Quando, nel 2021, cominciarono ad affiorare i primi casi di miocardite dopo la vaccinazione anti-Covid, le autorità sanitarie reagirono più da comunicatori che da scienziati.
L’obiettivo non fu chiarire i fatti, ma governare la percezione pubblica.

Il messaggio ufficiale — ripetuto in coro da politici, esperti e giornali — era semplice e rassicurante:

“Il virus causa più infiammazioni cardiache del vaccino.”

Un messaggio che suonava come verità scientifica, ma che era in realtà una costruzione artificiosa utile a sostenere una campagna vaccinale già decisa.

Questo mantra convinse milioni di genitori a vaccinare i propri figli, inclusi gli adolescenti maschi — proprio il gruppo che, secondo i dati, presenta il rischio più alto di miocardite post-vaccinale.

Oggi quella stessa narrazione viene rilanciata, stavolta con l’autorevolezza di The Lancet Child & Adolescent Health.

Lo studio del Lancet: numeri grandi, logica debole

Lo studio è stato salutato come la prova definitiva che “la vaccinazione causa meno danni dell’infezione da Covid”.
Un titolo perfetto per i comunicati stampa, e infatti molte testate e riviste mediche lo hanno ripreso acriticamente.
Ma dietro i numeri imponenti (13,9 milioni di bambini, 3,4 milioni vaccinati, 3,9 milioni infettati) si nascondono errori metodologici e pregiudizi strutturali.

  1. Bias di selezione
    L’analisi è partita dal 6 agosto 2021, quando il governo britannico aveva già dichiarato che “decine di migliaia di giovani avevano ricevuto il vaccino”.
    Tutti quei primi vaccinati — i più esposti al rischio di miocardite — furono esclusi.
    Il risultato? I danni da vaccino apparivano inevitabilmente sottostimati.
  2. Denominatore sbagliato
    Per stimare il rischio da infezione, furono considerati solo i bambini con tampone positivo o diagnosi ufficiale, ignorando i milioni che si ammalarono senza testarsi perché asintomatici o con sintomi lievi.
    Così, il gruppo degli “infetti” venne rimpicciolito artificialmente, e il tasso apparente di miocardite post-Covid fu gonfiato.
  3. Causalità invertita
    In molti casi, la miocardite “post-infezione” compariva il giorno stesso del test positivo (il cosiddetto day 0).
    Ciò significa che molti erano ricoverati per problemi cardiaci e solo poi trovati positivi al virus.
    La sequenza temporale rende quindi il nesso causale molto improbabile.
  4. Doppia esposizione ignorata
    Vaccinazione e infezione furono trattate come eventi separati, anche se molti bambini avevano sperimentato entrambi in tempi ravvicinati.
    Una semplificazione che cancella la possibilità di un effetto combinato o additivo — proprio ciò che una buona epidemiologia dovrebbe indagare.
  5. Bambini e adolescenti messi nello stesso calderone
    Lo studio raggruppa i 5–17enni, ignorando che le dosi vaccinali differivano radicalmente: 10 µg sotto i 12 anni, 30 µg per gli adolescenti.
    Unire queste fasce d’età ha diluito il rischio reale tra i più vulnerabili, in particolare nei maschi adolescenti.

Risultato: uno studio apparentemente monumentale ma scientificamente fragile, dove il rischio da infezione è stato gonfiato e quello da vaccino minimizzato.

La genesi di una narrazione

L’idea che “il virus fa peggio del vaccino” nacque all’inizio della campagna vaccinale, prima che esistessero dati solidi sulla sicurezza.
Serviva a giustificare decisioni politiche già prese.

Chi osava contestarla veniva etichettato come disinformato.
È il caso della dottoressa Tracy Beth Høeg, medico ed epidemiologa, che in un preprint mostrò tassi di miocardite nei ragazzi di 12–15 anni (162 casi per milione) diversi volte superiori alle stime ufficiali del CDC.
Il suo studio, poi pubblicato sull’European Journal of Clinical Investigation, concluse che per i ragazzi sani il rischio della vaccinazione superava quello dell’ospedalizzazione per Covid.

Invece di essere ascoltata, fu attaccata. Ma i dati successivi le diedero ragione.

Due studi indipendenti dimostrarono che la miocardite post-vaccinale può persistere nel tempo anche in adulti, con riduzione della funzione cardiaca misurabile mesi dopo la guarigione.
Altro che “lieve e transitoria”.

Uno studio israeliano basato su dati nazionali arrivò alla conclusione opposta rispetto a quella del Lancet: nessun aumento di rischio di miocardite dopo infezione da Covid-19.

Nel frattempo, medici come Marty Makary e Vinay Prasad hanno rivelato che le agenzie sanitarie statunitensi trattennero per mesi i dati sulla miocardite da vaccino, continuando a dichiararla “rara e lieve”.
Nel maggio 2025, Makary denunciò pubblicamente che il CDC “oscurava dati non pubblicati riguardanti giovani sani colpiti da miocardite post-vaccinale”, ritardando di mesi la trasparenza e “causando danni evitabili a migliaia di ragazzi”.

A settembre dello stesso anno, Makary annunciò un’indagine sistematica sulle morti sospette correlate ai vaccini a mRNA in età pediatrica, basata su interviste familiari, revisioni autoptiche e consulti indipendenti.
Poco dopo, sotto la pressione di queste evidenze, la FDA ha esteso gli avvertimenti per infiammazione cardiaca a tutta la fascia 6 mesi–64 anni, imponendo nuovi studi controllati con placebo prima di approvare ulteriori richiami.

Eppure, The Lancet torna oggi a sostenere che i risultati “supportano la strategia di salute pubblica della vaccinazione nei bambini”.
Una formula che suona più politica che scientifica.

Il costo della menzogna

Le istituzioni coinvolte — enti regolatori, riviste e governi — sono ormai prigioniere del proprio prestigio e dei propri interessi economici, incapaci di riconoscere gli errori commessi. Meglio perpetuare la narrazione che affrontare i dati.

Ma il prezzo lo pagano i giovani sani che, dopo la vaccinazione, hanno sviluppato miocarditi con cicatrici permanenti al miocardio.
Non sono “statistiche”: sono persone reali, la cui fiducia nella medicina è stata tradita.

Quando la scienza si piega alla comunicazione, non guarisce: perde la sua anima.
Ogni nuovo studio “rassicurante” pubblicato senza rigore non ricuce la ferita della sfiducia: la approfondisce.

Se la medicina vuole tornare a essere credibile, deve avere il coraggio di guardare in faccia i propri errori — e smettere di confondere propaganda sanitaria con scienza.

Si ringrazia Maryanne Demasi per gli spunti.