La superficialità dilaga, sappiamo solo offendere e litigare.

Non troviamo altre spiegazioni alle reazioni oltraggiose e isteriche all’articolo di Susanna Tamaro sulla recente pandemia pubblicato dal Corriere della sera.

La scrittrice, col tono pacato che le è proprio, non fa che proporre una riflessione, questo è evidentemente troppo per chi ha sostenuto lo slogan “andrà tutto bene”. Evitare le facili battute offensive è innaturale per certi personaggi, protagonisti in un contesto – ben descritto dalla scrittrice – in cui non si riesce a “rinunciare alle frasi fatte e al falso pathos, a quell’insieme di eccitata passionalità che attiene alla tragedia” che hanno contraddistinto gli ultimi anni della nostra vita.

“Non c’è stata dunque una pacificazione, ma soltanto uno stato di assopimento non molto diverso dalla condizione di alcuni vulcani che sembrano quieti e poi, all’improvviso, eruttano cancellando con la loro lava incandescente ogni cosa intorno a loro. Siamo dunque accampati su un cratere apparentemente inattivo, le bocche laterali emettono fumi, ma noi, anziché entrare in uno stato di allarme, fingiamo di non vederle. Perché? Perché una situazione di pathos prolungata nel tempo corrode ogni tipo di ragionevolezza e sparge nell’aria materiale infiammabile che è sempre più difficile da controllare” – scrive la Tamaro.

“La nostra società è stata attraversata da una vera e propria guerra civile e lo stupore non è tanto che ci sia stata — succede — ma che la memoria di questo periodo si sia trasformata in un intoccabile tabù. La balcanizzazione dei pensieri, e di conseguenza dei sentimenti, non porta di solito in luoghi ameni né dona energia positiva ai Paesi in cui si sviluppa. Le sue radici infatti, come quelle sotterranee e caparbie della gramigna, corrono ovunque e, con la loro forza, imbrigliano tutto ciò che di buono e di bello vorrebbe venire la luce”.

Il ricordo della privazione di diritti costituzionali fondata su menzogne e dozzinale propaganda di bassa lega, gli insulti e le offese intollerabili

Vanno sfamati col piombo, serve Bava Beccaris” (Giuliano Cazzola, politico)

Gli bucherei 10 volte la vena fingendo di non prenderla” (infermiera)

I rider devono sputare nel loro cibo” (David Parenzo, giornalista)

Mi divertirei a vederli morire come mosche” (Andrea Scanzi, giornalista)

Vorrei che il virus gli mangi gli organi e li riduca in poltiglia verde” (Selvaggia Lucarelli, influencer)

Vanno perseguiti come si fa con i mafiosi” (Matteo Bassetti, infettivologo)

La soluzione è una sola: campo di concentramento. Fosse per me costruirei anche due camere a gas” (Marianna Rubino, cardiologo)

Se riempiranno le terapie intensive, mi impegnerò per staccare la spina” (Carlotta Saporetti, infermiera)

Campi di sterminio per chi non si vaccina” (Giuseppe Gigantino, cardiologo)

I novax sono i nostri talebani” (Giovanni Toti, presidente regione Liguria)

Verranno messi ai domiciliari, chiusi in casa come sorci” (Roberto Burioni, virologo)

”Il loro invito a non vaccinarsi è un invito a morire” (Mario Draghi, presidente del consiglio)

Li intubo senza anestesia e poi gli chiedo come stanno” (Sara Dalla Torre, infermiera)

Creano terrorismo e terrore, vanno arrestati” (Paolo Guzzanti, giornalista)

non possono svanire senza una riflessione autocritica da parte dei responsabili e parole di profonde scuse.

La scrittrice sviluppa il suo pensiero raccontando la propria esperienza: “Essendomi sottoposta a due dosi di Pfizer, mi avevano detto che starei stata in una botte di ferro per almeno un anno ma quando, dopo pochi mesi, ho appreso che avrei dovuto fare la terza dose, ho cominciato a sospettare che quella botte fosse soltanto una barchetta di carta. Intanto il virus si era trasformato nella variante Omicron, infinitamente meno aggressiva, ma il terzo vaccino andava fatto per legge, a scapito dei propri diritti civili e della propria libertà. A quel punto mi sono chiesta, qual è lo scopo di tutto ciò: rendere la popolazione immune o consumare tutti vaccini acquistati? Anche perché intanto tutte le persone trivaccinate intorno a me si ammalavano e si riammalavano di Covid. Così mi è venuta la curiosità di leggere il bugiardino aggiornato del Comirnaty Omicron XBB.1.5 della Pfizer e ho appreso che «l’efficacia del vaccino non è stata verificata nei soggetti immunocompromessi» e che «la durata della protezione dal vaccino non è nota, sono tutt’ora in corso studi clinici volti a stabilirla». Per quanto riguarda l’efficacia ribadivano che «come per tutti i vaccini, la vaccinazione con Comirnaty Omicron XBB.1.5 potrebbe non proteggere tutti coloro che lo ricevono». Davanti a questa incertezza terapeutica non ho potuto non chiedermi cosa giustificasse le drammatiche limitazioni della nostra libertà, che hanno distrutto l’economia oltre a devastare l’equilibrio e la salute mentale dei ragazzi, dei bambini e la nostra. Con scrupolo da scrittore, mi sono chiesta allora se fosse corretto il termine «vaccino» perché ogni vaccino, secondo il vocabolario della lingua italiana, serve ad acquisire un’immunità attiva, ma la quantità di infettati vaccinati non ci parla di questo”.

Le riflessioni della scrittrice colgono le osservazioni del professor Cosentino che afferma in un’intervista: “Questi specifici prodotti, ci riferiamo ai vaccini a mRNA si collocano in una “zona d’ombra” dell’attuale quadro regolatorio. Io non ho nessuna difficoltà a definirli vaccini, perché in una certa misura, seppure parziale e per poco tempo e con noti limiti, una forma di immunizzazione la danno. Del resto chiamiamo vaccini anche i prodotti antitumorali che sono invece terapie geniche. Ma dal punto di vista regolatorio i vaccini antitumorali sono trattati come terapie geniche; mentre questi vaccini a mRNA sono trattati come vaccini, quando in realtà essi si basano su una piattaforma biotecnologica per le terapie geniche e contengono il codice genetico per codificare una proteina, la Spike, la quale è tutt’altro che un frammento virale inattivo, come avviene per ogni vaccino. La Spike inoculata è una proteina integrale nella sua struttura e per quanto ne sappiamo del tutto attiva e in grado di esercitare gli stessi effetti della Spike di derivazione virale. Abbiamo quindi, nel caso dei vaccini anti-COVID a mRNA, tre nature farmacologiche che convergono e cambiano a seconda di come guardiamo questo peculiare prodotto: vaccino per quanto riguarda il suo impiego, terapia genica per quanto riguarda la piattaforma biotecnologica sui cui è stato sviluppato, e farmaco dal punto di vista del contenuto, del principio attivo e prodotto proteico. Al confine tra queste tre diverse nature probabilmente la soluzione migliore dal punto di vista regolatorio e quindi dell’interesse della sicurezza pubblica, sarebbe stato definire una nuova e specifica griglia di valutazione inedita per prodotti altrettanto inediti. La scelta – se trattarli come farmaci convenzionali, terapie geniche o vaccini – per cui si è optato è stata quella di trattarli come vaccini, poiché la strada dei vaccini è la più semplice e breve, ma estremamente parziale per quanto riguarda le valutazioni farmaco-tossicologiche precliniche e cliniche. I controlli sui vaccini tradizionali partono infatti dalla premessa che vi sia necessità di approfondimenti farmaco-tossicologici in quanto quei prodotti contengono sostanze inerti che si limitano a stimolare il sistema immunitario. Non è così per questi prodotti. Così ancora oggi continuiamo a utilizzare i vaccini COVID a RNA senza sapere quali saranno i loro effetti nel bene e nel male: un vero e proprio atto di fede, e questo è il contrario di come procede la scienza”.

Il vaccino come atto di fede, secondo il medico, un “messia di cui non è più possibile mettere in dubbio la sua potenza salvifica” secondo la scrittrice, che continua a raccontare: ”Quando poi ho letto, sempre nello stesso bugiardino, che «è possibile, dopo la vaccinazione, sviluppare una miocardite e pericardite», mi sono resa conto che nel frattempo, sui media, stava avvenendo qualcosa di non molto diverso dal gioco delle tre carte: tanto, nell’anno delle braccia conserte, tutte le morti erano dovute al Covid — in molti casi con tampone post mortem — altrettanto, a vaccinazione di massa avvenuta, nessun danno alla salute era conseguente al vaccino… Sono stata testimone di tre gravi effetti avversi avvenuti intorno a me, persone che conosco da decine di anni e sulla cui salute fisica e mentale non ho alcun dubbio: una miocardite seguita da un infarto fulminante, una pericardite, un’ischemia insorta 48 ore dopo il vaccino seguita da un problema neurologico che ha portato a una parziale paralisi alle gambe. Se una persona fino ad allora in ottima salute comincia a sentirsi male qualche giorno dopo la vaccinazione e in quel malessere non viene riconosciuta alcuna relazione con l’inoculo, si deve tornare ancora una volta nella dimensione metafisica: una fattura, un malocchio o un movimento infausto degli astri… C’è dunque ancora tanto da indagare, tanto da capire per poter fare un passo avanti in campo scientifico. Solo questo passo potrà rendere giustizia alla sofferenza e alle tante umiliazioni che questa situazione ha sparso a piene mani nella nostra società. È delle domande, è dei dubbi che abbiamo una terribile nostalgia. Tornare a farsi domande è l’antidoto a ogni possibile futuro pathos, perché interrogarsi, parlare, cercare di comprendere sono le uniche azioni che ci permettono di tornare nel dominio del reale e dell’umano”.

Si è ritenuto che il vaccino contro la COVID fornisse una protezione non solo individuale, ma collettiva, in quanto avrebbe permesso anche a chi è più esposto, più debole, più a rischio, di tornare a vivere le proprie relazioni sociali nonostante il virus. Quando i dati scientifici hanno smentito questa possibilità, e hanno dimostrato l’incapacità dei vaccini di creare l’immunità di gregge, anzi che i vaccinati si sono ammalati e quindi contagiato più dei non vaccinati, questa argomentazione, è caduta nel dimenticatoio.

Noi non riusciamo e non vogliamo dimenticare.

Le parole della Tamaro hanno scatenato una reazione di spregio, di scherno, di dileggio, prontamente ripresa dalle agenzie di stampa, secondo la consolidata tradizione del nostro paese nei confronti di chi esprime un pensiero difforme.

Il confronto, la tolleranza e l’accettazione del pensiero altrui sono pilastri della cultura occidentale e della vita democratica. Il dialogo si costruisce nel riconoscimento dell’opinione dell’altro. Questo atteggiamento costruttivo ha portato a profondi cambiamenti sia in ambito scientifico, superando il dogmatismo e la sua cecità, sia sul piano politico, contrastando il fanatismo. L’intolleranza, al contrario, è figlia del dottrinarismo, assolutistico e aprioristico, è frutto di una visione manichea del mondo, della cultura, della scienza, della morale e delle relazioni interpersonali. Genera la censura per sottrarsi al confronto, sancisce norme che legittimano, anzi pretendono il bavaglio sui media e su internet delle voci in dissenso dalla narrazione ufficiale, con il fine dichiarato di “proteggere da informazioni false e disinformazione”.

Il valore inestimabile della libertà (e pluralità) di espressione e informazione nel mantenere le società libere e aperte è oggi sottoposto a un attacco senza precedenti, di cui c’è poca consapevolezza. Non rinunceremo mai a difendere questa nostra libertà.