Giorgio Gaber distribuiva ironicamente tra destra e sinistra la vasca e la doccia, la minestrina e il minestrone, il culatello e la mortadella. Oggi dovrebbe incastrare nelle sue strofe mascherine, vaccini, psicofarmaci, diagnosi di ADHD, bloccanti della pubertà, screening oncologici e statine. Solo che non farebbe più ridere. Potrebbe provocare un attacco di panico, rigorosamente prescrivibile.
Negli Stati Uniti, due morti attribuite al morbillo si sono trasformate in un derby politico prima che fossero rese pubbliche tutte le informazioni necessarie per valutarne le cause. Da una parte servivano per accusare chi non si vaccina, dall’altra per denunciare una manipolazione delle autorità: le curve avevano già emesso il verdetto.
Lo stesso è accaduto con la Covid pediatrica: chiedere quanti bambini sani fossero realmente morti a causa del virus, distinguendoli da quelli affetti da gravi patologie o risultati positivi durante ricoveri dovuti ad altre cause, non era lesa maestà, ma semplice epidemiologia. Eppure, quella distinzione, indispensabile per valutare il rapporto tra benefici e rischi della vaccinazione, fu trattata come un tentativo di minimizzare la malattia.
In Italia cambiano in parte i colori, ma la commedia è la stessa.
La mascherina era di sinistra; portarla sotto il naso non era né di destra né di sinistra, era semplicemente inutile, ma garantiva comunque l’appartenenza alla tribù giusta. Farlo notare era già di destra.
Il Green Pass era di sinistra; domandare come potesse certificare la non contagiosità, quando anche i vaccinati potevano infettarsi e trasmettere il virus, era di destra.
Vaccinarsi era di sinistra; ricordare che quei vaccini non bloccavano stabilmente il contagio era di destra. La stessa informazione cambiava valore scientifico secondo chi la pronunciava.
E oltre trenta vaccinazioni pediatriche, contando le prime dosi e i relativi richiami per le diverse malattie entro i primi quindici mesi di vita, sono di destra o di sinistra? Per la sinistra attuale sono progresso per definizione; chiedere quali possano essere gli effetti dell’esposizione cumulativa e quali studi abbiano valutato nel lungo periodo il calendario nel suo insieme basta invece per essere spediti a destra. Considerare sicuramente innocuo ciò che non è stato adeguatamente studiato come insieme non è scienza: è un azzardo elevato a dogma.
Mandare un figlio al nido a tre mesi è di sinistra: si chiama emancipazione. Desiderare di tenerlo più a lungo con i genitori è di destra: si chiama arretratezza. Lasciarlo all’asilo fino al tardo pomeriggio è socializzazione; osservare che a quell’età avrebbe bisogno soprattutto di tempo, contatto e relazioni stabili rischia di sembrare reazionario.
Molti genitori, naturalmente, non scelgono affatto, lo fa il lavoro per loro: stipendi insufficienti, precariato, congedi inadeguati e orari incompatibili con la vita familiare li obbligano a separarsi dai figli molto prima di quanto vorrebbero. La politica preferisce presentare una necessità economica come una conquista educativa: costa meno che creare le condizioni perché ogni famiglia possa scegliere davvero.
Tenere un bambino davanti a uno schermo è innovazione digitale; lasciarlo arrampicare su un albero è pericoloso. Il tablet durante la cena è educativo se contiene l’applicazione giusta, mentre correre, sporcarsi e annoiarsi richiedono attenta sorveglianza. Quando poi il bambino non dorme, non si concentra e non riesce a stare fermo, arriva finalmente la diagnosi e lo psicofarmaco.
Festeggiare il compleanno da McDonald’s è inclusivo, comodo e moderno; cucinare insieme, spegnere il telefono e lasciare che i bambini inventino un gioco richiede invece tempo, spazio e adulti presenti. Prima li abituiamo al cibo industriale, all’immobilità e alla stimolazione continua; in seguito consultiamo medici, psicologi e nutrizionisti per curarne le conseguenze.
Il bambino trascorre dieci ore fuori casa, mangia prodotti industriali, guarda uno schermo e dorme poco; se diventa inquieto, sovrappeso o ansioso, la società non mette sotto osservazione se stessa, mette sotto osservazione lui…è malato!
La diagnosi di ADHD è di sinistra, il bambino che non riesce a stare seduto sei ore è di destra. A sinistra rischia di ricevere troppo presto un’etichetta e un farmaco; a destra uno schiaffo e la colpa di essere stato educato male. Che possa essere un bambino normale dentro una scuola inadatta ai bambini non viene in mente a nessuno: non produce diagnosi, non conferma ideologie e soprattutto costringerebbe a cambiare la scuola.
Gli antidepressivi in gravidanza sono di sinistra; chiedere quali effetti possano avere sul feto è di destra.
I bloccanti della pubertà sono di sinistra; ricordare che bloccare un processo fisiologico non equivale a premere il tasto “pausa” è di destra. La pubertà, in attesa di ulteriori disposizioni, rimane biologica e quindi politicamente sospetta.
La statina a settant’anni è di sinistra, interromperla è di destra.
La riduzione del colesterolo è progressista, domandare se prolunghi davvero la vita è reazionario.
Lo screening è di sinistra, parlare di sovradiagnosi è di destra; trovare una malattia che non avrebbe mai fatto male è prevenzione, curarla inutilmente un dettaglio statistico.
Dimagrire mangiando meglio e muovendosi richiede tempo, fatica e condizioni di vita decenti; dimagrire con un’iniezione settimanale è moderno, rapido e quotato in Borsa. Anche l’obesità, dopo essere stata alimentata per decenni dall’industria del cibo, può diventare una rendita per l’industria farmaceutica. Prima si vende la causa, poi la cura: questa almeno non è né di destra né di sinistra. È bipartisan.
La sinistra difende l’autorità della Scienza con il manganello morale quando si parla di vaccinazioni, per poi riscoprire l’autodeterminazione sul fine vita, sull’aborto e sulla procreazione assistita. Parte della destra invoca la libertà terapeutica contro gli obblighi vaccinali, ma torna a desiderare lo Stato etico appena le decisioni individuali si spostano nella camera da letto.
L’ipocrisia è una bussola capace di indicare, a comando, tutte le direzioni. Il corpo è mio, purché sia d’accordo il mio segretario di partito.
Il principio di precauzione è sacro se serve a fermare il trattamento sostenuto dagli avversari, ma diventa oscurantismo antiscientifico quando potrebbe rallentare quello approvato dalla propria parte.
Il consenso informato è inviolabile se conduce alla decisione desiderata; quando porta altrove viene degradato a ignoranza, egoismo o manipolazione.
Questa guerra sanitaria è una farmacia con due ingressi e una sola cassa: da una porta entrano quelli di sinistra, dall’altra quelli di destra; cambiano le confezioni esposte in vetrina e le terapie da applaudire, ma entrambe le file arrivano allo stesso banco. Mentre i clienti si insultano sulla strada, nessuno domanda chi possieda la farmacia, chi decida che cosa mettere sugli scaffali e perché ogni difficoltà dell’esistenza debba concludersi con una diagnosi, una prescrizione o una certificazione.
Ogni dubbio riceve così un’etichetta, ogni trattamento una bandiera, ogni dato una tessera di partito. Non occorre più dimostrare che una scelta sia utile, proporzionata e adatta alla singola persona: basta collocarla dalla parte giusta.
Gaber ci aveva avvertito che dietro tante contrapposizioni rimaneva ben poco pensiero. La medicina dovrebbe almeno provare a sottrarsi a questa caricatura, tornando ai dati, al dubbio, alla libertà e alle differenze individuali.
Destra-sinistra. Destra-sinistra. Basta!

