Dal tonno rosso ai vaccini, la lunga storia di un metallo tossico che l’uomo non ha ancora imparato a fermare

Per secoli l’uomo ha considerato il pesce il simbolo stesso della salute. Fonte di proteine nobili, di omega-3, di iodio e di microelementi essenziali, ma oggi quel mare che un tempo nutriva, avvelena.
Non è una metafora: nelle acque europee – soprattutto nel Mediterraneo – il mercurio continua a rappresentare una minaccia reale per la salute umana.

Una revisione sistematica appena pubblicata su Foods da un gruppo di ricercatori italiani, in gran parte membri del Comitato Nazionale per la Sicurezza Alimentare, ha raccolto i dati di 74 studi condotti tra il 2000 e il 2024. Il risultato è chiaro: nonostante un lento miglioramento, alcune specie di pesce superano ancora abbondantemente i limiti di legge. Tonno rosso e pesce spada in particolare presentano concentrazioni fino a tre volte superiori alla soglia consentita.

Un veleno persistente

Il mercurio è un metallo pesante, un tempo usato in medicina, in termometri, batterie, miniere, lampade, persino nei vaccini ma la sua forma organica, il metilmercurio, è una delle sostanze più tossiche conosciute.
Si forma nei sedimenti marini e lacustri grazie all’azione dei batteri, entra nella catena alimentare e si accumula nei tessuti dei pesci predatori, che a loro volta vengono consumati dall’uomo.

Quando ingerito, il metilmercurio attraversa la barriera ematoencefalica e la placenta, raggiungendo il cervello e il sistema nervoso del feto; lì interferisce con lo sviluppo neuronale, altera la comunicazione sinaptica, danneggia la memoria, la coordinazione, il linguaggio.

Le donne in gravidanza e i bambini piccoli sono i soggetti più vulnerabili: bastano dosi minime per provocare danni permanenti allo sviluppo neurologico.

Minamata: la tragedia che ha svelato il volto del mercurio

Il nome “sindrome di Minamata” deriva da un piccolo villaggio costiero del Giappone, dove negli anni ’50 si verificò uno dei più gravi disastri ambientali della storia moderna.
La Chisso Corporation, un’industria chimica locale, riversò per decenni scarichi contenenti metilmercurio nella baia di Minamata. Il mercurio contaminò i molluschi e i pesci, base alimentare della popolazione, gli abitanti iniziarono a manifestare sintomi misteriosi: tremori, paralisi, cecità, difficoltà di parola e di movimento.

Quando i ricercatori identificarono la causa – il metilmercurio bioaccumulato nel pesce – era ormai tardi: migliaia di persone erano state colpite, tra cui centinaia di bambini nati con gravi malformazioni cerebrali dovute all’esposizione prenatale. Le immagini dei corpi deformati e dei volti sofferenti fecero il giro del mondo, diventando il simbolo della cecità industriale e dell’illusione del progresso chimico.

La sindrome di Minamata insegnò che il mercurio non scompare mai: si trasforma, viaggia, si accumula e ritorna. È la perfetta metafora della tossicità circolare della nostra era.

Il Mediterraneo: un mare malato

Oggi il Mediterraneo è tra le aree più colpite in Europa. Nel 30% degli studi condotti, i livelli di mercurio superano i limiti stabiliti dal Regolamento (UE) 915/2023. Le cause sono molteplici: fondali ricchi di cinabro, vecchie attività minerarie, scarichi industriali e un ecosistema chiuso che accumula più facilmente i contaminanti.

Dal 2000 a oggi la contaminazione media è leggermente calata – dal 33% al 28% dei campioni oltre soglia – grazie alle restrizioni imposte dalla Convenzione di Minamata, che nel 2013 ha avviato la messa al bando globale del mercurio in molte applicazioni industriali e sanitarie.
Ma il metallo resta nell’ambiente per decenni, i sedimenti marini ne sono una banca tossica, che rilascia lentamente la sua eredità velenosa.

Pesci come tonno, pesce spada, rana pescatrice e nasello sono i principali veicoli di esposizione e più il pesce è grande e longevo, maggiore è la concentrazione di metilmercurio nelle sue carni. Non si tratta di demonizzare il pesce, ma di scegliere. Le linee guida europee e dell’OMS consigliano di variare le specie e limitare il consumo di grandi predatori, preferendo pesci di piccola taglia come sardine, sgombri, alici e orate. Quindi pesce sì, ma con consapevolezza!

Il paradosso del mercurio nei vaccini

Per decenni il mercurio – sotto forma di tiomersale, un conservante a base di etilmercurio – è stato impiegato nei vaccini multidose. Sebbene si tratti di una forma chimica diversa dal metilmercurio, il suo potenziale neurotossico è stato a lungo sottovalutato.

In Italia il mercurio non è più presente ma, negli Stati Uniti, solo dopo anni di pressioni scientifiche e legali, l’amministrazione guidata da Robert F. Kennedy Jr. ha finalmente rimosso il mercurio da tutti i vaccini. Un gesto simbolico e politico, accompagnato da un appello rivolto a tutti i Paesi del mondo: eliminate il mercurio da ogni preparazione medica e da ogni ciclo produttivo che possa portarlo nell’ambiente o nel corpo umano.

Una lezione di salute ambientale

Il caso del mercurio ci ricorda che non esistono confini tra salute ambientale e salute umana. Il metallo che scarichiamo in mare torna nei nostri piatti. Le sostanze che introduciamo nei processi industriali rientrano nel corpo attraverso il cibo, l’aria, l’acqua.

Il progresso non è solo una questione di tecnologia, ma di responsabilità biologica: capire che ogni sostanza introdotta nell’ambiente torna, amplificata, nella catena alimentare.

Il mare non mente, ci restituisce ciò che gli abbiamo dato: metalli, plastiche, farmaci, scorie. Il mercurio è solo un esempio, ma un esempio paradigmatico di un modello economico che ha ignorato per troppo tempo il legame tra chimica e vita.

Oggi la scienza ci mostra i dati, ma la politica deve avere il coraggio di tradurli in scelte. Kennedy, eliminando il mercurio dai vaccini, ha ricordato che la salute pubblica comincia dall’eliminazione delle tossine note. Tocca ora ai governi fare lo stesso: dal mare ai farmaci, togliere il mercurio significa restituire alla salute il suo senso originario – prevenire, non curare.