Siamo il primo consumatore europeo di acqua in bottiglia e il secondo al mondo dopo il Messico.
Non perché ne abbiamo più bisogno, né perché la nostra acqua del rubinetto sia peggiore di altre; soltanto perché da anni ci hanno convinto che l’acqua in bottiglia è “più pura”, “più sicura”, “più controllata”.

Hanno nascosto il dato veritiero dietro una percezione collettiva costruita a colpi di spot, di immagini di montagne incontaminate e di slogan rassicuranti, per rendere impossibile la distinzione tra realtà e marketing.

Una recente ricerca della Ohio State University, pubblicata su Science of the Total Environment, ha confrontato acqua in bottiglia di sei marchi internazionali con acqua potabile municipale.

Il risultato è semplice e scomodo: un litro di acqua in bottiglia contiene oltre tre volte il numero di particelle di plastica rispetto a un litro di acqua del rubinetto.

Non solo, l’aspetto più preoccupante è che la maggioranza è rappresentata da nanoplastiche, particelle così piccole da poter attraversare barriere biologiche, entrare nel sangue e potenzialmente raggiungere organi e tessuti.

La bottiglia stessa — in PET — è una delle principali fonti di contaminazione: calore, trasporto, esposizione alla luce, deformazioni, tutto contribuisce al rilascio di frammenti plastici. In altre parole: ciò che compriamo come garanzia di purezza può essere la fonte del problema.

Anche nel nostro Paese la comunità scientifica si sta muovendo: Università italiane hanno pubblicato revisioni sistematiche che evidenziano la presenza di microplastiche sia nell’acqua imbottigliata sia in quella del rubinetto, con una tendenza — coerente con gli studi internazionali — a riscontrare concentrazioni più elevate nell’acqua confezionata.

L’Istituto Superiore di Sanità, insieme a ISPRA e alle ARPA regionali, ha attivato gruppi di lavoro per armonizzare i metodi di rilevazione delle microplastiche nell’acqua potabile; il problema è riconosciuto, si tratta di migliorare i sistemi di ricerca e di perfezionare le tecnologie.

Più affiniamo gli strumenti, più scopriamo particelle che prima non vedevamo, non perché non esistessero, ma perché non eravamo in grado di misurarle.

In Italia, mentre i carrelli della spessa traboccano di casse di bottiglie, i dati ufficiali raccontano un’altra storia: tra il 2020 e il 2022 sono stati effettuati 2,5 milioni di controlli sull’acqua potabile in 17 Regioni e Province autonome. La conformità ai parametri di legge è risultata:

  • 99,93% per i parametri microbiologici
  • 99,95% per quelli chimici
  • 99,97% per gli indicatori

L’acqua del rubinetto in Italia è tra le più controllate in Europa e sottoposta a monitoraggi continui.

Naturalmente, non è oro tutto quello che luccica: in alcune zone del Paese, l’acqua del rubinetto contiene PFAS, metalli e altri contaminanti: sono problemi reali e vanno monitorati con la massima attenzione e la differenza è proprio questa: l’acqua del rubinetto è sottoposta a controlli pubblici continui e i valori devono rientrare nei limiti di legge, per cui se c’è una contaminazione, emerge nei report ufficiali.

Nel caso delle micro e nanoplastiche, invece, stiamo parlando di un contaminante emergente per cui non esistono ancora soglie definite — ma gli studi mostrano concentrazioni più elevate nell’acqua imbottigliata. Se in un territorio ci sono PFAS o metalli, il problema va risolto alla fonte, ma questo non rende automaticamente più sicura un’acqua che contiene più particelle plastiche.

Confrontiamo dati con dati, non paure con paure, perché non si sceglie l’opzione perfetta, ma quella con minore esposizione documentata, e ridurre un’esposizione evitabile non significa ignorare le altre.

Eppure un italiano su tre non si fida. Perché?

Forse, perché l’acqua del rubinetto non fa marketing, non ha testimonial famosi, non ha etichette azzurre con cime innevate, non parla di “leggerezza” o “benessere”, non afferma di fare tanta “plin-plin”.

L’industria dell’acqua imbottigliata è una delle più potenti in termini di comunicazione: ha costruito un immaginario emotivo con natura incontaminata, purezza originaria, sicurezza materna, omettendo che:

  • la plastica della bottiglia può rilasciare frammenti nell’acqua
  • il trasporto e lo stoccaggio aumentano il rilascio di particelle
  • le nanoplastiche sono oggi uno dei contaminanti emergenti più studiati

i consumi non si basano quindi sui dati di sicurezza, ma su una narrazione teleguidata orientata esclusivamente al profitto.

Sono sempre più numerose le raccomandazioni per una corretta idratazione anche perché bambini e anziani sono i più esposti alla disidratazione percependo meno la sete.

Circa il 40% degli anziani non raggiunge l’apporto raccomandato; nei super-anziani, il picco estivo di mortalità è legato anche a disidratazione e politerapie; nei neonati l’acqua rappresenta il 75% del peso corporeo. Durante lo svezzamento, l’acqua del rubinetto può essere utilizzata per pappe e biberon, se conforme ai parametri locali, anche se sempre più spesso sento dire che è meglio quella in bottiglia, anche solo per preparare un brodo di verdure.

In gravidanza e allattamento l’idratazione è ancora più importante.

L’acqua è fisiologia, non branding.

Non si tratta di demonizzare l’acqua in bottiglia in modo ideologico, si tratta di riconoscere un dato: oggi non esistono prove che l’acqua imbottigliata sia più sicura di quella del rubinetto anzi, per quanto riguarda le micro e nanoplastiche, gli studi suggeriscono il contrario.

E allora perché pagare di più per un prodotto che può esporci a una maggiore quantità di contaminanti?

Forse perché abbiamo confuso “confezionato” con “controllato”, o perché la pubblicità ha più forza della fiducia nelle istituzioni, o perché la paura vende meglio della statistica, o perché i messaggi pubblicitari, anche occulti ci hanno convertiti a questo uso? Non ho mai visto una ripresa televisiva di un incontro istituzionale che non inquadrasse, casualmente, bottiglie di acqua minerale di marca.

Un esempio concreto è il progetto “Acqua Pubblica – Erogatori” dell’Università di Pisa offre un esempio concreto.

Dal 20 giugno al 31 ottobre 2025:

  • 324.800 litri di acqua erogati equivalenti a 649.600 bottiglie da mezzo litro circa 6,5 tonnellate di plastica evitate
  • costo per l’Ateneo: 1.500 euro costo stimato se acquistata in bottiglia: 162.000 euro,  oltre 100 volte di differenza.

Questo significa una cosa molto semplice: quando compriamo acqua in bottiglia, stiamo pagando soprattutto l’involucro e il brand. L’Università di Pisa ha scelto di sostituire progressivamente le bottigliette nei distributori con erogatori pubblici, integrando la decisione nelle Linee Guida per Eventi Sostenibili: caraffe, sistemi a vuoto a rendere, borracce riutilizzabili. Niente plastica usa e getta, non retorica, sostituite da una pratica quotidiana. Dietro c’è una collaborazione con il gestore pubblico Acque SpA, controlli qualitativi, monitoraggi periodici, trasparenza dei dati, un Decalogo per l’uso responsabile dell’acqua affisso accanto agli erogatori.

Il risultato: meno plastica, meno trasporto, meno rifiuti, meno emissioni, più risparmio, e un messaggio culturale potente: l’acqua è un bene comune, non un prodotto da brandizzare. A Pisa, centinaia di migliaia di gesti individuali hanno evitato 6,5 tonnellate di plastica in pochi mesi, a dimostrazione che è possibile realizzare obiettivi di salute pubblica anche smontando narrazioni fuorvianti.

A volte il gesto più rivoluzionario — e più razionale — è semplicemente aprire il rubinetto.