I miti imperituri

I miti si sono sviluppati nel corso della storia umana, ne fanno parte integrante e il loro esame ci permette di osservare lo sviluppo della coscienza nel suo evolversi. La coscienza umana è cambiata nei millenni e nelle diverse forme di aggregazione sociale, ma un mito è rimasto pressoché inalterato nel tempo: quello dell’immortalità.

Prometeo, “colui che ci arriva prima”, possedeva un’alta coscienza sociale e sfidò l’ira degli dei per fornire agli esseri umani un bene comune come il fuoco; la punizione per avere consegnato qualcosa di sacro a coloro che non sarebbero stati in grado di farne buon uso fu la creazione di Pandora, portatrice di malattie e morte. In fondo, il racconto ricorda la Genesi biblica, quando gli esseri umani sfidano Dio gestendo malamente il frutto proibito.

Prima possedevano meno potere, ma potevano godere di una forma di vita primordiale e inconsapevole; con l’arrivo del fuoco diventano più potenti, attivando però anche le forze della distruzione. In un certo senso, questo passaggio coincide con l’avvento della coscienza, della ragione e della scienza: il fuoco usato per cucinare va dosato e calibrato per rendere il cibo appetibile e digeribile. Uno dei primi atti che potremmo definire scientifici riguarda proprio l’ottimizzazione del fuoco a scopo alimentare: l’uomo impara a governare una forza naturale, trasformandola in uno strumento capace di migliorare la propria esistenza.

Da allora, in forme sempre diverse, il desiderio di dominare i limiti imposti dalla natura non ci ha più abbandonato. Tra questi, il più radicale rimane quello della morte. Il mito dell’immortalità attraversa così i secoli come un’aspirazione profonda dell’essere umano; ha conosciuto innumerevoli trasformazioni, ma è arrivato fino ai giorni nostri continuamente rigenerato, cambiando linguaggio senza perdere la propria forza.

È tutto previsto nei geni?

Non sono soltanto gli “olistici”, con il loro concetto di salute globale, a perseguire l’idea di una vita lunga e sana. Morire sani non è malaccio, anche quando si ha piena coscienza di ciò che accade; procrastinare il trapasso, o magari non morire affatto, sarebbe ancora meglio, almeno secondo una prospettiva sovrannaturale.

Le religioni sono infatti prodighe nel proporre forme di esistenza ultraterrena nelle quali il futuro è assicurato, anche se su questo terreno non è possibile entrare agevolmente nei dettagli.

Oggi anche la ricerca scientifica ha preso seriamente in esame la longevità e una parte importante degli studi si concentra sui meccanismi genetici e cellulari che possono contribuire a spiegare perché alcune persone vivano più a lungo di altre. Si studiano, per esempio, i corredi genetici delle popolazioni delle cosiddette “zone blu”, aree caratterizzate da un’elevata presenza di persone molto longeve, tra cui la Sardegna e Okinawa.

L’obiettivo è individuare eventuali caratteristiche genetiche comuni che possano contribuire a una maggiore longevità. Non è ancora l’immortalità, naturalmente, ma per il momento ci si accontenta; poi, chissà.

Nel frattempo esistono persone che hanno scelto la crioconservazione nella speranza che, in futuro, la medicina possa curare malattie oggi non trattabili e consentire loro di tornare alla vita. Una prospettiva che rimane, almeno per ora, confinata alla speranza tecnologica più che alla pratica medica.

Un altro importante settore di ricerca riguarda i telomeri, strutture poste alle estremità dei cromosomi che contribuiscono alla protezione del DNA. Con le successive divisioni cellulari tendono ad accorciarsi e la loro lunghezza è stata studiata come uno dei marcatori associati ai processi di invecchiamento cellulare.

La relazione, tuttavia, non è così semplice da permettere di utilizzare la lunghezza dei telomeri come un vero e proprio “orologio della longevità” individuale. Diversi studi hanno osservato associazioni tra telomeri, invecchiamento e condizioni legate allo stile di vita; alimentazione, attività fisica, stress e obesità rientrano infatti tra i fattori studiati in relazione alla biologia telomerica.

Fabrizio d’Adda di Fagagna studia da anni i processi di senescenza cellulare e, in particolare, il cosiddetto SASP (Senescence-Associated Secretory Phenotype), cioè l’insieme di molecole di segnalazione che le cellule senescenti possono liberare nell’ambiente circostante.

Quando si arriva alla domanda del “che fare”, anche una ricerca sofisticata come questa finisce spesso per riportarci verso indicazioni molto meno spettacolari: movimento, alimentazione equilibrata, controllo del peso, riduzione degli stress cronici e, più in generale, stili di vita compatibili con il mantenimento della salute.

I neuroscienziati

Le proteine Klotho, il cui nome richiama Cloto, la dea greca che “tesse il filo della vita”, sono diventate uno dei bersagli biologici più interessanti nella ricerca sui processi di invecchiamento.

Klotho è coinvolta in diversi meccanismi cellulari e metabolici e viene studiata per il suo possibile ruolo nell’omeostasi, nei processi di senescenza e nella regolazione di alcune funzioni cellulari. Un interesse particolare riguarda anche il sistema nervoso centrale, dove questa proteina viene studiata in relazione al mantenimento delle funzioni cerebrali.

Il rene rappresenta una delle principali fonti di α-Klotho nell’organismo e proprio per questo viene considerato uno degli organi particolarmente interessanti nello studio dei rapporti tra metabolismo, senescenza e invecchiamento generale.

Un modello animale affascinante per lo studio della longevità è l’eterocefalo glabro, un roditore capace di vivere per diversi decenni, una durata eccezionale rispetto alle sue dimensioni. In questa specie il declino fisiologico legato all’età appare molto più lento rispetto ad altri roditori e anche i sistemi collegati a Klotho sono oggetto di studio.

Naturalmente un modello animale può fornire indicazioni preziose sui meccanismi biologici, ma non permette di trasferire automaticamente le stesse conclusioni all’essere umano.

Tra le sostanze studiate in relazione a Klotho compare anche la pappa reale. Studi sperimentali su cellule progenitrici renali hanno osservato che alcuni suoi componenti possono modificare marcatori associati alla senescenza cellulare e alla secrezione di α-Klotho. Si tratta però di risultati preclinici, interessanti sul piano biologico ma ancora lontani dal dimostrare un effetto sulla longevità umana.

Anche i polifenoli sono da tempo studiati per il loro rapporto con i meccanismi di risposta allo stress cellulare. Queste molecole sono prodotte dalle piante anche come risposta alle condizioni ambientali e possono interagire con diversi sistemi biologici dell’organismo umano.

Giovanni Scapagnini, neuroscienziato che si occupa di invecchiamento e nutrizione, richiama spesso il concetto di adattamento biologico: l’organismo, esposto a determinati segnali ambientali, può attivare sistemi di difesa e protezione.

In questo contesto vengono citate anche piante comunemente definite “adattogene”, come ginseng, rodiola rosea e Withania somnifera, conosciuta come Ashwagandha. Il termine descrive un’area di ricerca che tenta di comprendere come alcune sostanze possano interagire con i sistemi di risposta allo stress; non significa, naturalmente, che sia già dimostrata una loro capacità di prolungare la vita.

Entra così in gioco il concetto di ormesi, cioè la possibilità che uno stimolo di bassa intensità, pur rappresentando una forma di stress, possa attivare risposte adattative dell’organismo.

È interessante osservare come Scapagnini richiami anche il concetto tradizionale cinese di “Jing” del rene, collegandolo simbolicamente all’idea di una “riserva vitale”. Si tratta naturalmente di un paradigma culturale differente da quello della biologia molecolare, ma il confronto rimane suggestivo.

Per un approfondimento sui rapporti tra invecchiamento cerebrale, ricerca e interpretazione dei risultati osservazionali si può leggere anche Il vaccino contro l’Herpes Zoster ha risolto il problema della demenza?.

Ritorno alle origini

Si tratta, dunque, di citazioni appartenenti a paradigmi differenti. Espressioni come “riserva vitale” non appartengono al linguaggio della scienza accademica e, storicamente, concetti di questo tipo sono stati spesso guardati con diffidenza, come è avvenuto anche per quello di energia vitale.

A questo punto nasce spontanea una domanda: è possibile che, seguendo strade molto diverse, alcuni filoni della ricerca contemporanea finiscano per interrogarsi su fenomeni che altri sistemi medici avevano descritto con linguaggi completamente differenti?

E, spingendo ancora più avanti la provocazione, ci si può chiedere se il principio secondo cui uno stimolo molto piccolo può attivare una risposta biologica non suggerisca almeno la possibilità di tornare a interrogarsi anche sul tema delle dosi infinitesimali e ultramolecolari.

L’analogia con l’ormesi, tuttavia, non costituisce di per sé una dimostrazione: può suggerire una domanda di ricerca, ma una somiglianza concettuale non basta a dimostrare che meccanismi diversi producano gli stessi effetti biologici.

A volte la storia della scienza e della medicina presenta condizioni quasi “uroboriche”, nelle quali per arrivare a una nuova comprensione si compie un lungo percorso per poi tornare vicino al punto di partenza, osservandolo però con strumenti diversi.

Non si tratta di disdegnare il percorso scientifico o la medicina basata sulle prove; si tratta piuttosto di ricordare che il metodo dovrebbe servire a comprendere la realtà, non a impedire di guardarla quando qualcosa non rientra immediatamente nei paradigmi disponibili.

Se abbiamo davanti un fenomeno interessante, vale la pena osservarlo, studiarlo e metterlo alla prova. Le intuizioni possono nascere dalla natura, dalla tradizione o dall’esperienza; la verifica, invece, richiede strumenti capaci di distinguere ciò che funziona realmente da ciò che vorremmo funzionasse.

Come ricordava Hahnemann ne Lo spirito della dottrina omeopatica, anche l’osservazione della natura può rappresentare l’inizio di un percorso di conoscenza. Il resto spetta alla ricerca.