Non poco sconcerto ha suscitato, il 18 dicembre 2023 da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la pubblicazione del panel incaricato di sviluppare linee guida relative alla salute trasgender.

Il panel si incontrerà già a febbraio 2024 e dovrà stilare linee guida che si concentreranno su 5 aree:

  • fornitura di cure per l’affermazione del genere (compresi gli ormoni),
  • formazione medica, politiche sanitarie per l’affermazione del genere, 
  • fornitura di assistenza sanitaria per le persone trans e gender diverse che hanno subito violenza interpersonale basata sui loro bisogni,
  • politiche sanitarie che sostengano un’assistenza inclusiva di genere.
  • riconoscimento legale dell’identità di genere autodeterminata.

Molteplici sono i motivi di sconcerto e la prima considerazione che affiora alla mente è se davvero, con tutte le problematiche di salute che affliggono la popolazione mondiale, la salute transgender rappresenti una priorità.

Colpisce inoltre l’ estrema frettolosità con cui l’OMS intende stilare linee guida su un tema indubbiamente controverso e delicato che coinvolge la disforia di genere; il brevissimo tempo concesso per i commenti pubblici (8 febbraio 2024), il linguaggio stesso dell’annuncio che non appare affatto neutrale, ma già preordinato (fornitura di cure per l’affermazione del genere, riconoscimento legale dell’identità di genere autodeterminata… ) e soprattutto l’anomala composizione del panel di cui oltre 1/3 sono membri  di WPATH  (Word Professional Association of Trasgender Health) fanno riflettere.  Alcuni di loro hanno rilasciato a più riprese dichiarazione a dir poco “esplosive”: ad esempio Florence Ashley, giurista e bioeticista “transfemminile”, ritiene che il blocco della pubertà dovrebbe essere “offerto” a tutti, cosicché  ciascuno possa decidere in quale genere identificarsi e procedere più facilmente con terapie ormonali ed interventi chirurgici (devastanti).

Fortunatamente voci critiche qualificate e scientificamente valide si sono levate e fra queste ricordo le puntuali critiche sollevate da SEGM (Society for Evidence Based Gender Medicine).

Il problema della disforia di genere, ovvero il malessere percepito da una persona che non si riconosce nel sesso di nascita, è un problema indubbiamente rilevante, che investe e sconvolge l’identità più profonda. Il problema riguarda per lo più l’adolescenza, età già di per sé difficile, confusa, in cui si è alla ricerca della propria individualità ed in cui sono comuni – ed entro certo limiti direi fisiologiche – criticità anche sul versante della sfera sessuale, criticità che fortunatamente si risolvono spontaneamente nella stragrande maggioranza dei casi.

Viceversa enfatizzare, fino a considerare “normale” il fatto di poter scegliere a quale sesso appartenere, indipendentemente dalla biologia, può portare ad intraprendere un complesso percorso di trattamenti medici e chirurgici, in gran parte irreversibili.

Purtroppo ancora una volta mancano dati affidabili che quantifichino il problema, anche se sembra che dal 2018 al 2021 siano triplicati  gli adolescenti che nel nostro paese hanno fatto ricorso al SAIFIP (Servizio di Adeguamento tra Identità Fisica e Identità Psichica). Non sappiamo quanti ragazzi in Italia abbiano effettuato la transizione sociale, ovvero abbiano deciso di presentarsi agli altri nel genere che intendono affermare per sé stessi e non in quello assegnato alla nascita. Non sappiamo poi quanti di questi si siano sottoposti a trattamenti farmacologici utilizzando la triptorelina o ormoni del sesso opposto (testosterone nelle ragazze ed estrogeni nei ragazzi).

La triptorelina è un farmaco utilizzato sia per il trattamento di tumori ormono sensibili in stadio avanzato, come carcinoma della prostata e della mammella, sia in caso di pubertà precoce in quanto è in grado di bloccare la produzione degli ormoni sessuali. Nel 2019, con determina n. 21756/2019, l’AIFA ha inserito la triptorelina nell’elenco dei medicinali erogabili “off label”, ovvero al di fuori delle indicazioni consolidate, potendo quindi essere usata anche per bloccare la “pubertà fisiologica” nel caso di adolescenti con disforia di genere. Come in altri campi, anche in questo caso non c’è nel nostro paese un adeguato dibattito e confronto scientifico e non solo sono carenti dati certi e affidabili sull’estensione del fenomeno, ma non risulta sia previsto un adeguato follow up che valuti nel tempo il benessere fisico e psicologica dei soggetti che avessero intrapreso tale percorso, nonostante le tante incognite a lungo termine del blocco della pubertà fisiologica.

Tuttavia molte perplessità e dubbi sono emersi in paesi che hanno per primi intrapreso simili trattamenti: in Inghilterra è stata chiusa la clinica del Tavistock Centre di Londra, l’unica autorizzata nel trattamento di minorenni per transizione di genere, dopo le dure critiche della pediatra Hilary Cass. Nell’aprile del 2023 l’Economist è uscito con un titolo sensazionale, definendo “tragedia delle buone intenzioni” il madornale errore dell’ America sul cambio di sesso nei minori e denunciando il fatto che «troppi i medici hanno sospeso il loro giudizio professionale», sposando  acriticamente il modello di transizione di genere dei minori in assenza di prove. Più precisamente, l’Economist sostiene che «le prove a sostegno delle transizioni di genere medicalizzate negli adolescenti sono preoccupantemente deboli» e che, con riferimento ai bloccanti della pubertà, «l’efficacia e gli effetti collaterali dei trattamenti più comuni non sono ben compresi». Il giornale riporta anche l’incredibile boom di “trans pentiti” e di come, anche in questo delicatissimo campo, la medicina si sia fatta scavalcare dall’ideologia…. ogni riferimento al comportamento tenuto dalla classe medica anche nel corso della recente pandemia, è più che legittimo!

Vorrei concludere con alcune riflessioni strettamente personali: occupandomi da tanti anni dei rischi per la salute legati all’inquinamento ambientale, ed in particolari agli “interferenti endocrini”, mi chiedo perché nessuno indaghi anche su potenziale ruolo causale di queste sostanze su possibili effetti di disturbo nel riconoscimento della propria identità sessuale. Siamo tutti immersi, direi “inzuppati”, ancor prima di nascere, in un cocktail venefico di diossine, pesticidi, metalli pesanti, componenti plastici, additivi di ogni tipo che si acculano nell’aria, nelle acque e nella catena alimentare. Queste sostanze interferiscono con i più delicati processi biologici e di fatto assistiamo, fra i tanti altri effetti patologici, anche ad una diminuzione della fertilità, delle dimensioni di testicoli e pene e ad una aumentata incidenza di anomalie, specie del tratto riproduttivo maschile, quali criptorchidismo, tumori del testicolo, ipospadia.

Come è pensabile che agenti chimici che possono comportare anomalie del fenotipo non possano contribuire, unitamente a modelli sociali sempre più confusi, subdoli e distopici, anche all’insorgere di situazioni quali la disforia di genere?

Del resto è ormai un concetto consolidato che il nostro stato di benessere/malattia si fondi sul modello Bio Psico Sociale in cui più fattori di diversa natura interagiscono.

Infine ci sono anche altri aspetti che trovo inquietanti: la spasmodica ricerca “inclusività” – che passa anche attraverso l’utilizzo dell’* o del “genitore 1, genitore 2”- e l’esasperata pseudo “uguaglianza” – che quasi arriva a negare la diversità biologica fra maschio/femmina.

Questi aspetti tradiscono, a mio avviso, l’innata, ed oggi più che mai conclamata, tentazione dell’uomo di dominio sulla Natura, in una sorta di delirio di onnipotenza in cui tutto ciò che è fattibile è anche automaticamente lecito e desiderabile.

Ciò cui stiamo assistendo è di fatto un attentato alla nostra identità, il trionfo di una libertà senza freni e senza vincoli, l’affermazione di una volontà di autodeterminazione in lampante contrasto con la Biologia e la Natura, il sovvertimento infine della nostra essenza più profonda di “esseri umani” e come tali maschili o femminili.

Credo che tutto questo sia purtroppo funzionale ad un sistema che ci vuole sempre più fragili, isolati, farmacologicamente dipendenti e in definitiva manipolabili.

Non abbiamo bisogno di questo e tanto meno ne hanno bisogno i nostri giovani, sempre più confusi, fragili, depressi e infelici. Parafrasando Publio Cornelio Tacito che scriveva: “Orribile quel tempo in cui tocca sguainare la spada per affermare che l’erba è verde e la neve bianca“, noi potremmo dire “Orribile quel tempo in cui tocca sguainare la spada per affermare che siamo o maschi o femmine”!