Ho letto un interessante articolo di Vinay Prasad dedicato agli studi che negli ultimi mesi hanno conquistato le prime pagine di giornali e riviste scientifiche perché suggeriscono che la vaccinazione contro l’Herpes Zoster potrebbe ridurre il rischio di demenza. Una possibilità che, se confermata, avrebbe conseguenze enormi, perché stiamo parlando di una delle malattie più devastanti dell’età avanzata e, al tempo stesso, di uno dei più grandi fallimenti della medicina moderna.
La demenza, infatti, non è una patologia sulla quale si siano registrati progressi paragonabili a quelli ottenuti in altri campi. Nonostante decenni di ricerca e investimenti giganteschi, continuiamo a conoscere solo in parte i meccanismi biologici che la determinano e continuiamo a disporre di trattamenti che, nella migliore delle ipotesi, offrono benefici modesti e spesso controversi.
Nessuno è riuscito a cambiare radicalmente la storia naturale della malattia, nessuno è riuscito a mostrare effetti tali da far pensare di aver trovato la chiave per arrestarne o invertirne il decorso.
Per questo motivo vale la pena soffermarsi su un dettaglio che, nella maggior parte degli articoli apparsi sulla stampa, viene appena sfiorato: non è tanto l’ipotesi a essere sorprendente, è la velocità con cui l’effetto sembrerebbe manifestarsi.
Se qualcuno sostenesse che la prevenzione dell’Herpes Zoster possa ridurre il rischio di declino cognitivo dopo dieci anni, la discussione sarebbe una. Se invece ci viene detto che le differenze tra vaccinati e non vaccinati iniziano a emergere dopo pochi mesi, la discussione cambia completamente perché la demenza è una malattia che si sviluppa lentamente, spesso nel corso di decenni: quando una persona inizia a manifestare i sintomi più evidenti, il processo patologico è già in atto da moltissimo tempo. È dunque inevitabile chiedersi come sia possibile che un intervento nato per prevenire una malattia infettiva possa produrre effetti misurabili su una patologia neurodegenerativa in tempi così rapidi.
Naturalmente non sto dicendo che sia impossibile: nella scienza quasi nulla è impossibile, ma esiste una differenza sostanziale tra ciò che è possibile e ciò che è probabile e la probabilità di un’affermazione dipende anche da quanto essa sia compatibile con le conoscenze biologiche già disponibili.
Per chiarire il concetto, immaginiamo che domani venga pubblicato uno studio secondo cui i bambini che assumono vitamina D sviluppano il 40% in meno di diagnosi di autismo già dopo un anno. È probabile che molti saluterebbero il risultato come una scoperta rivoluzionaria eppure uno scienziato serio non partirebbe dall’entusiasmo, si chiederebbe anzitutto se la rapidità dell’effetto osservato sia coerente con ciò che sappiamo dello sviluppo neurologico e dei disturbi del neurosviluppo. In altre parole, si domanderebbe se stiamo osservando un effetto reale oppure se siamo di fronte a uno dei tanti inganni che gli studi osservazionali possono produrre.
Perché gli studi osservazionali hanno un limite inevitabile: osservano ciò che accade nel mondo reale, ma non possono garantire che i gruppi confrontati siano davvero comparabili. Le persone che si vaccinano non sono uguali a quelle che non si vaccinano: possono avere abitudini diverse, un diverso rapporto con il sistema sanitario, una diversa attenzione alla prevenzione e un diverso accesso alle cure. Inoltre, chi frequenta più spesso medici e ospedali riceve più facilmente diagnosi, viene monitorato con maggiore attenzione e finisce inevitabilmente per produrre una documentazione clinica diversa da chi entra raramente in contatto con il sistema sanitario.
A tutto questo si aggiunge un altro problema raramente discusso: le diagnosi non sono entità immutabili. I criteri cambiano nel tempo, cambia la sensibilità dei clinici, cambiano le modalità di registrazione nelle cartelle elettroniche e cambiano perfino gli incentivi che influenzano il modo in cui le informazioni vengono codificate. Pensare che una diagnosi di demenza registrata oggi abbia esattamente lo stesso significato operativo di una registrata anni fa significa ignorare come funziona realmente la medicina contemporanea.
È per questo che, quando un risultato appare straordinario, il compito dello scienziato non è quello di innamorarsene, ma di cercare tutte le spiegazioni alternative che potrebbero averlo generato. Se un vaccino contro l’Herpes Zoster fosse davvero in grado di ridurre rapidamente il rischio di demenza, saremmo di fronte a una delle più importanti scoperte neurologiche degli ultimi cinquant’anni, una scoperta che meriterebbe di essere celebrata, ma proprio perché sarebbe una scoperta straordinaria, richiederebbe prove straordinarie.
Quello che invece osservo con crescente preoccupazione è la tendenza dei media a trasformare immediatamente un’associazione statistica in una verità acquisita. Il passaggio dall’ipotesi alla certezza sembra ormai diventato automatico eppure la storia della medicina insegna esattamente il contrario: le associazioni osservate sono spesso il punto di partenza di una ricerca, non il suo punto di arrivo.
Forse il vaccino contro l’Herpes Zoster riduce davvero il rischio di demenza, sarebbe una notizia eccellente, ma prima di parlare di rivoluzione neurologica sarebbe opportuno fare ciò che la scienza ha sempre fatto quando si trova davanti a risultati apparentemente straordinari: verificare, dubitare, controllare e mettere alla prova l’ipotesi con strumenti capaci di distinguere ciò che è reale da ciò che semplicemente ci piacerebbe fosse vero.

