Era una verità universalmente riconosciuta dai cittadini delle nazioni democratiche che la libertà di parola fosse la base non solo della democrazia, ma di tutti i diritti umani.

Quando una persona o un gruppo può censurare il discorso degli altri, c’è – per definizione – uno squilibrio di potere. Coloro che esercitano il potere possono decidere quali informazioni e quali opinioni siano consentite e quali debbano essere soppresse. Per mantenere il loro potere, sopprimeranno naturalmente le informazioni e le opinioni che mettono in discussione la loro posizione.

In questi anni, con la grande diffusione di siti di debunking (sempre eterodiretti e finanziati da enti o società con conflitti d’interessi), si è ampliata sempre di più la lotta alle cosiddette “fake news” – spesso tacciate di complottismo – che sarebbe utile se fosse imparziale ed indipendente. Da molti anni, prima nelle situazioni di conflitto e poi con la crisi sanitaria da Covid-19, la “lotta alle fake news” non ha agito contro la disinformazione ma è diventata un’arma politica strumentale per fabbricare consenso e reprimere il dissenso, arrivando anche a oscurare i siti di controinformazione indipendente.

Durante la Covid-19 si è sempre più dibattuto sul tema della censura preventiva o totale di notizie che criticavano, da un punto di vista medico-scientifico, le politiche sanitarie messe in atto dai governi, le politiche pandemiche e le strategie vaccinali messe in atto in Italia dal Comitato Tecnico Scientifico. Per la prima volta nella storia abbiamo assistito alla repressione del dibattito pubblico tra i diversi esponenti della comunità scientifica, facendo emergere una sola voce o, peggio ancora, un pensiero unico.

Come ha osservato l’antropologo Stefano Boni, docente all’Università di Modena, oggi c’è “una frattura sempre più profonda ed evidente tra chi è convinto che le istituzioni, nel loro complesso, siano credibili e chi invece le vede come organi di manipolazione di massa”.

Possiamo mantenere una definizione neutrale quando il termine “fake news”, per esempio, è usato da una élite per mettere fuori gioco visioni alternative?

Se è vero che le cosiddette “bufale” si possono smontare, il problema della lotta alle “fake news” è l’uso che se ne fa, un’arma politica dei governi e delle istituzioni per smontare una verità definendola falsa. Come affermava l’antropologo Duccio Canestrini[1], lo spauracchio delle “fake news” è diventata una locuzione “a doppio taglio, taglia chi la subisce e taglia chi la impiega” in quanto armi politiche per indirizzare e fabbricare consenso. “L’informazione non è il contenuto buono o cattivo di una bottiglia, versato dentro bicchieri vuoti. L’informazione, lungi dall’essere obiettiva, è una costruzione del mondo, all’interno di una rete di relazioni. E così la dietrologia di per sé non è giusta né sbagliata, è la pratica metodologica del dubbio. Salvo per i dogmatici”affermava Canestrini. Per questo motivo le categorie di “fake news” e “complottismo” sono categorie opinabili, un calderone sostanzialmente inutile.

La censura del web permessa dall’astrazione dei diritti nel mondo digitale

Siamo in un momento cruciale nella storia delle democrazie occidentali. I governi, le organizzazioni e le aziende hanno più potere che mai nel decidere quali informazioni e opinioni esprimere su Internet, la piazza pubblica globale delle informazioni e delle idee. È naturale che coloro che detengono il potere vogliano limitare l’espressione di idee e la diffusione di informazioni che potrebbero mettere in discussione la loro posizione. Vogliono far credere di utilizzare la censura per proteggerci dai gravi danni derivanti dalla disinformazione e dall’incitamento all’odio, eppure  potrebbero utilizzare queste ragioni cinicamente solo per consolidare il loro controllo sulle informazioni.

In ogni caso, la censura comporta inevitabilmente la soppressione della libertà di parola e di informazione, senza le quali la democrazia non può esistere.

Perché i cittadini delle nazioni democratiche acconsentono all’usurpazione dei loro diritti umani fondamentali?

Una ragione potrebbe essere l’astrazione dei diritti e delle libertà nel mondo digitale. Quando i censori bruciavano libri o incarceravano dissidenti, i cittadini potevano facilmente riconoscere questi danni e immaginare quanto sarebbe stato terribile se tali azioni negative fossero rivolte contro di loro.

Nel mondo virtuale, se non è il tuo post a essere rimosso o il tuo video a essere vietato, può essere difficile comprendere il danno ad ampio raggio derivante dal massiccio controllo e dalla censura delle informazioni online. È anche molto più facile online che nel mondo reale esagerare i pericoli di minacce relativamente rare, come le pandemie o l’interferenza straniera nei processi democratici.

Le stesse persone potenti, governi e aziende che possono censurare le informazioni online possono anche inondare lo spazio online di propaganda, terrorizzando i cittadini nello spazio virtuale inducendoli a rinunciare ai loro diritti nel mondo reale. La risposta contenuta nelle recenti promulgazioni delle “leggi anti-disinformazione” non è incoraggiante per il futuro delle società libere e aperte.

Trasparenza e responsabilità sono le uniche soluzioni contro censura e disinformazione

debunkers, se da un lato dovrebbero dare la caccia alle bufale, dall’altro annichiliscono il dibattito, minano la controinformazione alternativa e creano degli “specialisti della verità”. Non esistono detentori della verità, almeno tra gli uomini, e la verità si afferma quando è in grado di negare tutte le sue negazioni.

Articoli scientifici, informazioni, certezza delle fonti, dibattito pubblico e dichiarazioni rilasciate con cognizione di causa sono il vero modo per abbattere tutte le bufale e le fake news che girano. È troppo facile e disonesto escludere dal dibattito un soggetto, etichettandolo fin da subito come “complottista”, senza però, nel frattempo, essere in grado di contrastare i suoi dubbi, prove alla mano, o di dare risposte credibili alle sue perplessità.

La trasparenza e la possibilità di mettere in discussione le informazioni sono essenziali per garantire che le decisioni in materia di salute siano supportate dalle migliori evidenze scientifiche disponibili e non siano basate su interessi occulti o agende politiche.

La cultura nasce dal dubbio, senza cedere la tentazione ad accontentarsi di dati preconfezionati, e il sospetto – inteso come dubbio delle fenomenicità degli eventi, ovvero di come gli avvenimenti appaiono è l’anima creatrice del senso critico. La libertà di parola è l’unico modo pacifico per responsabilizzare chi detiene il potere, sfidare politiche potenzialmente dannose e denunciare la corruzione e i conflitti d’interessi.

[1] Duccio Canestrini insegna Antropologia e Cinema nell’ambito del corso di laurea in Scienze del Turismo presso il Campus Universitario di Lucca ed è proboviro dell’Associazione Italiana Turismo Responsabile (Milano). È membro dell’Associazione Italiana per le Scienze Etnoantropologiche (AISEA, Roma) e dell’International Scientific Council for Island Development (Insula/Unesco, Parigi).