Il giornalismo scientifico dovrebbe verificare le affermazioni delle autorità, chiedere gli studi e discuterne i limiti.

Il confronto tra Robert F. Kennedy Jr. e Dana Bash alla CNN racconta invece un problema che non riguarda soltanto gli Stati Uniti. Anche in Italia, durante la pandemia, una parte dell’informazione ha progressivamente rinunciato alla propria funzione critica, trasformando il richiamo alla “Scienza” in un argomento d’autorità.

Negli Stati Uniti è andato in scena uno scambio televisivo tra Robert F. Kennedy Jr. e Dana Bash alla CNN che merita attenzione non tanto per il protagonista, quanto perché affronta temi sorprendentemente simili a quelli che abbiamo vissuto in Italia.

Quando il giornalismo scientifico non cita gli studi

Ospite della CNN, Kennedy si è trovato di fronte alle consuete accuse di diffondere disinformazione sui vaccini. La giornalista Dana Bash ha richiamato più volte il consenso scientifico, le autorità sanitarie e il parere degli esperti. Kennedy, invece, ha ricondotto continuamente la discussione sul terreno che dovrebbe essere naturale per il giornalismo scientifico e per chiunque parli di medicina: «Mi citi lo studio.»

La domanda è rimasta senza risposta.

Quando il confronto si è spostato sui vaccini contro la Covid-19, Kennedy ha chiesto uno studio che dimostrasse come, nei bambini, la vaccinazione avesse prodotto più benefici che danni. Bash non ha citato alcuna pubblicazione, ma ha richiamato stime sul numero di vite salvate e attribuito alla disinformazione decine di migliaia di morti. Kennedy ha insistito: «Mi citi lo studio.»

Pochi minuti dopo è toccato al tema del rapporto tra autismo e vaccini. Bash ha affermato che “studio dopo studio” sarebbe stato escluso qualsiasi collegamento. Kennedy non ha risposto contrapponendo slogan, ma ha contestato proprio quel modo di comunicare: evocare genericamente “la scienza” senza spiegare a quali studi ci si riferisca, quali siano i loro limiti e perché eventuali risultati discordanti vengano sistematicamente ignorati.

Il messaggio di Kennedy dovrebbe essere condiviso da tutti: è tempo di abbandonare il principio di autorità e tornare al metodo scientifico. Quando un giornalista, un divulgatore o un politico afferma che “la scienza sostiene” qualcosa, dovrebbe essere pronto a mostrare le prove, non semplicemente a invocarle.

Il principio di autorità nell’informazione italiana

È esattamente ciò che durante la pandemia è mancato troppo spesso anche nel nostro Paese. Sul Covid, sull’autismo e su molti altri temi di salute pubblica, il richiamo alla “Scienza” ha progressivamente sostituito il confronto con la letteratura scientifica. Le dichiarazioni provenienti dal Ministero della Salute, dall’AIFA, dall’Istituto Superiore di Sanità o dagli organismi internazionali sono state frequentemente riportate come verità ormai acquisite, mentre il dibattito sulle prove disponibili scompariva dai giornali e dalle televisioni.

La crisi del giornalismo scientifico non nasce dalla mancanza di esperti o di pubblicazioni, ma dalla rinuncia a esaminare pubblicamente gli studi, i loro limiti e le interpretazioni discordanti. Il richiamo al consenso finisce così per diventare una scorciatoia comunicativa: non spiega perché una conclusione debba essere considerata attendibile, quali dati la sostengano e quali margini di incertezza rimangano, ma chiede al pubblico di accettarla sulla base dell’autorevolezza di chi la pronuncia.

In democrazia, come nella scienza, nessuno possiede una patente permanente di verità. È quindi significativo che una delle più importanti giornaliste americane abbia continuato a richiamarsi alla Scienza senza riuscire a citare gli studi sui quali fondava le proprie affermazioni. Chiunque segua l’informazione italiana sulla pandemia e sui lavori della Commissione Covid potrebbe ricordare facilmente molti episodi analoghi.

Il confronto sulle prove è stato così sostituito dall’appello al consenso, mentre medici e ricercatori che proponevano letture differenti venivano spesso liquidati con un’etichetta anziché confutati nel merito. Il risultato non è stato quello di rafforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, ma di incrinarla. La fiducia nasce dalla trasparenza, dalla possibilità di verificare le affermazioni e dalla disponibilità a discutere anche i dati scomodi, non dall’uniformità del racconto.

La domanda che il giornalismo dovrebbe tornare a fare

La frase più significativa dell’intervista, forse, non è stata «Mi citi lo studio», ma quella rivolta direttamente alla giornalista: «Lei considera suo compito ridurre l’esitazione vaccinale oppure dire la verità ai cittadini?»

È una domanda che non riguarda soltanto la CNN, ma tutto il giornalismo scientifico e, più in generale, l’informazione italiana.

Forse continuiamo ad avere un’idea troppo romantica dell’informazione. Pensiamo ancora che il suo compito sia controllare il potere, verificare i fatti e mettere alla prova le affermazioni delle autorità. Gli ultimi anni hanno dato spesso l’impressione opposta: che una parte dell’informazione abbia preferito difendere il potere piuttosto che sottoporlo a verifica.

Un giornalismo scientifico degno di questo nome non dovrebbe sostituirsi alle autorità sanitarie, ma neppure limitarsi a ripeterne le dichiarazioni. Dovrebbe chiedere quali studi sostengano una determinata affermazione, come siano stati condotti, quali risultati abbiano prodotto e quali limiti ne condizionino l’interpretazione. Dovrebbe inoltre distinguere tra ciò che è stato dimostrato, ciò che appare probabile e ciò che rimane ancora incerto.

Ed è proprio quando il giornalismo smette di chiedere «Mi cita lo studio?» che la libertà di stampa inizia a perdere il suo significato.