Nel giro di una generazione l’infanzia è cambiata radicalmente: fino a pochi decenni fa il mondo dei bambini era fatto di gioco all’aperto, movimento, relazioni, esplorazione, oggi una parte crescente dell’esperienza infantile è mediata da uno schermo.
Tablet, smartphone, televisione e dispositivi digitali sono entrati nella vita dei bambini con una velocità impressionante e non parliamo più soltanto di adolescenti: l’esposizione agli schermi inizia ormai nei primi mesi di vita.
Questa trasformazione è avvenuta in meno di vent’anni, troppo rapidamente perché la ricerca scientifica abbia potuto comprenderne pienamente le conseguenze eppure stiamo parlando di una fase biologica estremamente delicata: lo sviluppo del cervello umano.
Sappiamo davvero che cosa comporti far crescere un cervello in formazione in un ambiente saturato da stimoli digitali e campi elettromagnetici?
Non è una domanda ideologica, ma scientifica.
Un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Research ha analizzato il possibile rapporto tra esposizione ai campi elettromagnetici e tumori del sistema nervoso centrale nei bambini.
Si tratta di uno studio caso-controllo condotto tra il 2017 e il 2022 nell’area di Città del Messico, che ha coinvolto circa 1.000 bambini. I ricercatori hanno confrontato 200 bambini affetti da tumori del sistema nervoso centrale con quasi 800 bambini sani, tutti di età inferiore ai 16 anni.
I tumori del sistema nervoso centrale – tra cui i gliomi – rappresentano la seconda forma di cancro più frequente nell’infanzia, subito dopo le leucemie.
L’obiettivo dello studio era valutare l’esposizione dei bambini a due principali categorie di campi elettromagnetici:
- campi magnetici a bassissima frequenza (ELF) generati da linee elettriche, cablaggi domestici e apparecchiature elettriche
- radiazioni a radiofrequenza (RF) emesse da dispositivi digitali come tablet e telefoni cellulari.
Per misurare l’esposizione ai campi magnetici domestici, i ricercatori hanno effettuato monitoraggi per 24 ore nelle camere da letto dei bambini, registrando i livelli di campo magnetico presenti nell’ambiente domestico.
Parallelamente sono stati raccolti dati sull’utilizzo di smartphone e tablet tramite questionari rivolti ai genitori.
I risultati hanno evidenziato:
- un’associazione significativa tra l’esposizione ai campi magnetici domestici e il rischio di tumori del sistema nervoso centrale nei bambini.
- un aumento del rischio di tumori cerebrali nei bambini che utilizzavano tablet in modo prolungato.
L’associazione è stata osservata sia quando i tablet erano collegati a internet, ma anche quando venivano utilizzati offline.
Questo punto è particolarmente interessante perché dimostra che l’esposizione non dipende esclusivamente dalle reti wireless, ma anche dal funzionamento elettrico del dispositivo.
Per quanto riguarda i telefoni cellulari, lo studio non ha trovato un’associazione statisticamente significativa nell’intero campione tuttavia anche nei bambini più piccoli – sotto i cinque anni – che avevano utilizzato il cellulare per oltre quattro anni è emerso un possibile aumento del rischio di tumori del sistema nervoso centrale.
Gli stessi autori dello studio sottolineano alcuni limiti metodologici: i dati sull’uso dei dispositivi digitali si basavano infatti sulle dichiarazioni dei genitori, che potrebbero sottostimare il tempo reale di utilizzo.
Secondo l’epidemiologo svedese Lennart Hardell, uno dei pionieri della ricerca sugli effetti sanitari delle radiofrequenze, questo tipo di bias potrebbe portare a una sottovalutazione dell’esposizione reale.
Dal punto di vista biologico esistono motivi per cui i bambini potrebbero essere più sensibili alle radiazioni elettromagnetiche:
- il cervello infantile è ancora in fase di sviluppo
- i tessuti cerebrali contengono una maggiore quantità di acqua e differenti concentrazioni ioniche, caratteristiche che li rendono più conduttivi rispetto a quelli degli adulti
- la dimensione più piccola della testa consente alle onde elettromagnetiche di penetrare relativamente più in profondità nel cervello dei bambini.
Questi elementi non dimostrano una relazione causale diretta, ma suggeriscono che l’infanzia rappresenta una fase biologicamente più vulnerabile alle esposizioni ambientali.
L’esplosione dell’infanzia digitale
Il problema è che mentre la ricerca scientifica cerca di comprendere i possibili effetti, l’esposizione dei bambini agli schermi continua ad aumentare rapidamente.
Dopo la pandemia di COVID-19 l’uso dei dispositivi digitali nella scuola è cresciuto in modo esponenziale. Negli Stati Uniti il 96% delle scuole pubbliche fornisce ormai dispositivi digitali agli studenti.
Parallelamente l’età del primo contatto con gli schermi si è abbassata drasticamente: secondo indagini internazionali circa il 40% dei bambini possiede un tablet già entro i due anni di età. In altre parole, intere generazioni stanno crescendo immerse in un ambiente digitale che non ha precedenti nella storia umana.
Anche in Italia la diffusione degli schermi tra i bambini è ormai evidente.
Il sistema di sorveglianza nazionale OKkio alla Salute, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, monitora gli stili di vita dei bambini di 8-9 anni.
I risultati mostrano che il tempo trascorso davanti agli schermi è diventato una componente stabile della vita quotidiana. Quasi il 45% dei bambini di 8-9 anni trascorre più di due ore al giorno davanti a televisione, videogiochi, tablet o smartphone, superando il limite massimo raccomandato per la salute. Durante il fine settimana l’esposizione aumenta ulteriormente: circa quattro bambini su dieci arrivano a cinque ore di schermo al giorno. Oltre il 40% dei bambini ha una televisione nella propria camera, una condizione associata a tempi di esposizione più lunghi.
Ma il dato forse più sorprendente riguarda i più piccoli: secondo i sistemi di sorveglianza dell’Istituto Superiore di Sanità circa un bambino su sei tra i 2 e i 5 mesi viene già esposto a televisione, smartphone o tablet. Entro il primo anno di vita quasi la metà dei bambini trascorre una o due ore al giorno davanti a uno schermo.
Questo avviene nonostante le principali linee guida pediatriche raccomandino di evitare completamente gli schermi prima dei due anni di età.
Sul piano scientifico il rapporto tra campi elettromagnetici e tumori rimane oggetto di dibattito. Alcuni studi non hanno trovato associazioni significative negli esseri umani, mentre altre ricerche – soprattutto sperimentali – hanno osservato segnali di rischio.
È uno schema già visto nella storia della salute pubblica: il legame tra fumo e cancro, tra amianto e mesotelioma o tra piombo e danni neurologici è emerso solo dopo decenni di esposizione della popolazione. In tutti questi casi l’incertezza iniziale è stata interpretata per anni come assenza di rischio e solo molto tempo dopo è diventato chiaro che i segnali precoci meritavano maggiore attenzione.
Non serve demonizzare la tecnologia, tablet e smartphone hanno trasformato il modo di comunicare, studiare e accedere alle informazioni; possono rappresentare strumenti utili, se utilizzati in modo appropriato.
Ma quando si parla di bambini la domanda dovrebbe essere un’altra:
quanto è prudente introdurre tecnologie pervasive nella loro vita senza una valutazione completa dei possibili effetti a lungo termine?
Il principio di precauzione, uno dei pilastri della sanità pubblica moderna, suggerisce che quando esistono segnali di possibile rischio per la salute – soprattutto nei soggetti più vulnerabili – la riduzione dell’esposizione rappresenta una scelta ragionevole.
La tecnologia non è né buona né cattiva, dobbiamo renderci conto che stiamo introducendo una trasformazione biologica e ambientale di enorme portata senza comprenderne pienamente le conseguenze.
I bambini non dovrebbe essere cavie delle innovazioni tecnologiche, hanno diritto alla massima protezione, li stiamo proteggendo o li stiamo esponendo – senza rendercene conto – a uno dei più grandi esperimenti tecnologici della storia?


