I più autorevoli direttori delle riviste scientifiche mettono in discussione il sistema che hanno contribuito a costruire.

Se il lettore è arrivato fin qui, dovrebbe ormai essere chiaro che questa riflessione non nasce dal desiderio di screditare la ricerca scientifica, ma esattamente dall’esigenza opposta: difenderne il metodo. Perché la scienza non coincide con la letteratura pubblicata, così come la pubblicazione di un articolo non coincide automaticamente con la dimostrazione di un fatto. Tra le due cose esiste un percorso complesso, fatto di scelte metodologiche, qualità dei dati, trasparenza dei protocolli, correttezza delle analisi statistiche e indipendenza intellettuale. È lungo quel percorso che la ricerca costruisce, oppure perde, la propria credibilità.

Non si tratta di un’affermazione provocatoria né di una posizione marginale: da oltre vent’anni alcune fra le personalità più autorevoli della medicina internazionale denunciano pubblicamente una crisi che riguarda proprio la qualità della produzione scientifica.

Nel 2005 John Ioannidis, epidemiologo e docente all’Università di Stanford, pubblicò quello che è probabilmente uno degli articoli metodologici più influenti degli ultimi decenni, Why Most Published Research Findings Are False. Attraverso un’analisi rigorosa dimostrò come campioni numericamente limitati, confronti multipli, analisi esplorative, conflitti di interesse, selezione dei risultati e pressione a pubblicare possano aumentare in modo sostanziale la probabilità che una conclusione apparentemente significativa non corrisponda alla realtà. Quel lavoro non sosteneva che la ricerca fosse inutile; sosteneva qualcosa di molto più scomodo: che il sistema con cui la ricerca viene prodotta e premiata può generare, con sorprendente facilità, risultati destinati a non essere confermati.

Qualche anno dopo Marcia Angell, per oltre vent’anni direttrice del New England Journal of Medicine, arrivò a una conclusione ancora più amara, maturata non da osservatrice esterna ma dalla posizione privilegiata di chi aveva valutato migliaia di manoscritti provenienti dai migliori gruppi di ricerca del mondo: «Non è semplicemente più possibile credere a gran parte delle ricerche cliniche pubblicate, né fare affidamento sul giudizio di medici autorevoli o di linee guida costruite su quelle ricerche. Non traggo alcun piacere da questa conclusione, alla quale sono arrivata lentamente e con riluttanza nel corso dei miei vent’anni come direttrice del New England Journal of Medicine.» È una frase che continua a colpire non per la sua durezza, ma per l’autorevolezza di chi l’ha pronunciata.

Nel 2015 Richard Horton, direttore di The Lancet, scriveva che una parte consistente della letteratura scientifica è affetta da studi troppo piccoli, effetti clinici modesti, analisi non sufficientemente robuste e conflitti di interesse tali da compromettere la qualità complessiva della produzione scientifica. Anche in questo caso non parlava un critico del sistema, ma uno dei custodi più influenti della ricerca biomedica mondiale.

Queste riflessioni assumono oggi un significato ancora più profondo: da una parte assistiamo alla moltiplicazione di Target Trial che, grazie a modelli statistici sempre più sofisticati, promettono di sostituire sperimentazioni che richiederebbero anni di lavoro e investimenti enormi; dall’altra continuiamo a considerare automaticamente inattaccabili studi randomizzati senza verificare quale sia stato realmente il gruppo di controllo, quale placebo sia stato utilizzato, quali eventi siano stati ricercati, per quanto tempo i partecipanti siano stati seguiti e quali limiti gli stessi autori abbiano dichiarato nel protocollo.

La medicina basata sulle prove ha rappresentato una delle più grandi conquiste della ricerca moderna e continua a essere il riferimento imprescindibile della pratica clinica, proprio per questo merita di essere difesa da ogni forma di semplificazione. Trasformare uno studio osservazionale in una verità definitiva soltanto perché supportato da algoritmi complessi significa tradire quello spirito critico che costituisce il fondamento stesso del metodo scientifico. Allo stesso modo, ritenere che la semplice etichetta di “studio randomizzato controllato con placebo” esaurisca il giudizio sulla qualità di una sperimentazione significa rinunciare a leggere ciò che realmente conta: il protocollo, il tipo di placebo impiegato, i criteri di inclusione, le modalità di raccolta degli eventi avversi e l’intero impianto metodologico.

La scienza non è mai stata un insieme di verità immutabili da accettare per autorità. È un metodo che vive di confronto, di verifica, di replica e, quando necessario, di smentita. Ogni volta che una conclusione viene elevata a dogma, ogni volta che il dissenso metodologico viene liquidato come antiscientifico senza entrare nel merito delle argomentazioni, ogni volta che un titolo sostituisce la lettura critica del protocollo, la scienza perde una parte della propria forza e si avvicina pericolosamente a ciò che non dovrebbe mai diventare: un argomento d’autorità.

Per questo, la prossima volta che qualcuno chiuderà una discussione con un perentorio «Lo dice la Scienza», forse varrà la pena ricordare che la scienza, quella autentica, non ha mai chiesto di essere creduta, ha sempre chiesto di essere controllata. E i primi a ricordarcelo sono stati proprio alcuni dei suoi interpreti più autorevoli.

È questa la differenza tra chi usa la scienza come uno slogan e chi continua a considerarla, nonostante tutto, il più straordinario strumento che abbiamo per avvicinarci alla verità.

Link alla prima e alla seconda parte