La Grecia è il laboratorio dell’Europa: l’UE influenza la sua politica economica con i propri aiuti finanziari ed è chiaro che la produzione agricola non è la sua priorità.

Come abbiamo già visto con la crisi della LSD (Dermatite Nodulare Contagiosa – Lumpy Skin Disease, delle vacche in Francia, Italia e Spagna), le normative europee in materia di politica sanitaria sono destinate a proteggere i grandi capitali investiti nell’industria agroalimentare e nel commercio di animali e non affatto a garantire la sicurezza dei piccoli allevamenti e la salute degli animali. Ma a volte le raccomandazioni dell’UE possono andare contro gli interessi nazionali: la Grecia non accetta l’ingiunzione europea di vaccinare il proprio bestiame contro la scabbia ovina e il vaiolo caprino per non danneggiare le esportazioni di formaggio feta.

  • La LSD viene presentata come molto più pericolosa per la salute animale di quanto non sia in realtà
  • forse lo stesso vale per l’afta epizootica, che è però molto più contagiosa.
  • la scabbia ovina e caprina sembra essere più grave soprattutto per gli animali giovani, è di più difficile valutazione perché la malattia conferisce un’immunità a vita agli animali guariti.

Il vaccino contro l’afta epizootica è molto discutibile perché il virus muta rapidamente, la protezione vaccinale è di breve durata e permette la circolazione silenziosa del virus. Al contrario, il vaccino contro il vaiolo ovino è abbastanza efficace: il rifiuto greco non è quindi di natura scientifica.

La Grecia svolge inoltre un ruolo particolare a causa della sua posizione geografica, che la rende la porta d’ingresso di malattie animali endemiche in Asia attraverso il confine con la Turchia. Le attuali epizoozie (afta epizootica e vaiolo ovino e caprino) illustrano la relatività del concetto di eradicazione utilizzato dall’UE: in questo caso, tale termine significa semplicemente che per alcune settimane o alcuni mesi un paese o una zona sono esenti da vaccinazione e da casi dichiarati per una malattia di categoria «da eradicazione immediata». Ma è senza dubbio necessario un termine fortemente carico di significato per giustificare l’abbattimento di mandrie sane, come nel caso delle recenti malattie.

Si è svolto un dibattito aperto tra le autorità e gli allevatori sulla necessità delle abbattute e sull’utilità delle vaccinazioni, nonché sui costi comparati di queste misure? una cosa è certa: le mandrie abbattute minacciano la sopravvivenza del patrimonio zootecnico e delle razze greche, la vaccinazione sospende lo status di indenne e impedisce le esportazioni di formaggio feta per alcuni mesi.

Introduzione

Tre malattie animali di categoria A (classificazione UE che comporta una «eradicazione immediata») hanno recentemente provocato epizoozie in Grecia.

È importante seguire da vicino ciò che accade in Grecia, che è in un certo senso il laboratorio d’Europa. Questo paese di 10,8 milioni di abitanti riceve infatti gli aiuti europei più elevati in proporzione alla sua popolazione e al suo PIL (gli aiuti rappresentano il 19,6% del PIL greco contro circa il 5,2% in media per l’insieme dell’UE) ; questa sovrarappresentazione si spiega con il suo basso PIL pro capite e con un’elevata disoccupazione, che sono in parte conseguenze della crisi economica del 2008.
L’eccessiva allocazione di crediti e aiuti a fondo perduto è orientata soprattutto verso la “transizione energetica”: la Grecia ha sviluppato notevolmente le energie “rinnovabili” (solare e soprattutto eolica) e produce più elettricità di quanta ne consumi, dato lo scarso sviluppo della sua industria. L’altro settore per il quale l’UE finanzia la Grecia è la “transizione digitale” (digitalizzazione della pubblica amministrazione e dell’istruzione e delle infrastrutture digitali). I sussidi agricoli sono complessivamente paragonabili, in termini di importo totale, a quelli di altri paesi di dimensioni simili, ma inferiori per ettaro rispetto a molti paesi dell’Europa occidentale poiché la maggior parte delle aziende agricole è di dimensioni molto ridotte. Questi sussidi rappresentano, come altrove nell’UE, una parte significativa del reddito agricolo ma gli agricoltori sono stati penalizzati da una frode massiccia che ha dirottato i sussidi verso persone talvolta senza alcun legame con l’agricoltura e che hanno dichiarato falsi terreni da pascolo o hanno esagerato il numero dei loro animali. Questo scandalo dell’OPEKEPE ha provocato le dimissioni di diversi ministri nell’aprile 2026, i sussidi sono stati bloccati dall’UE e i veri agricoltori non hanno ricevuto i loro aiuti.
È in questo contesto che si sono manifestate le due epidemie di malattie animali classificate nella categoria A dall’UE, ovvero da eradicare immediatamente: l’afta epizootica (Foot and Mouth Disease, FMD) e il vaiolo ovino/caprino causati dallo stesso virus (sheep and goat pox SGP).

Afta epizootica (Foot and Mouth Disease – FMD)

La malattia e la cronologia delle recenti epidemie

L’afta è classificata dall’UE nella categoria A delle malattie animali e quindi soggetta a eradicazione immediata. Si tratta di una malattia considerata ufficialmente molto grave. È soprattutto molto contagiosa, il virus responsabile è molto resistente, è un virus a RNA che muta e si ricombina molto. In questo modo sfugge facilmente all’immunità naturale e vaccinale. Secondo l’ANSES, gli animali convalescenti, guariti o vaccinati possono essere portatori ed espellere il virus per diversi mesi, il che li rende particolarmente pericolosi per le popolazioni animali indenni, anche se la frequenza di questo fenomeno è difficile da quantificare.

Il virus si diffonde facilmente oltre i confini e l’Europa è regolarmente esposta al rischio, poiché l’Asia e in particolare la Turchia sono zone endemiche.
È difficile farsi un’idea della reale gravità della malattia: secondo un rapporto sull’epidemia che imperversa in Libano dal novembre 2025, sono stati segnalati 53 focolai riguardanti 8.391 animali potenzialmente infetti, 2.934 casi confermati di cui 7.391 bovini potenzialmente infetti, 2.734 casi confermati e 51 decessi. Ciò rappresenta una mortalità dello 0,69%, una letalità dell’1,9% e una morbilità del 37% nei bovini. Gli allevatori libanesi stimano che il 60-70% delle mandrie sia stato colpito da questa epidemia, con una conseguente perdita di produzione lattiera che arriva fino alla metà dei volumi abituali. La mortalità e la letalità sono quindi sicuramente inferiori alle cifre riportate dai dati ufficiali, ma il pericolo di questa malattia è principalmente di natura economica a causa del calo della produzione lattiera e delle perdite di reddito degli allevatori.

La malattia viene inoltre generalmente individuata dal calo della produzione lattiera, che sembrerebbe essere l’unico sintomo nei casi recenti a Cipro e in Turchia.

La risposta delle autorità alla FMD varia a seconda dei paesi e delle epoche: nella parte turca di Cipro, nel 2025, sono stati vietati i movimenti di animali, sono state imposte drastiche misure di disinfezione e sono state applicate la quarantena delle mandrie infette e la vaccinazione di massa; non è stato segnalato alcun abbattimento. Secondo un comunicato stampa dell’UE, è stato applicato un piano di vaccinazione preventiva; il vaccino utilizzato è l’Aftovaxpur, con il 96% dei bovini vaccinati e il 72% degli ovini e dei caprini. La banca dei vaccini dell’UE ha fornito 529.000 dosi di vaccino. Anche la Turchia sta vaccinando con un tasso di copertura stimato al 90% all’inizio della primavera. Il vaccino è senza dubbio adatto al ceppo circolante (SAT1), proveniente dalla banca di antigeni che prende di mira i diversi ceppi esistenti.

Nel 2007, nella stessa regione era stato applicato l’abbattimento totale senza vaccinazione, che aveva contenuto l’epidemia dopo 6 mesi. In Libano è stata applicata la vaccinazione di massa, oltre a un controllo dei movimenti degli animali.

Nella parte europea di Cipro, secondo il bollettino dell’ESA del 5 maggio 2026, dal 19/02/2026 sono stati rilevati 108 focolai e la risposta è stata la vaccinazione di massa.
In Sudafrica è in corso una vasta campagna di vaccinazione del bestiame, al fine di eradicare l’afta epizootica. L’epidemia, che si sta intensificando dalla fine del 2025, minaccia l’approvvigionamento e le esportazioni di prodotti lattiero-caseari e di carne bovina. Più di 297.000 capi sono stati colpiti nel KwaZulu-Natal – epicentro della malattia – e più di 120.000 animali sono stati abbattuti.

Gli operatori del settore temono la perdita di posti di lavoro e di milioni di dollari di entrate, da quando paesi come la Cina e lo Zambia hanno vietato le esportazioni di carne sudafricana.

Il Canada dispone di una banca di vaccini ma non vaccina per non perdere il suo status di indenne (dalla malattia e dalla vaccinazione). Se dovesse scoppiare un’epidemia, è previsto l’abbattimento totale (degli animali infetti ed esposti), associato alla vaccinazione d’emergenza.

La Francia mantiene una banca di vaccini (con 6 ceppi) in collaborazione con Boehringer Ingelheim, che gestisce la banca.
L’UE ha abbandonato la vaccinazione nel 1991 poiché la malattia è stata ufficialmente eradicata. La vaccinazione di routine è vietata, ma in caso di crisi può essere attuata una vaccinazione d’emergenza.

Il concetto di eradicazione è del tutto relativo, poiché da allora si verificano regolarmente focolai: in Italia (1993), in Grecia (nel 2000 a causa di animali provenienti dalla Turchia) e nel Regno Unito nel 2001. In Germania, un focolaio è comparso nel gennaio 2025, ma Bruxelles non autorizza la vaccinazione. La Germania ha perso lo status di indenne il 9 gennaio 2025 e lo ha riottenuto il 14 aprile 2025. Più recentemente sono stati segnalati 5 focolai nei bovini in Ungheria e 6 in Slovacchia (2025). Secondo l’ESA (Epidemiovigilanza in Sanità Animale, rapporto del mese di marzo 2026), l’epidemia nell’Europa centrale è sotto controllo. L’UE cerca innanzitutto di conservare lo status di indenne (da malattia e da vaccinazione) per poter esportare. Dispone di una banca di vaccini da 30 milioni di dosi per far fronte a un’epizoozia che sfuggisse al controllo: verrebbe allora praticata una vaccinazione preventiva ad anello attorno ai focolai. Il problema è che il virus può continuare a circolare in modo asintomatico tra gli animali vaccinati. Inoltre esistono diversi ceppi del virus dell’afta epizootica (7 ceppi e 80 sottotipi) e i vaccini sono efficaci solo contro il ceppo specifico; i paesi che praticano la vaccinazione a titolo preventivo vedono regolarmente comparire nuovi focolai causati da ceppi non coperti dal vaccino.

Secondo l’OIE (Organizzazione Mondiale per la Salute Animale), «È importante utilizzare vaccini a virus inattivati, poiché questi non sono in grado di moltiplicarsi negli animali vaccinati. L’uso di vaccini a virus vivi non è accettabile a causa del rischio di ritorno alla virulenza. La vaccinazione può svolgere un ruolo in una strategia efficace di lotta contro l’afta epizootica, ma la decisione di ricorrere o meno alla vaccinazione spetta alle autorità nazionali.»

Epidemia di afta epizootica in Grecia sull’isola di Lesbo (di fronte alla Turchia) nel 2026

Secondo l’ESA (bollettino del 5 maggio 2026), dal 15 marzo 2026 sono stati rilevati 65 focolai sull’isola; la malattia è endemica in Turchia. Il sierotipo rilevato a Lesbo è lo stesso che circola in Turchia (SAT1). A Lesbo riguarda focolai misti bovini/ovini/caprini. Secondo l’ESA, la malattia causa mortalità solo tra i giovani; sono segnalati casi clinici ma non di malattia grave. L’ESA rileva una percentuale significativa di animali sieropositivi ai test sierologici, mentre i risultati virologici sono negativi. Ciò significa che l’afta epizootica si è diffusa in modo subclinico tra i piccoli ruminanti. Il virus può quindi circolare senza causare malattia; il pericolo di questo virus risiede quindi nella sua resistenza e contagiosità e non nella gravità della malattia che provoca tuttavia, questa malattia viene presentata come molto grave dalle autorità ma secondo il bollettino ufficiale dell’OMSA, nessun animale è deceduto e la morbilità nel primo focolaio era del 3% secondo il GTV. Sono stati tuttavia abbattuti da 8.000 a 10.000 animali (principalmente pecore e capre) tra le mandrie delle 3.000 famiglie di allevatori dell’isola.

L’Unione Europea, nel tentativo di preservare lo status di territorio indenne — condizione particolarmente rilevante per i grandi esportatori greci di formaggio Feta — continua a non autorizzare il ricorso alla vaccinazione, scelta condivisa dal governo greco. Allo stesso tempo, Bruxelles ha messo a disposizione della Grecia la propria banca di vaccini, qualora Atene decidesse di modificare la propria strategia.

Sul territorio, però, la pressione cresce: gli allevatori chiedono da tempo l’avvio della vaccinazione e, in alcuni casi, hanno bloccato il porto di Mitilene per ottenere una risposta più concreta. La loro richiesta nasce da una situazione ormai drammatica, ma non può essere letta come una soluzione semplice o priva di conseguenze.

Come abbiamo già visto, infatti, la vaccinazione rappresenta una risposta problematica: nel caso specifico si dovrebbe ricorrere a vaccini a virus inattivato, poiché quelli a virus vivo comportano il rischio di regressione verso un ceppo patogeno. Anche questa opzione, tuttavia, offre una protezione limitata, stimata intorno ai sei mesi e legata al ceppo circolante; un virus capace di mutare rapidamente può sfuggire alla copertura vaccinale, mentre gli animali vaccinati potrebbero contribuire a una circolazione silenziosa dell’infezione.

Nel frattempo, la sorveglianza sugli allevamenti viene rafforzata: quattordici veterinari militari sono stati inviati sull’isola e la commercializzazione dei formaggi è sottoposta a condizioni particolarmente rigorose. Lo Stato ha annunciato un “sostegno finanziario totale” agli allevatori colpiti, ma l’esperienza insegna che le promesse di indennizzo non sempre si traducono in pagamenti rapidi, completi e realmente sufficienti a compensare le perdite subite.

A complicare ulteriormente il quadro, alcuni scienziati greci dell’Università di Atene chiedono la sospensione dell’abbattimento totale delle pecore, animali che rappresentano una razza unica, adattata all’ecosistema locale e centrale nella produzione di formaggi tradizionali, tra cui la Feta. Secondo questi ricercatori, sulla base degli studi disponibili, la vaccinazione con vaccini DIVA sarebbe meno costosa rispetto all’abbattimento delle mandrie e più efficace nel contenere la malattia.

Resta però il nodo principale: se l’abbattimento indiscriminato appare una misura devastante sul piano economico, ecologico e culturale, la vaccinazione non può essere presentata come la risposta ideale. È piuttosto una soluzione di emergenza, parziale e imperfetta, che può ridurre alcuni danni ma ne apre altri. Ancora una volta, la questione non è scegliere tra una misura “buona” e una “cattiva”, ma pretendere che le decisioni vengano prese alla luce di tutti i costi, di tutte le incertezze e di tutte le conseguenze, comprese quelle che ricadono sugli allevatori, sugli animali e sui territori.

A nostro parere bisognerebbe valutare in modo indipendente le perdite economiche realmente causate dall’afta epizootica: tutte queste misure di biosicurezza sono proporzionate a tali perdite?

Peste ovina e vaiolo caprino (Sheep and Goat Pox – SGP)

Le autorità europee e i sindacati agricoli hanno lanciato allarmi riguardo alla peste ovina e al vaiolo caprino nella primavera del 2026 e al rischio di introduzione in Francia. Un’epidemia imperversa in Grecia, Bulgaria e Romania dall’agosto 2024 con una recrudescenza nel 2025-2026. Queste malattie sono causate da virus del genere Capripoxvirus, della stessa famiglia Poxviridae di quello della LSD; sono molto simili e altamente contagiosi tra capre e pecore; la malattia si diffonde su lunghe distanze attraverso il trasporto di animali e di materiale contaminato (i virus sono molto resistenti).

I due virus caprini e ovini sono molto simili geneticamente (circa il 96-97% di identità nucleotidica) tra loro e con quello della LSD e antigenicamente simili. Ciò significa che gli anticorpi contro questi virus non possono essere distinti mediante i classici test sierologici; solo i metodi molecolari (PCR specifiche) consentono di differenziare i genomi dei virus. Essi provocano lesioni cutanee caratteristiche (noduli, papule, croste) e segni generali come la febbre. La gravità della malattia dipende dalla razza animale infettata, dal ceppo virale ed è influenzata da malnutrizione, affaticamento e parassitosi: come per la LSD, non è quindi possibile prevedere la gravità della malattia in una popolazione mai esposta. Gli agnelli sono particolarmente sensibili e spesso muoiono a causa della malattia: questo rappresenta il maggiore impatto economico della malattia, insieme al calo della produzione lattiera.

I virus non sono trasmissibili all’uomo. A differenza della LSD, la trasmissione avviene per contatto diretto. Gli animali che sopravvivono alla malattia sono immunizzati a vita. I vaccini attenuati specifici contro questi virus e quelli contro la LSD forniscono un’immunità crociata (protezione eterologa). Il vaiolo è endemico in Africa, Medio Oriente, Turchia, Russia, Asia centrale, India e Cina. Si osservano incursioni in Europa (in Spagna nel 2022-2023, in Grecia e Bulgaria dal 2024). L’introduzione deriva probabilmente dalla transumanza e dai movimenti illegali di animali.

Morbilità e mortalità della malattia

Secondo il rapporto EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) del 2021, la morbilità e la mortalità sono poco conosciute nelle regioni non esposte alla malattia come l’Europa. Il livello di virulenza dipende dal ceppo e dalla razza infettata; le pecore e le capre europee sono più sensibili rispetto alle razze autoctone africane e asiatiche. L’EFSA non esclude la possibilità di un’infezione subclinica e gli esperti ritengono che il 100% degli animali non esposti sviluppi la malattia in caso di inoculazione sperimentale. La malattia è endemica in Africa, Medio Oriente, Turchia e Asia (India e Cina). L’EFSA raccomanda di controllare la malattia nelle zone non endemiche mediante abbattimento, restrizione dei movimenti e disinfezione.

Secondo uno studio etiope condotto in una zona endemica, i tassi di morbilità, mortalità e letalità ammontavano rispettivamente al 50,8%, 2,9% e 5,8% nelle capre, e al 52,3%, 1,2% e 2,2% negli ovini; i decessi si riscontravano quasi esclusivamente tra gli animali giovani e soprattutto tra i neonati. In Pakistan uno studio ha rilevato una morbilità nelle capre del 16% (maschi) e del 6% (femmine); una mortalità del 3% e del 2% e una letalità (CFR, percentuale di decessi tra gli animali malati) del 20% e del 39% rispettivamente nei maschi e nelle femmine. Nelle pecore in India, la morbilità era compresa tra il 47% e il 75% e la mortalità tra il 3% e il 37%. La mortalità varia quindi a seconda delle razze e dei paesi in cui la malattia è endemica.

La normativa europea impone l’abbattimento totale delle mandrie colpite e misure di biosicurezza simili a quelle applicate per la LSD bovina, mentre il ricorso alla vaccinazione è un complemento: la decisione spetta agli Stati in accordo con l’UE. Grecia, Bulgaria e Romania hanno applicato l’abbattimento totale e le misure di biosicurezza, ma non hanno avviato una campagna di vaccinazione. Al contrario, la Turchia non ha proceduto all’abbattimento ma ha vaccinato.

In Grecia, nel periodo compreso tra agosto 2024 e il 19 aprile 2026, sono stati confermati in totale 2.152 casi di vaiolo ovino e caprino e il numero di allevamenti colpiti ammonta a 2.660. Sono stati abbattuti 486.666 ovini e caprini, pari al 5-10% del patrimonio zootecnico nazionale. Tra il 6 e il 19 aprile 2026 sono stati registrati in totale cinque nuovi casi. Il trasporto di capre e pecore e il pascolo sono vietati fino al 30 giugno 2026, ovvero durante il periodo di abbondanza di foraggio, il che mette a rischio tutte le aziende agricole che rischiano quindi di rimanere a corto di foraggio molto presto.

La distruzione del 5-10% del patrimonio zootecnico nazionale va messa a confronto con i tassi di mortalità (tra l’1 e il 37%) e letalità (dal 2 al 39%) riscontrati nei paesi endemici: è giustificato? In Grecia si sono registrati 2.152 casi; anche con una letalità del 100%, si sarebbero quindi avuti 2.152 decessi, a fronte dei 486.666 ovini abbattuti. Ci verrà ribattuto che questi abbattimenti hanno evitato la morte di molti più animali: gli esperti prevedono quindi una mortalità molto elevata senza alcuna conoscenza precisa, poiché nessuno conosce la mortalità (tasso di decessi sulla popolazione totale) e la letalità (tasso di decessi tra gli animali infetti) reali tra gli animali in Grecia.

La vaccinazione

L’UE segue le raccomandazioni dell’EFSA del 2025-2026 e consiglia l’uso d’urgenza di vaccini attenuati; la CE dispone di una scorta strategica di vaccini di circa 500.000 dosi destinate ad essere distribuite in emergenza: si tratta, come per la LSD, di vaccini vivi attenuati prodotti al di fuori dell’UE e quindi non approvati per un uso di routine nell’UE. Questi vaccini offrono una buona protezione (80-100% contro la mortalità e forte riduzione dell’escrezione virale), ma generalmente non consentono di distinguere facilmente gli animali vaccinati da quelli infetti (mancanza di un test DIVA affidabile), il che pone un problema per lo status commerciale del paese. Il principale vaccino immagazzinato si basa sul ceppo RM65 (o ceppo jugoslavo RM65), talvolta associato ad altri ceppi affini come il ceppo rumeno. Sono particolarmente efficaci contro la mortalità, ma possono provocare reazioni locali o sistemiche in alcune razze sensibili. Secondo l’EFSA, la vaccinazione su scala nazionale consentirebbe il controllo della malattia in un anno, mentre la vaccinazione solo regionale rischia di far sfuggire il virus a meno che non vengano applicate misure rigorose di controllo dei movimenti degli animali (misure che in Grecia non vengono applicate con sufficiente rigore).

Resistenza del governo greco alla vaccinazione

Come già ricordato, l’Unione Europea ha messo a disposizione della Grecia alcune dosi di vaccino attraverso la propria banca vaccinale. La scelta non è casuale: secondo l’EFSA, all’inizio del 2026 l’epidemia era ormai fuori controllo, anche a causa del mancato rispetto delle misure di biosicurezza. In una fase così avanzata, l’abbattimento totale degli animali infetti e dei capi esposti non poteva più essere considerato una strategia realmente efficace; avrebbe potuto funzionare solo in caso di individuazione precoce dei focolai e di intervento immediato, condizioni che, all’inizio dell’epidemia nel 2025, non si sono verificate.

Il governo greco, tuttavia, continua a rifiutare la vaccinazione. La motivazione ufficiale è che, in un contesto in cui le misure di biosicurezza risultano scarsamente rispettate sul campo, la vaccinazione potrebbe mascherare le infezioni reali e rendere ancora più difficile il controllo della circolazione virale. Su questo punto, almeno in parte, la posizione greca coincide con le preoccupazioni espresse dall’EFSA: senza controlli rigorosi, tracciabilità affidabile e gestione corretta dei movimenti animali, la vaccinazione rischia di diventare non uno strumento di contenimento, ma un ulteriore elemento di opacità.

Nell’ottobre 2025 alcuni professori di medicina veterinaria di Salonicco e della Tessaglia hanno pubblicato una lettera a sostegno della linea ufficiale. Secondo loro, non sarebbe stato possibile utilizzare vaccini non formalmente omologati dall’Unione Europea; inoltre, l’esperienza dei Paesi in cui la vaccinazione viene praticata da oltre un decennio mostrerebbe il fallimento dell’eradicazione dell’infezione. A preoccupare era anche la possibile perdita dello status di indenne, poiché i vaccini disponibili non sarebbero DIVA e non consentirebbero quindi di distinguere gli animali vaccinati da quelli naturalmente infetti. Da qui la richiesta di applicare con rigore le misure di biosicurezza, in particolare il controllo dei movimenti degli animali.

La posta in gioco economica è enorme: la perdita dello status di indenne comporterebbe restrizioni sulle esportazioni di prodotti di origine animale, compresi carne, latte e formaggi. La Feta, pilastro dell’economia agricola greca, è particolarmente esposta: il suo valore nelle esportazioni raggiunge circa un miliardo di euro. La Gran Bretagna ha già vietato l’importazione di animali vivi e di prodotti derivati provenienti dalla Grecia, segnale evidente di quanto la crisi sanitaria si stia trasformando anche in una crisi commerciale.

L’EFSA, dal canto suo, raccomanda la vaccinazione, richiesta anche da numerosi allevatori greci e l’Unione Europea avrebbe inviato diverse lettere alla Grecia a partire dal maggio 2025, chiedendo una rigorosa applicazione delle misure di biosicurezza, soprattutto per quanto riguarda i movimenti degli animali, e raccomandando il ricorso alla vaccinazione. Il commissario Várhelyi avrebbe definito fallimentare l’approccio seguito dalla Grecia da oltre un anno, richiamando carenze sistemiche nella gestione della malattia: insufficienza di veterinari ufficiali, lacune nella biosicurezza, ritardi diagnostici, possibile sottostima dei casi sospetti e rapida diffusione del virus verso nuove aree.

Nonostante questo, il governo greco sostiene di aver seguito tutte le raccomandazioni europee, affermazione che appare difficilmente compatibile con il quadro descritto dagli stessi organismi comunitari. A metà ottobre 2025, ottantotto persone risultavano arrestate per presunte violazioni dei divieti di spostamento degli animali e di pascolo, un dato che conferma quanto il problema non riguardi soltanto la disponibilità di strumenti sanitari, ma anche la capacità concreta dello Stato di far rispettare le misure adottate.

Per comprendere la portata del disordine, bisogna leggere anche la stampa greca. Non a caso, un editorialista della rivista Agronews ha utilizzato una parola semplice e pesante: “caos” ed è proprio il caos amministrativo, veterinario e gestionale a sembrare uno degli elementi decisivi di questa epidemia.

A rendere ancora più fragile il quadro c’è il problema dei dati: l’EFSA ha segnalato che le informazioni sul numero di ovini e caprini trasmesse dalla Grecia sarebbero errate. Secondo alcune ricostruzioni, il Paese avrebbe dichiarato diversi milioni di animali in più per ottenere sovvenzioni. Nel 2021 la Grecia avrebbe comunicato all’organismo incaricato di gestire i contributi europei la presenza di 16 milioni di caprini e ovini; secondo Eurostat, nello stesso anno, il Paese contava invece 7.690.900 ovini e 3.135.100 caprini, per un totale di 10.826.000 capi. Nel 2024, secondo i dati pubblicati nel giugno 2025 dall’ufficio statistico greco ELSTAT, la popolazione complessiva di ovini e caprini era pari a 10.350.915 animali; nello stesso anno, al sistema SIPA sarebbero stati dichiarati 15.891.882 capi, sulla base dei quali l’OPEKEPE avrebbe erogato sovvenzioni.

Se i dati di partenza sono alterati, anche i modelli epidemiologici diventano inevitabilmente più fragili. È difficile prevedere l’andamento di un’epidemia, stimare l’efficacia delle misure di contenimento o calcolare l’impatto della vaccinazione quando non si conosce con precisione nemmeno la popolazione animale realmente presente sul territorio. La biosicurezza, prima ancora che una procedura sanitaria, richiede dati affidabili; senza dati affidabili, ogni decisione rischia di muoversi su fondamenta instabili.

Il confronto con l’epidemia di dermatite nodulare contagiosa del 2015 è istruttivo: allora l’Unione Europea impose la vaccinazione in Grecia per proteggere l’allevamento bovino europeo. Non esisteva un vaccino omologato in Europa e la Grecia importò un prodotto dal Sudafrica, autorizzato in via d’urgenza dall’UE. Nel 2025, una procedura analoga avrebbe potuto essere presa in considerazione anche per il vaiolo ovino e caprino, poiché esistono vaccini che l’Unione Europea potrebbe valutare e autorizzare in condizioni emergenziali.

Nel caso della dermatite nodulare contagiosa, inoltre, non era inizialmente possibile distinguere gli anticorpi prodotti dal vaccino da quelli generati dall’infezione naturale. Eppure, un gruppo di scienziati greci, sotto l’egida della Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università Aristotele di Salonicco, riuscì a mettere a punto un metodo di differenziazione DIVA. Quel lavoro, invece di essere valorizzato e sviluppato come risorsa strategica, sembra essere rimasto ai margini, mentre i ricercatori coinvolti oggi ricoprirebbero incarichi lontani da quel contributo scientifico.

La differenza politica tra il 2015 e il 2025 appare evidente. Allora la minaccia riguardava l’allevamento bovino europeo e l’intervento fu deciso con maggiore determinazione; oggi, invece, l’allevamento ovino e caprino coinvolge soprattutto Paesi come Grecia, Spagna, Portogallo e Francia, e la percezione del rischio per il resto d’Europa sembra minore. È difficile non chiedersi se la minore pressione comunitaria dipenda anche da questo: quando il rischio tocca interessi più ampi, l’emergenza viene gestita con strumenti straordinari; quando ricade su comparti più circoscritti, la risposta diventa più lenta, contraddittoria e meno incisiva.

In questo vuoto decisionale si inserisce anche il tema, particolarmente delicato, della vaccinazione illegale. Secondo segnalazioni provenienti dal Regno Unito, alcuni allevatori avrebbero fatto ricorso a vaccini importati illegalmente, in particolare dalla Turchia. La questione è grave non solo dal punto di vista sanitario, ma anche da quello politico ed economico. Se una vaccinazione non dichiarata viene praticata senza tracciabilità, senza controllo pubblico e senza registrazione ufficiale, il risultato può essere una falsa sicurezza epidemiologica e, al tempo stesso, il mantenimento formale di uno status commerciale che nella realtà potrebbe essere già compromesso.

Resta aperta una domanda scomoda: si tratta davvero soltanto di iniziative spontanee di singoli allevatori disperati, oppure di una forma di vaccinazione informale tollerata, se non indirettamente favorita, per proteggere l’industria agroalimentare e le esportazioni di Feta senza dichiarare ufficialmente il cambio di strategia? Secondo Christina Onasoglou, segretaria dell’Associazione dei casari di Larissa, il presidente della Commissione nazionale per la gestione del vaiolo, il professor Billinis, avrebbe riconosciuto che la diffusione del vaiolo era stata fermata grazie a circa un milione di vaccinazioni illegali. Sempre secondo questa ricostruzione, la vaccinazione non dichiarata sarebbe stata decisa dagli allevatori in collaborazione con l’industria alimentare esportatrice di Feta. Se fosse stata ufficialmente ammessa, avrebbe potuto avere un forte impatto sulle esportazioni.

Anche l’abbattimento e l’eliminazione delle pecore sono stati gestiti in condizioni estremamente critiche. Gli allevatori hanno dovuto attendere l’intervento dei servizi veterinari e, in molti casi, si sono trovati soli davanti ad animali malati o morti. Alcuni, esasperati, avrebbero abbattuto autonomamente i propri capi e li avrebbero seppelliti insieme agli animali deceduti per la malattia. Mancavano veterinari, mancavano operatori specializzati, mancava una macchina pubblica capace di intervenire nei tempi richiesti.

Secondo il protocollo, l’abbattimento dovrebbe avvenire entro 48 ore dalla diagnosi; alcuni allevatori avrebbero invece atteso fino a un mese e mezzo. In queste condizioni, contenere la malattia era praticamente impossibile. Il virus ha avuto il tempo di diffondersi, gli animali infetti sono rimasti negli allevamenti troppo a lungo e le misure teoricamente drastiche sono diventate, nella pratica, tardive e inefficaci.

Per questo è scorretto scaricare sugli allevatori tutta la responsabilità della diffusione. Certo, le violazioni delle misure di biosicurezza esistono e non possono essere ignorate, ma quando lo Stato non garantisce diagnosi rapide, abbattimenti tempestivi, smaltimento sicuro delle carcasse e indennizzi adeguati, la biosicurezza resta una parola scritta nei protocolli, non una realtà applicabile sul campo.

Anche lo smaltimento delle carcasse ha mostrato tutte le fragilità del sistema: le procedure prevedono l’interramento con calce o l’incenerimento, ma in alcune aree la vicinanza delle falde acquifere rende problematico il seppellimento. Nonostante ciò, alcuni allevatori vi avrebbero fatto ricorso per mancanza di alternative, anche perché la capacità di incenerimento era insufficiente: l’impianto della Tessaglia, ad esempio, non sarebbe in grado di trattare più di 200 animali al giorno.

La vicenda greca mostra così il fallimento di una gestione costruita su dichiarazioni formali, dati incerti, controlli insufficienti e decisioni rinviate.

La vaccinazione non è una soluzione miracolosa, soprattutto se applicata senza tracciabilità e senza una biosicurezza reale; l’abbattimento totale, però, diventa una misura crudele e inefficace se arriva tardi, senza mezzi, senza veterinari, senza smaltimento sicuro e senza sostegno concreto agli allevatori. Il punto, ancora una volta, non è scegliere una parola d’ordine, ma guardare l’intero sistema: quando la sanità animale viene piegata alla tutela dello status commerciale, a pagare il prezzo sono gli allevatori, gli animali, i territori e, alla fine, la credibilità stessa delle istituzioni.

Nel luglio 2025 alcune pecore sono state addirittura sepolte vive: le autorità competenti hanno incaricato gli allevatori di «immobilizzare e anestetizzare» essi stessi ovini e caprini e, non disponendo della «pistola» speciale per abbattere le pecore, hanno deciso di seppellirle vive sotto uno strato di terra, plastica e polvere di marmo. La risposta delle autorità è stata quella di sostituire il capo del servizio veterinario della regione.
Si è svolto un dibattito democratico tra gli allevatori, i loro sindacati e il governo in merito a questa vaccinazione? Il costo di questa abbattimento è stato messo a confronto con quello della vaccinazione? La vaccinazione del bestiame comporterebbe il divieto di esportare la Feta per alcuni mesi, ma è più costoso dell’abbattimento di 500.000 pecore?