfondimento è stata progressivamente esclusa dal dibattito pubblico.
Non si trattava di negare l’esistenza della pandemia né di contestare aprioristicamente l’utilità delle vaccinazioni; molto spesso si trattava semplicemente di porre domande: qual era il rapporto rischio-beneficio nelle diverse fasce di età? Qual era la reale incidenza delle reazioni avverse più gravi? I vaccini erano in grado di impedire il contagio e la trasmissione del virus? Era giustificato imporre obblighi generalizzati indipendentemente dall’età, dalle condizioni cliniche e dal rischio individuale? Quali erano i limiti delle conoscenze disponibili in quel momento? Quali sarebbero state le conseguenze sociali, psicologiche ed economiche delle misure adottate?
Si trattava di interrogativi del tutto legittimi in qualsiasi contesto scientifico eppure, anziché essere discussi apertamente, venivano spesso liquidati come espressione di ignoranza, irresponsabilità o addirittura pericolosità sociale. Il dibattito si è progressivamente impoverito fino a trasformarsi in una contrapposizione tra verità ufficiali e opinioni considerate inaccettabili per definizione.
Il risultato non è stato soltanto una frattura profonda nella società, ma anche un susseguirsi di errori di valutazione, di comunicazione e di gestione che oggi appaiono evidenti persino a molti di coloro che allora li sostenevano. Eppure raramente si è assistito a un serio esercizio di autocritica da parte dei principali protagonisti politici, istituzionali e mediatici di quella stagione, al contrario, sembra prevalere la tentazione di archiviare tutto senza una reale riflessione sulle lezioni apprese.
La scienza è stata così rappresentata come un sistema compatto, privo di incertezze, di conflitti interpretativi e di limiti conoscitivi ed il dissenso escluso dal dibattito anziché confutato con argomenti e dati. La censura ha minato non soltanto la democrazia ma la stessa credibilità della scienza.
Un episodio emblematico di questo clima si è verificato circa un anno fa quando il professor Bellavite e il sottoscritto siamo stati nominati all’interno del tavolo tecnico ministeriale sulle vaccinazioni NITAG. In una società realmente pluralista una simile decisione avrebbe potuto suscitare consenso o dissenso, ma avrebbe dovuto comunque aprire una discussione nel merito delle competenze, delle idee e delle proposte. Invece la reazione di gran parte del sistema mediatico è stata caratterizzata da una straordinaria aggressività. Quotidiani, televisioni e opinionisti hanno dato vita a una campagna di delegittimazione personale che raramente si era vista in ambito sanitario. Più che discutere le argomentazioni, si è preferito colpire le persone, senza entrare nel merito delle questioni, si è cercato di impedire che quelle questioni venissero poste.
Questa reazione ha mostrato quanto il problema non fosse la validità o meno delle idee espresse, ma la semplice esistenza di voci non perfettamente allineate al pensiero dominante. È un atteggiamento che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore il pluralismo culturale e scientifico, indipendentemente dalle proprie convinzioni sui vaccini.
Anche la politica porta una parte di responsabilità. Durante gli anni della pandemia numerosi esponenti dell’attuale maggioranza hanno espresso critiche molto severe nei confronti del Green Pass, degli obblighi vaccinali e delle limitazioni imposte ai cittadini. Una volta arrivati al governo, molti si aspettavano l’apertura di una riflessione più ampia sulle politiche vaccinali adottate negli ultimi anni.
Questo, almeno finora, non è avvenuto.
È vero che il governo ha eliminato le sanzioni economiche previste per i cittadini che avevano scelto di non vaccinarsi contro la Covid-19 e che ha promosso l’istituzione della Commissione bicamerale d’inchiesta sulla gestione della pandemia tuttavia, al di là di questi segnali, non si è assistito a quel ripensamento complessivo delle politiche vaccinali che molti avevano immaginato. Gli obblighi vaccinali pediatrici introdotti nel 2017 sono rimasti immutati e il tema è progressivamente scomparso dall’agenda politica.
Tra i meriti dell’attuale governo va certamente riconosciuta l’istituzione della Commissione parlamentare bicamerale d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid-19, con il compito di analizzare criticamente decisioni, procedure e conseguenze di una stagione che ha segnato profondamente la vita di milioni di cittadini. La Commissione non ha ascoltato soltanto rappresentanti delle istituzioni, membri del Comitato Tecnico Scientifico e dirigenti sanitari, ma anche professionisti, ricercatori, associazioni e rappresentanti di quel mondo critico che per anni era stato sostanzialmente escluso dal dibattito pubblico. Anch’io ho avuto l’opportunità di essere audito due volte, così come altre realtà che durante la pandemia avevano espresso dubbi o contestazioni sulle misure adottate.
È un fatto politicamente rilevante: per la prima volta dopo anni, voci sistematicamente marginalizzate hanno trovato spazio all’interno di una sede istituzionale della Repubblica. Proprio per questo sorprende il silenzio dei grandi mezzi di informazione. Se durante la pandemia ogni dichiarazione del CTS e ogni provvedimento governativo occupavano per giorni le prime pagine dei giornali e le aperture dei telegiornali, oggi i lavori sembrano svolgersi nell’indifferenza generale.
Le audizioni trovano spazio quasi esclusivamente su testate indipendenti e canali alternativi, mentre i principali quotidiani e i grandi programmi televisivi dedicano pochissima attenzione a ciò che emerge dai lavori della Commissione. Eppure si tratta di un organismo parlamentare impegnato a ricostruire una delle vicende più importanti e controverse della storia recente del Paese. In una democrazia matura, i cittadini dovrebbero poter conoscere ciò che viene discusso, le domande che vengono poste, le testimonianze raccolte e le eventuali criticità che emergono.
Il “fronte del dissenso”
Ma sarebbe intellettualmente disonesto attribuire ogni responsabilità all’esterno: una parte non trascurabile delle ragioni di questo silenzio risiede anche all’interno di quello che viene comunemente definito il “fronte del dissenso”.
Il dibattito interno è stato troppo spesso dominato da personalismi, rivalità e leadership improvvisate. Invece di comprendere che la credibilità si costruisce nel tempo attraverso il lavoro culturale, la competenza e la capacità di fare sintesi, molti hanno preferito inseguire la visibilità personale, trasformando ogni differenza di opinione in una scissione e ogni dissenso interno nella nascita dell’ennesima associazione, dell’ennesimo movimento, dell’ennesima sigla.
Così, mentre milioni di cittadini esprimevano dubbi e criticità sulle politiche adottate durante la pandemia, il cosiddetto fronte del dissenso si frammentava in una galassia sempre più dispersa e litigiosa, incapace di riconoscere priorità comuni e di costruire una rappresentanza credibile. Ogni gruppo si è considerato depositario della verità, ogni leader ha cercato di ritagliarsi il proprio spazio mediatico, ogni nuova iniziativa si è presentata come l’alternativa definitiva a tutte quelle precedenti.
Invece di rafforzare le realtà associative già esistenti, arricchendole con nuove competenze, nuove energie e nuove elaborazioni maturate durante gli anni della pandemia, si è preferito coltivare il proprio piccolo orticello. Il risultato è stato una proliferazione di strutture deboli, spesso sovrapponibili tra loro, prive della massa critica necessaria per incidere realmente sul piano culturale e politico.
Ancora più grave è stato il fatto che molti dei nuovi protagonisti, pur intervenendo su questioni delicate e complesse come gli obblighi vaccinali pediatrici, abbiano mostrato una conoscenza superficiale della materia, ignorando decenni di studi, di battaglie associative, di elaborazioni scientifiche e giuridiche già esistenti. In alcuni casi il rigore dell’analisi è stato sostituito da slogan, semplificazioni e letture ideologiche che hanno finito per confermare gli stereotipi costruiti dagli avversari.
Si è così verificato un paradosso: proprio nel momento in cui le politiche pandemiche avevano spinto un numero senza precedenti di cittadini a interrogarsi criticamente sul rapporto tra libertà individuale e salute pubblica, il movimento che avrebbe dovuto raccogliere e organizzare questa domanda sociale si è dimostrato incapace di trasformarla in una proposta politica e culturale matura.
La verità è che non sono mancati i numeri, non sono mancate le competenze, non sono mancate le motivazioni… è mancata la capacità di mettere il bene comune davanti alle ambizioni personali ed è forse questa, più di ogni altra, la ragione per cui oggi il tema delle vaccinazioni è uscito dall’agenda politica senza che nessuno sia stato in grado di impedirlo. La conseguenza è stata la perdita di autorevolezza politica e culturale; nessun soggetto è riuscito a diventare interlocutore stabile delle istituzioni per trasformare la protesta diffusa in una proposta strutturata.
Il silenzio che oggi circonda il tema delle vaccinazioni non è soltanto il risultato di una censura mediatica o di una mancanza di volontà politica, è anche il prodotto di una debolezza culturale e organizzativa di chi avrebbe voluto rappresentare una voce alternativa.
In fondo, se i genitori vaccinano o non vaccinano i propri figli è una questione di fiducia. La fiducia non si decreta per legge, non si costruisce con le campagne pubblicitarie e non si ottiene screditando chi pone domande scomode. Se milioni di genitori decidono di vaccinare o di non vaccinare i propri figli, lo fanno sulla base del rapporto di fiducia che hanno nei confronti delle istituzioni sanitarie, della medicina, dell’informazione e dei pediatri.
La fiducia non nasce dal conformismo né dall’illusione che la verità possa essere stabilita per decreto, nasce dalla trasparenza, dalla disponibilità a discutere apertamente anche le questioni più controverse, dalla capacità di riconoscere gli errori quando vengono commessi e dal rispetto verso chi esprime dubbi legittimi.
Nessuna istituzione, nessuna agenzia regolatoria, nessun governo, nessuna maggioranza politica e nessuna comunità scientifica possiedono il monopolio della verità. La storia della medicina è una lunga successione di convinzioni ritenute indiscutibili e successivamente corrette, ridimensionate o abbandonate.
Se davvero si vuole ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini, istituzioni e medicina, non si può continuare a ignorare il tema dei conflitti di interesse: per anni si è ripetuto che i genitori dovevano “fidarsi della scienza”, ma la fiducia si conquista attraverso la trasparenza. Per questo appare quantomeno discutibile che una parte della retribuzione dei pediatri possa essere legata al raggiungimento di determinati obiettivi vaccinali. Non è una questione di onestà personale dei singoli professionisti, che nella grande maggioranza dei casi agiscono secondo scienza e coscienza, è una questione di credibilità del sistema. Se una scelta sanitaria viene presentata come frutto esclusivo di una valutazione scientifica e clinica, perché collegarla a un incentivo economico? Se il consiglio del medico è davvero libero e indipendente, perché introdurre meccanismi premiali che rischiano di alimentare dubbi e sospetti?
In qualsiasi altro ambito della medicina un simile sistema verrebbe guardato con estrema cautela, invece quando si parla di vaccini, ciò che altrove verrebbe considerato un potenziale conflitto di interessi diventa improvvisamente irrilevante, o peggio ancora un argomento proibito.
Eppure, sarebbe un errore concludere che tutto sia perduto.
La storia insegna che le idee non scompaiono perché vengono ignorate, al contrario, spesso maturano proprio durante i periodi di apparente silenzio. Le domande che milioni di cittadini si sono posti negli ultimi anni non sono evaporate, sono ancora presenti nelle famiglie, negli ambulatori, nelle scuole, nelle conversazioni private. Continuano a riguardare il rapporto tra libertà e salute pubblica, il consenso informato, la trasparenza dei dati, la valutazione dei rischi e dei benefici, il diritto di ogni persona a partecipare consapevolmente alle decisioni che riguardano il proprio corpo e quello dei propri figli.
Se si vuole riportare il tema delle vaccinazioni nell’agenda politica, probabilmente occorre abbandonare molte delle strategie che si sono rivelate fallimentari negli ultimi anni: non servono nuovi profeti, nuovi leader carismatici o nuove sigle destinate ad aggiungersi alle tante, troppe già esistenti. Non serve nemmeno continuare a parlare soltanto a chi è già convinto.
Serve invece un lavoro culturale paziente, rigoroso e credibile.
Serve costruire luoghi di confronto in cui il dissenso non sia sinonimo di estremismo e il consenso non sia sinonimo di obbedienza.
Serve promuovere studi indipendenti, pretendere trasparenza dalle istituzioni, valorizzare il dibattito scientifico autentico e riportare al centro il principio del consenso informato, che rappresenta una delle più importanti conquiste della medicina moderna.
Ma soprattutto serve una sintesi: nessuna battaglia culturale può diventare forza politica e cambiamento sociale se rimane prigioniera di personalismi, rivalità e frammentazioni. Le differenze sono una ricchezza; la dispersione è una debolezza. Ciò che è mancato finora è la capacità di riconoscere obiettivi comuni e di costruire una voce autorevole, capace di dialogare con le istituzioni e con l’opinione pubblica senza perdere la propria indipendenza. È da qui, prima ancora che dalla politica o dai media, che dovrebbe ripartire ogni riflessione sul futuro di questo dibattito.

