E c’è ancora chi nega che esistano persone danneggiate dai vaccini…

Ne abbiamo parlato nei giorni scorsi, commentando le affermazioni di Roberto Burioni. Oggi sono i documenti a parlare: dati provenienti da Israele, il Paese che nel 2021 fu presentato come il “laboratorio del mondo” per la vaccinazione contro il Covid.

Uno studio pubblicato il 3 settembre 2026 su EXCLI Journal analizza un archivio interno di farmacovigilanza del Ministero della Salute israeliano, finora inaccessibile.

Il database contiene le segnalazioni trasmesse a Pfizer tra il 25 marzo 2021 e il 9 maggio 2022: 531 ricoveri e 67 decessi.

I casi riguardavano eventi cardiaci, neurologici, infiammatori e altre patologie gravi. Il dato più evidente è la concentrazione delle miocarditi e delle pericarditi, soprattutto tra i giovani.

Miocardite o pericardite erano riportate in 250 dei 531 ricoveri, il 47,1%, tra i pazienti con meno di trent’anni la percentuale saliva al 71,6%: 151 casi su 211.

Dei 211 giovani ricoverati, 134 non avevano una storia clinica rilevante. In questo gruppo, 99 avevano sviluppato una miocardite o una pericardite e 90 erano maschi.

Il segnale presentava caratteristiche precise: colpiva soprattutto i giovani maschi, compariva a breve distanza dalla vaccinazione ed era costituito in larga parte dalla stessa diagnosi.

Nei ricoveri, l’intervallo mediano tra vaccinazione ed evento era di cinque giorni; nei decessi, di tre giorni.

La concentrazione era talmente evidente che il Ministero della Salute israeliano aveva avvertito EMA e CDC già il 28 febbraio 2021, parlando di un «gran numero di casi di miocardite e pericardite nei giovani poco dopo il vaccino Pfizer».

A sollevare il problema furono dunque le autorità sanitarie israeliane, che disponevano dei dati mentre la campagna vaccinale era in pieno svolgimento.

Il 25 marzo 2021 Israele aveva già trasmesso a Pfizer 157 ricoveri e 46 decessi, fra quei ricoveri erano registrati 65 casi di miocardite o pericardite.

Quando furono informati i medici e i cittadini?

Il CDC invitò i sanitari a segnalare sistematicamente le miocarditi e le pericarditi successive alla vaccinazione soltanto il 28 maggio 2021.

La FDA modificò le schede informative dei vaccini a mRNA il 25 giugno 2021.

Il riconoscimento pubblico del rischio da parte del CDC arrivò il 6 luglio 2021.

Tre mesi per avvertire i medici. Quattro mesi per il riconoscimento regolatorio. Sei o sette mesi prima della pubblicazione degli studi israeliani più completi.

Un medico che ignora un segnale di sicurezza può non collegare alla vaccinazione recente un dolore toracico, una dispnea, una tachicardia o una sincope; può sottovalutare i sintomi, ritardare gli accertamenti e omettere la segnalazione. La farmacovigilanza finisce così per non vedere proprio perché chi dovrebbe alimentarla non è stato messo nelle condizioni di riconoscere quello che sta accadendo.

C’è poi il consenso informato: nei mesi in cui il segnale era già conosciuto dalle autorità e comunicato a Pfizer, milioni di giovani continuarono a ricevere il vaccino senza essere adeguatamente informati del rischio di miocardite e pericardite. È difficile parlare di scelta consapevole quando informazioni rilevanti restano confinate nelle comunicazioni tra istituzioni sanitarie e azienda produttrice.

Quando il problema venne finalmente reso pubblico, la comunicazione si concentrò su tre parole: raro, lieve, transitorio.

Il rischio da infezione veniva enfatizzato, quello da vaccino ridimensionato ma una miocardite che conduce al ricovero non è un evento trascurabile: può richiedere controlli prolungati, imporre la sospensione dell’attività sportiva e lasciare alterazioni persistenti alla risonanza magnetica, comprese cicatrici del miocardio. Definirla genericamente “lieve” serve a rassicurare, non a informare.

Lo studio ricorda anche i risultati della ricerca israeliana pubblicata da Mevorach e collaboratori sul New England Journal of Medicine: dopo la seconda dose, la miocardite definita o probabile fu stimata in circa 1 caso ogni 26.000 maschi vaccinati. Nei ragazzi tra 16 e 19 anni si arrivava a circa 1 caso ogni 6.637 vaccinati.

Numeri difficili da conciliare con l’immagine di un rischio così remoto da poter essere ignorato.

LE FORME SUBCLINICHE CHE SFUGGONO ALLA SORVEGLIANZA

Le diagnosi ospedaliere mostrano soltanto una parte del problema. Le forme subcliniche, se non vengono cercate con esami specifici, restano invisibili.

In uno studio prospettico di sorveglianza attiva 301 adolescenti tra 13 e 18 anni, asintomatici , sono stati sottoposti a valutazione clinica, elettrocardiogramma, ecocardiogramma e dosaggio dei marcatori cardiaci prima e dopo la seconda dose di vaccino Pfizer . Il 29,2% presentò almeno una manifestazione cardiovascolare: tachicardia nel 7,6%, dispnea nel 6,6%, palpitazioni e dolore toracico nel 4,3%, ipertensione nel 4%. Alterazioni dell’elettrocardiogramma furono rilevate nel 17,9%.

7 adolescenti, il 2,3%, presentarono marcatori cardiaci elevati o anomalie compatibili con un interessamento miocardico: 1 caso di miopericardite confermata, 2 pericarditi sospette e 4 miocarditi subcliniche sospette. Tutti furono ricoverati e 1 venne monitorato in terapia intensiva.

4 dei 7 casi erano sospette miocarditi subcliniche, furono individuate perché i ricercatori cercarono attivamente eventuali alterazioni dopo la vaccinazione. Nella normale pratica clinica sarebbero probabilmente sfuggite.

Un risultato che merita attenzione emerge anche dallo studio prospettico condotto a Basilea su 777 adulti, con età mediana di 37 anni, dopo una dose di richiamo di Moderna: al terzo giorno, il 5,1% presentava un aumento della troponina cardiaca ad alta sensibilità. Dopo la valutazione clinica, 1 danno miocardico associato alla vaccinazione fu riscontrato nel 2,8% dei partecipanti: 22 persone, circa 1 ogni 35.

Soltanto 2 di queste 22 persone avevano riferito dolore toracico, le altre 20 non presentavano questo sintomo e il danno sarebbe rimasto sconosciuto senza il dosaggio sistematico della troponina. Nei trenta giorni di osservazione non si verificarono eventi cardiaci maggiori, ma il dato resta importante: contando soltanto le miocarditi clinicamente manifeste e diagnosticate in ospedale, l’interessamento miocardico può essere sottostimato.

I due studi sono di dimensioni limitate e riguardano vaccini e popolazioni differenti, le loro percentuali non possono essere estese indistintamente a tutti i vaccinati, sollevano però una questione che non può essere elusa: quante alterazioni miocardiche non sono state riconosciute perché, fuori dagli studi di sorveglianza attiva, elettrocardiogramma e troponina non venivano eseguiti sistematicamente?

Se si cerca soltanto la miocardite che conduce spontaneamente al pronto soccorso, si troverà soltanto quella, le forme paucisintomatiche o silenti resteranno fuori dalle statistiche e il rischio apparirà inevitabilmente più piccolo.

NON SOLTANTO MIOCARDITI

Le miocarditi rappresentano la parte più riconoscibile dell’archivio israeliano, tra i ricoveri erano registrati anche aritmie, sincopi, insufficienze cardiache, convulsioni, ictus, encefaliti, sindromi di Guillain-Barré, reazioni allergiche, trombocitopenie immuni, insufficienze renali acute e altre condizioni gravi.

Gli autori non attribuiscono automaticamente al vaccino ogni ricovero e ogni decesso presente nell’archivio, documentano però un segnale di sicurezza cardiaco precoce, netto e riconosciuto dalle stesse autorità israeliane, comunicato ai medici e alla popolazione con mesi di ritardo.

Il database non contiene un gruppo di controllo, non permette di calcolare l’incidenza sulla popolazione vaccinata e non consente di conoscere con certezza i criteri con cui tutti i casi furono selezionati e validati, potrebbe inoltre rappresentare soltanto una parte degli eventi realmente osservati, questi limiti non cancellano il segnale, rendono ancora più grave l’assenza di un’indagine immediata, completa e trasparente. Davanti a una concentrazione così marcata di eventi cardiaci nei giovani maschi, le autorità avrebbero dovuto accertarne rapidamente dimensioni, cause ed esiti e informare medici e cittadini.

La farmacovigilanza serve a scoprire i rischi dopo l’immissione in commercio, non a difendere decisioni già prese. Se le segnalazioni vengono svalutate, i medici informati tardi e i cittadini rassicurati prima che i dati siano chiariti, il sistema smette di proteggere le persone e comincia a proteggere la campagna.

Lo studio israeliano racconta questo: il segnale fu riconosciuto precocemente, ma medici e cittadini vennero informati con mesi di ritardo. quando l’informazione arrivò, fu accompagnata da un linguaggio che ne attenuava la portata.

Non occorre attribuire al vaccino ogni evento segnalato per riconoscere la gravità di quanto accaduto, occorre prendere sul serio i dati, la farmacovigilanza e il consenso informato… ed è proprio ciò che non fu fatto.