Nella mia esperienza di pediatra, incontro a volte nonni preoccupati e genitori animati dalle migliori intenzioni che mi dicono: “Vacciniamo i bambini così non portano l’influenza ai nonni”.

È una frase detta con amore, con senso di responsabilità, quasi con l’idea di un piccolo sacrificio a favore dei più fragili. Ma proprio perché nasce da una motivazione eticamente alta, merita di essere guardata con onestà e rigore e quello che emerge, quando si esce dalle semplificazioni, è che questa strategia non funziona come viene raccontata.

L’idea che la vaccinazione antinfluenzale dei bambini riduca in modo significativo i contagi in famiglia e protegga i nonni non è sostenuta da prove solide. Le grandi revisioni della letteratura, incluse quelle più rigorose, mostrano che la vaccinazione può talvolta ridurre un po’ il rischio individuale di ammalarsi in alcune stagioni e in alcune fasce di età, ma non dimostra di ridurre in modo affidabile la trasmissione del virus. In altre parole: anche se e quando una persona vaccinata si ammala in forma più lieve, può comunque eliminare il virus e contagiare gli altri.

Questo punto è cruciale, perché smonta l’idea, molto diffusa nella comunicazione sanitaria, che vaccinare un bambino serva a “proteggere gli altri”. Le revisioni sistematiche che hanno cercato di dimostrare una protezione indiretta dei conviventi non vaccinati mostrano risultati modesti, variabili e spesso legati a contesti molto particolari, come comunità chiuse e poco rappresentative della vita reale. Nei contesti normali, urbani, aperti, familiari, l’effetto è debole o assente. Da qui una conclusione semplice, ma spesso scomoda: vaccinare i nipoti per evitare che si ammalino i nonni è, nella pratica, inutile.

A rafforzare questo quadro arriva uno studio recente sulla dinamica dell’eliminazione virale e sull’efficacia dell’isolamento nelle persone con influenza sintomatica.

Analizzando ciò che accade realmente nelle famiglie, emerge che i bambini piccoli, soprattutto sotto i cinque anni, sono i principali diffusori del virus: eliminano più virus, raggiungono picchi più elevati e lo fanno per periodi più lunghi.

Ma emerge anche un dato decisivo: nelle persone che si infettano, la vaccinazione non modifica in modo significativo la quantità e la durata dell’eliminazione del virus. Vaccinati e non vaccinati, se malati, contagiano in modo simile. La differenza riguarda soprattutto i sintomi, in particolare la febbre, che tende a essere un po’meno frequente o meno intensa nei vaccinati. Questo può far sentire “meno malati”, ma non rende meno contagiosi.

Ed è qui che si inserisce una riflessione critica sulla cultura sanitaria contemporanea e sulla pubblicità dei farmaci antinfluenzali: il messaggio che passa, spesso in modo esplicito, è: hai la febbre, prendi qualcosa, abbassala e torna subito alla tua vita normale. È un messaggio pericoloso, perché confonde il benessere soggettivo con la sicurezza per gli altri. Abbassare la febbre non spegne il virus, non interrompe la capacità di contagiare; anzi, può favorire comportamenti che aumentano la diffusione, come uscire, lavorare, frequentare ambienti chiusi quando si dovrebbe stare a casa.

La prima vera terapia dell’influenza, quella che davvero riduce i contagi, non è il farmaco sintomatico e non è la vaccinazione “per gli altri”: è il riposo. Restare a casa quando si hanno sintomi, limitare i contatti, permettere al corpo di fare il suo lavoro. Questo studio mostra che, nella maggior parte dei casi, la diffusione del virus prima dei sintomi è bassa e che l’isolamento tempestivo delle persone sintomatiche è una misura efficace e proporzionata. Le infezioni senza sintomi sono rare e contribuiscono poco alla circolazione del virus. La trasmissione dell’influenza stagionale avviene soprattutto attraverso chi sta chiaramente male e continua a vivere come se non lo fosse.

Tutto questo porta a una conclusione che può sembrare controcorrente, ma che è profondamente razionale: la vaccinazione antinfluenzale non è uno strumento di controllo della trasmissione. Non ha prove di efficacia nel proteggere gli altri, e l’idea di vaccinare i bambini per difendere adulti e anziani è solo uno slogan pubblicitario per vendere il prodotto. Qualcuno crede ancora alla pubblicità?

La prevenzione dei contagi passa prima di tutto da comportamenti semplici, antichi e poco commercializzabili: ascoltare il corpo, rispettare la malattia, riposare e non andare in giro a contagiare gli altri “grazie” a una febbre abbassata artificialmente.

Figura S13 (da Sinead E Morris et all.) – Non sono state trovate associazioni tra l’eliminazione del virus e la vaccinazione nella stagione in corso.
Nei pannelli superiori, da sinistra a destra, sono mostrati:
• il giorno in cui termina l’eliminazione del virus rispetto all’inizio dei sintomi influenzali,
• il giorno di inizio dell’eliminazione del virus rispetto all’inizio dei sintomi,
• il giorno in cui si raggiunge il picco di eliminazione del virus rispetto all’inizio dei sintomi.
• Nei pannelli inferiori, da sinistra a destra, sono mostrati:
• la durata dell’eliminazione del virus (in giorni),
• il valore massimo di virus eliminato,
• la quantità totale di virus eliminato nel tempo.
In sintesi, la vaccinazione nella stagione in corso non modifica né i tempi, né la durata, né la quantità di virus eliminato.
Gli asterischi indicano il livello di significatività statistica (* p < 0,05; ** p < 0,01; *** p < 0,001; **** p < 0,0001).

Bibliografia essenziale

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–  Sinead E Morris et all. Influenza virus shedding and symptoms: Dynamics and implications from a multiseason household transmission study PNAS Nexus, Volume 3, Issue 9, September 2024

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