Non nutro alcuna particolare simpatia politica per Donald Trump e non penso che la valutazione di una scelta sanitaria debba dipendere dal giudizio complessivo sulla persona che la propone.

Proprio per questo considero con interesse la decisione dell’amministrazione americana di sottoporre a una revisione profonda il programma vaccinale pediatrico, confrontandolo con quelli adottati in altri Paesi sviluppati e riesaminando questioni che negli ultimi anni sembravano difficilmente discutibili:

  • il numero complessivo delle vaccinazioni raccomandate,
  • la loro distribuzione nel tempo,
  • le differenze tra i calendari dei diversi Paesi,
  • le indicazioni rivolte indistintamente a tutti i bambini rispetto a quelle riservate alle categorie a rischio,
  • il rapporto fra raccomandazione, decisione condivisa e obbligo.

La revisione avviata negli Stati Uniti non risponde automaticamente a tutte le domande che considero ancora aperte e, nelle sue formulazioni ufficiali, non affronta specificamente la questione dei vaccini combinati e della disponibilità dei monovalenti.

Proprio il fatto che un calendario vaccinale venga nuovamente confrontato con quelli degli altri Paesi, tuttavia, dovrebbe rendere legittimo interrogarsi anche sulle modalità attraverso cui quelle vaccinazioni vengono concretamente somministrate.

Considero particolarmente importante tornare a discutere le vaccinazioni combinate e la possibilità di rendere disponibili preparati singoli.

Su questo tema la mia posizione è da molti anni critica: ritengo che la somministrazione combinata o contemporanea di più antigeni non possa essere considerata priva di questioni meritevoli di approfondimento semplicemente perché è entrata stabilmente nella pratica vaccinale e perché i prodotti utilizzati hanno superato le procedure regolatorie previste.

Quando interveniamo sul sistema immunitario di un bambino sano attraverso diversi stimoli antigenici nello stesso momento, accompagnati dagli altri componenti presenti nelle formulazioni, la valutazione non dovrebbe limitarsi alla sicurezza di ciascun prodotto considerato isolatamente, ma dovrebbe comprendere, per quanto possibile, anche gli effetti dell’associazione, della contemporaneità, della sequenza delle dosi e dell’esposizione complessiva prevista dal calendario.

Ritengo che le conoscenze disponibili non giustifichino la sicurezza categorica con cui troppo spesso questa discussione viene liquidata. Una cosa è affermare che i vaccini combinati autorizzati siano stati sottoposti agli studi richiesti dalle autorità regolatorie; altra cosa è sostenere che siano state esplorate in maniera esauriente tutte le possibili conseguenze delle differenti combinazioni e sequenze previste durante l’infanzia e che non esista più alcuna ragione scientifica per confrontare strategie diverse. Sono affermazioni molto differenti e confonderle non aiuta né la medicina né la fiducia dei cittadini.

Proprio perché considero plausibile che la combinazione e la somministrazione contemporanea possano comportare effetti che meritano una valutazione più approfondita, ritengo necessario applicare con maggiore serietà il principio di precauzione, rendere disponibili preparati monovalenti quando tecnicamente possibile e realizzare studi comparativi capaci di verificare non soltanto singoli vaccini e singoli eventi avversi, ma differenti modalità di costruzione dell’intero percorso vaccinale.

Se una strategia più dilazionata o maggiormente individualizzata producesse gli stessi benefici con un profilo di tollerabilità migliore, avremmo il dovere di saperlo; se studi adeguati dimostrassero invece che non esiste alcun vantaggio, avremmo comunque ottenuto una risposta fondata su un confronto che oggi considero insufficiente.

La richiesta di approfondire questi aspetti viene ancora troppo facilmente descritta come espressione di ostilità nei confronti delle vaccinazioni, quasi che esistessero soltanto due possibilità: accettare l’intero impianto vigente oppure rifiutare in blocco la prevenzione vaccinale. È una semplificazione che ha avvelenato il dibattito italiano e che ha consentito di evitare molte discussioni entrando raramente nel loro merito.

Un calendario vaccinale non è un oggetto immutabile.

Nasce dall’incontro tra epidemiologia, immunologia, caratteristiche dei prodotti disponibili, organizzazione sanitaria, valutazioni del rapporto tra benefici e rischi e decisioni di politica sanitaria. Tutti questi elementi cambiano nel tempo e sarebbe singolare pretendere che soltanto le strategie costruite sulla loro base debbano sottrarsi a un riesame complessivo.

Il NITAG e il confronto che non c’è stato

L’Italia disponeva di un organismo che avrebbe potuto affrontare con competenza istituzionale proprio una parte di queste questioni: il NITAG, il gruppo tecnico consultivo nazionale sulle vaccinazioni.

Nell’agosto 2025 il Ministero della Salute ne rinnovò la composizione e tra i componenti nominati figuravamo io e il professor Paolo Bellavite. Le nostre nomine furono immediatamente investite da una polemica politica e mediatica di straordinaria intensità, alimentata principalmente dalle posizioni critiche che entrambi avevamo espresso negli anni su alcuni aspetti delle politiche vaccinali. Il nuovo gruppo non ebbe neppure il tempo di essere giudicato per il lavoro che avrebbe prodotto: nominato il 5 agosto, venne revocato nella sua interezza il 16 agosto.

A distanza di un anno quella vicenda merita di essere riletta senza la concitazione che l’accompagnò.

Nessuno avrebbe dovuto essere obbligato a condividere le mie posizioni o quelle di Bellavite e nessuno avrebbe dovuto rinunciare a contestarle, anche duramente. Sarebbe stato però interessante farlo nella sede deputata al confronto scientifico, analizzando studi, dati epidemiologici, sistemi di farmacovigilanza, calendari degli altri Paesi e differenti valutazioni del rapporto fra benefici e rischi.

La presenza in un organismo consultivo di due membri con opinioni differenti dalla maggioranza non dovrebbe costituire un’anomalia da correggere, perché un comitato scientifico acquista autorevolezza dalla qualità del confronto che riesce a produrre, non dall’uniformità preventiva delle opinioni dei suoi componenti.

Se alcune nostre tesi fossero risultate infondate, sarebbe stato possibile dimostrarlo attraverso la letteratura scientifica; se alcune avessero invece sollevato questioni meritevoli di approfondimento, sarebbe stato interesse di tutti esaminarle.

La revoca del NITAG ha lasciato invece una sensazione molto diversa: quella di un sistema capace di tollerare il dissenso finché rimane fuori dai luoghi nei quali vengono elaborate le decisioni, ma assai meno disponibile ad accettarlo quando entra in una sede istituzionale e chiede di confrontarsi con le posizioni dominanti sullo stesso terreno dei dati e delle pubblicazioni.

Il confronto con gli Stati Uniti assume oggi, per questo, un significato particolare. Non perché l’amministrazione americana abbia necessariamente ragione nelle conclusioni alle quali arriverà, che dovranno essere valutate una per una, e neppure perché il percorso sia concluso: la revisione del calendario approvata dal CDC all’inizio del 2026 è stata successivamente sospesa da un provvedimento giudiziario. Rimane però politicamente e scientificamente significativo che il calendario vaccinale sia stato sottoposto a un confronto sistematico con quelli di altri Paesi sviluppati e che siano state nuovamente discusse scelte considerate fino a poco tempo fa consolidate.

L’antitetanica e la contraddizione italiana

La recente vicenda del vaccino antitetanico monovalente mostra quanto queste questioni abbiano conseguenze molto concrete. In Italia la vaccinazione contro il tetano continua a essere obbligatoria per diverse categorie professionali sulla base di una normativa che risale agli anni Sessanta e alle successive estensioni.

L’azienda produttrice dell’unico vaccino antitetanico monovalente autorizzato in Italia, Imovax Tetano, ha comunicato la cessazione definitiva della commercializzazione nel canale delle farmacie dal 31 maggio 2026 e nel canale ospedaliero dal 31 dicembre 2026. La vicenda è arrivata anche in Parlamento, dove è stato chiesto al Ministero della Salute come intenda garantire in futuro la disponibilità di un preparato monovalente.

Questo significa che una persona che abbia necessità di effettuare esclusivamente la vaccinazione antitetanica rischia progressivamente di trovarsi indirizzata verso una formulazione combinata contenente anche altri antigeni. Ne avevamo già parlato su AsSIS nell’articolo dedicato ai lavoratori soggetti all’obbligo di vaccinazione antitetanica.

Trovo questa situazione difficilmente conciliabile con una concezione moderna e rispettosa dell’atto medico. Quando è lo Stato a imporre una determinata vaccinazione come condizione collegata allo svolgimento di alcune attività lavorative, dovrebbe almeno garantire che il cittadino possa ricevere specificamente la vaccinazione richiesta dalla legge, senza che la disponibilità commerciale finisca per determinare l’esposizione anche ad antigeni differenti.

La questione assume un rilievo ancora maggiore per chi, come me, ritiene che le formulazioni combinate e la somministrazione simultanea di più antigeni meritino maggiore prudenza e una valutazione scientifica più approfondita. Non considero ragionevole che la possibilità di scegliere un vaccino monovalente possa progressivamente scomparire semplicemente perché un produttore decide di non distribuirlo più nel nostro Paese, mentre rimane in vigore una norma che impone proprio quella vaccinazione a determinate categorie di cittadini.

Colpisce anche la limitata attenzione politica suscitata dalla vicenda, nonostante siano state presentate interrogazioni parlamentari. Negli ultimi anni abbiamo ascoltato ripetutamente richiami alla responsabilità individuale, al rispetto degli obblighi e alla necessità di mantenere elevate le coperture vaccinali. Ci si sarebbe quindi aspettati una reazione altrettanto energica quando è venuta meno, almeno nel canale delle farmacie, la disponibilità del prodotto che permette di adempiere in maniera specifica a uno di quegli obblighi.

La responsabilità sembra procedere prevalentemente in una direzione: viene richiesta al cittadino con grande fermezza, mentre appare assai più sfumata quando dovrebbe tradursi nel dovere delle istituzioni di garantire scelta, proporzionalità e disponibilità dei prodotti necessari.

Una revisione italiana sarebbe ormai necessaria

Un nuovo organismo tecnico indipendente dovrebbe poter riesaminare senza pregiudizi l’intera strategia vaccinale italiana, confrontandola sistematicamente con quelle adottate negli altri Paesi europei. Non avrebbe senso partire dall’obiettivo di ridurre il numero delle vaccinazioni, così come non avrebbe senso partire dall’obiettivo opposto di dimostrare che ogni scelta attuale debba essere conservata. Sarebbe molto più utile ricostruire, vaccinazione per vaccinazione, le ragioni epidemiologiche delle differenti strategie, verificare la qualità delle prove disponibili e identificare le aree nelle quali permangono incertezze.

Una simile revisione dovrebbe comprendere anche ciò che finora è rimasto ai margini:

  • il confronto fra somministrazioni separate e contemporanee,
  • la disponibilità dei monovalenti,
  • gli effetti delle diverse sequenze,
  • l’esposizione cumulativa agli adiuvanti,
  • l’appropriatezza delle vaccinazioni nelle differenti fasce di rischio e
  • l’attualità degli obblighi ancora presenti nella legislazione italiana.

Su quest’ultimo aspetto sarebbe opportuno liberarsi da un equivoco che ha condizionato pesantemente gli ultimi anni. Mettere in discussione un obbligo non significa necessariamente mettere in discussione il vaccino al quale quell’obbligo si riferisce. Una vaccinazione può essere utile e raccomandabile senza che da questo discenda automaticamente la necessità di imporla per legge. La medicina conosce innumerevoli interventi efficaci che vengono proposti al paziente attraverso l’informazione e il consenso senza trasformarli per questo in trattamenti obbligatori.

L’amministrazione americana ha scelto di sottoporre a revisione aspetti importanti delle proprie politiche vaccinali, confrontando il proprio calendario pediatrico con quello di altri Paesi sviluppati e introducendo nella discussione una maggiore distinzione fra raccomandazioni universali, categorie a rischio e decisione clinica condivisa. Il percorso è tutt’altro che concluso e una parte delle decisioni adottate è oggi sospesa in sede giudiziaria.

Non so quali saranno le conclusioni definitive e non considero la provenienza politica dell’iniziativa una garanzia della sua correttezza scientifica. Considero però salutare che questioni così importanti possano tornare a essere oggetto di ricerca e discussione invece di essere protette dall’idea che ogni dubbio sia già stato definitivamente risolto.

Mi auguro che qualcosa di simile possa accadere anche in Italia, attraverso un organismo realmente indipendente nel quale non venga chiesto ai componenti di dimostrare preventivamente la propria adesione alle politiche esistenti, ma la capacità di argomentare le proprie posizioni e di sottoporle alla verifica degli altri.

Vorrei che si potesse discutere seriamente anche della sicurezza delle vaccinazioni combinate, senza partire dall’assunto che la domanda stessa sia illegittima; vorrei che tornassero disponibili i vaccini monovalenti quando esiste una ragione clinica o una richiesta informata per utilizzarli; vorrei che gli obblighi fossero periodicamente rivalutati e che il confronto con gli altri Paesi non servisse soltanto quando conferma le nostre decisioni.

Non considero tutto questo una battaglia contro le vaccinazioni. Lo considero il tentativo di riportare le vaccinazioni dentro quella cultura del dubbio, della verifica e della prudenza che dovrebbe appartenere a ogni atto della medicina. Quanto più un intervento viene proposto a milioni di persone sane e quanto più riguarda bambini che non possono decidere autonomamente, tanto maggiore dovrebbe essere la disponibilità delle istituzioni ad approfondire le incertezze anziché minimizzarle.

Se le politiche attuali poggiano su fondamenta tanto solide quanto viene affermato, un riesame indipendente non potrà che confermarle e rafforzarne la credibilità. Se invece alcune scelte potranno essere migliorate, se determinate associazioni potranno essere evitate, se sarà possibile personalizzare maggiormente le somministrazioni o sostituire alcuni obblighi con decisioni consapevoli e informate, avremo compiuto un progresso.

Ma il progresso, evidentemente, fa ancora paura.