L’articolo che segue è una traduzione e un adattamento del post del dottor Vinay Prasad, originariamente apparso sulla sua newsletter Substack il 25 maggio 2026.

C’è un vecchio e saggio aforisma che circola tra i corridoi degli ospedali: «Mostrami una persona sana e ti mostrerò qualcuno che non ha ancora fatto abbastanza esami».

Oggi, nel 2026, immersi in un mondo dominato da screening Total Body, ricerche del DNA circolante (ctDNA) e sequenziamenti genomici, una domanda sorge spontanea: le persone sane esistono ancora o sono diventate una specie in via di estinzione?

Questo interrogativo è tornato a farmi riflettere di recente, assistendo a un dibattito tra specialisti sulla necessità o meno di trattare il cosiddetto mieloma smoldering (o asintomatico).

Già il termine “smoldering” – che letteralmente evoca qualcosa che cova sotto la cenere – ha un’eco minacciosa, è la classica diagnosi che nessuno vorrebbe leggere sul proprio referto… ma cosa significa, concretamente, per la vita di un essere umano?

Dal punto di vista clinico, il paziente sta benissimo, ha qualche acciacco e ogni tanto si sente stanco, ma niente che superi la norma biologica di un qualsiasi individuo; il suo Indice di Massa Corporea è perfetto, ha un ottimo aspetto, le sue ossa sono intatte, l’emocromo è rassicurante, la funzionalità renale è impeccabile e la calcemia è da manuale.

Tuttavia, gli esami di laboratorio mostrano un’ alterazione del protidogramma e se eseguiamo una biopsia potremo scoprire una percentuale di plasmacellule superiore alla media.

Questo paziente ha una probabilità statistica più alta rispetto alla popolazione generale di sviluppare, un giorno, un tumore conclamato ma questa probabilità non è affatto una certezza. I modelli predittivi di cui disponiamo tendono a sovrastimare sistematicamente il rischio (un fenomeno noto in statistica come effetto Will Rogers). La realtà clinica ci mostra che molte di queste persone non svilupperanno mai il cancro, nemmeno dopo decenni di controlli, finché un giorno moriranno… ma di tutt’altro.

In breve: siamo di fronte a una persona sana o a un malato grave?

L’illusione della prevenzione e i conflitti di interesse

Nel Vangelo si legge: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati». Nel mercato della sanità contemporanea, invece, esistono colossali incentivi finanziari per spingere questo signore, che si sente in perfetta forma, nel limbo dei malati. È etico prescrivergli un farmaco da 10 o 20 mila dollari al mese? I medici dovrebbero farlo?

Se il paziente ci domandasse: «Dottore, ma assumendo questo farmaco vivrò più a lungo?», la risposta onesta sarebbe drammaticamente incerta: i dati sulla sopravvivenza globale sono ancora preliminari e instabili.

Se poi chiedesse: «Mi sentirò meglio e più a lungo?», la risposta sarebbe persino peggiore. Purtroppo, i trial clinici non sono stati progettati per misurare la qualità della vita percepita dal paziente, ma solo per monitorare biomarcatori e parametri ematici.

Come giustamente fa notare il mio collega John Mandrola: «Il tempo investito a fare il paziente è tempo sottratto a vivere una vita normale» eppure, le logiche commerciali sembrano dimenticarlo.

Questo fenomeno non risparmia nessuna branca della medicina: ogni settimana mi capita di confrontarmi con persone “sane” a cui è stato comunicato che i loro livelli di testosterone, di vitamina D o di qualche altro parametro sono “bassi” ma cosa significa davvero quel “basso”? Significa semplicemente che quel valore si colloca al di fuori dell’intervallo di confidenza al 95% standardizzato dal laboratorio (il che implica che il 5% della popolazione sana e normale si troverà comunque fuori da quel range)? Significa che esistono studi clinici randomizzati che dimostrano un reale beneficio terapeutico nell’assumere un integratore? O significa soltanto che abbiamo trovato un nuovo mercato?

Il cambio di paradigma: come siamo arrivati a questo punto?

Quando visito un paziente, cerco sempre di ricostruire la storia dell’esordio della malattia. Un tempo l’anamnesi iniziava così:

  • «Dottore, perdo peso e ho una tosse insistente da mesi…»
  • «Sento un dolore sordo all’anca che continua a peggiorare…»

Oggi, con frequenza calcolabile e preoccupante, il copione è radicalmente cambiato:

  • «Il medico mi ha programmato la mammografia di routine…»
  • «Ho fatto i classici esami del sangue aziendali e mi hanno detto di fare approfondimenti…»
  • «Il mio smartwatch mi ha segnalato un’anomalia e mi ha detto di andare dal medico…»

La medicina ha un preciso mandato deontologico e professionale: garantire che i servizi offerti, bilancia alla mano, arrechino più benefici che danni. Dobbiamo sviluppare gli anticorpi per resistere alla tentazione commerciale di trasformare ogni cittadino sano in un cliente pagante.

Nei miei vent’anni di carriera ho visto la professione medica cedere progressivamente a queste pressioni. Non siamo lontani da un distopico traguardo: il giorno in cui vedremo camminare sulla Terra l’ultima persona biologicamente sana; tutti gli altri saranno catalogati attraverso una costellazione di “pre-condizioni”, fattori di rischio o biomarcatori alterati.

La domanda finale, quella che nessuno osa porre, rimane aperta: tutta questa precoce e pervasiva medicalizzazione ci permetterà davvero di vivere vite più lunghe e felici? È un quesito a cui la ricerca scientifica attuale non ha la forza statistica di rispondere, e che la nostra comunità medica, purtroppo, sembra non avere più la forza politica e culturale di formulare.