Il filosofo Andrea Zhok ha pubblicato una riflessione sulla pandemia che condividiamo e riassumiamo.

Siamo anche noi convinti che non si possa semplicemente “voltare pagina” per concentrarsi su temi più attuali.

Perché una ferita morale non elaborata non si chiude: milioni di persone sono state pubblicamente denigrate per le loro scelte sanitarie, senza che sia seguita una seria assunzione di responsabilità.
Perché le conseguenze pratiche sono ancora davanti ai nostri occhi: un sistema sanitario pubblico in pezzi, un’intera generazione di giovani in difficoltà, una gestione delle reazioni avverse mai discussa davvero.

Soprattutto, perché la pandemia ha accelerato un cambio di paradigma: lockdown, censura dell’informazione, disciplinamento sociale, sorveglianza tecnologica sono entrati nel nostro orizzonte come strumenti di gestione ordinaria.
Non è un incidente da dimenticare: è una trasformazione in corso.

Non si tratta di rivendicare rancori. Si tratta di comprendere a fondo ciò che è avvenuto, se non vogliamo abituarci definitivamente a vivere in un sistema che della libertà conserva solo la facciata.

Il vero gesto responsabile oggi non è dimenticare: è ricordare con lucidità.

————————————————————————————————————–

Negli ultimi giorni, su pagine che stimo, sono apparsi alcuni interventi che, pur nella varietà delle argomentazioni, possono essere riassunti in un messaggio di fondo: “Lasciamoci la vicenda pandemica alle spalle. Sono stati commessi errori, certo, ma insistere su quei temi alimenta solo il settarismo di una minoranza, distraendoci da questioni più urgenti e importanti.”

Vorrei spiegare, nel modo più conciso possibile, perché credo che questo appello, per quanto comprensibile, sia profondamente sbagliato.

Comincio proprio dal perché è comprensibile.
È innegabile che nelle pieghe della critica alla gestione pandemica si siano annidati argomenti di qualità molto diversa, e che talora si sia sviluppata una tendenza settaria. È certo che, per alcuni, il trauma della pandemia sia diventato una sorta di chiave di lettura assoluta, una deformazione che rischia di rendere ogni riflessione ripetitiva e sterile. È vero anche che il continuo ritornare su quel momento storico possa generare fastidio, insofferenza, senso di stagnazione.
Capisco quindi il moto di impazienza che ha alimentato quelle pagine.

Tuttavia, ci sono motivi sostanziali per cui ogni tentativo di “voltare pagina” senza una seria elaborazione è non solo sbagliato, ma pericoloso. Ne indicherò tre, senza alcuna pretesa di esaustività.

1) Un problema morale irrisolto.
La narrazione dominante si limita ad ammettere genericamente che “sono stati commessi degli errori”. Ma questa formula evasiva non restituisce minimamente la realtà dei fatti: una realtà di bullismo istituzionale e personale, di denigrazione sistematica, di character assassination, di mobbing sociale.
Circa il 15% della popolazione italiana, i cosiddetti “renitenti”, fu sottoposto a un trattamento vergognoso, senza precedenti in epoca repubblicana. Insulti, auguri di morte o malattia lanciati da figure pubbliche in prima serata, liste di proscrizione, rotture familiari, discriminazioni nei luoghi di lavoro e nella vita quotidiana.

Tutto questo non è mai stato oggetto di una riflessione pubblica. Nessuna richiesta di scuse, nessuna ammissione di colpa. Solo un imbarazzato silenzio, nella speranza che l’oblio faccia il suo corso.
Ecco perché quella ferita morale continua a sanguinare. E continuerà a farlo finché non verrà affrontata con onestà e senza reticenze.

2) Un disastro pratico rimosso.
Oltre alla dimensione morale, c’è quella delle conseguenze materiali, pratiche, della gestione pandemica.
Per un breve istante, all’inizio, si riconobbe che il sistema sanitario era stato ridotto all’impotenza da decenni di tagli. Poi tutto venne dimenticato.
Oggi il servizio sanitario pubblico è clinicamente morto: liste d’attesa infinite, fuga verso la sanità privata, abbandono dei più fragili. Le morti da “vigile attesa”, le cure negate, le tragedie individuali sono sparite dal discorso pubblico. Liquidate come fatalità.

Tra le macerie della pandemia c’è anche una generazione di adolescenti e preadolescenti distrutta psicologicamente: tassi di depressione, anoressia, bulimia, abbandono scolastico fuori controllo. Anche qui, nessuna analisi, nessuna assunzione di responsabilità.

E che dire delle vittime da inoculazione? Di coloro che, dopo danni gravissimi o la morte, si sono trovati intrappolati in meccanismi burocratici concepiti per deresponsabilizzare tutti?
Case farmaceutiche protette, medici vaccinatori incolpevoli per legge, consenso informato estorto sotto ricatto della perdita del reddito. E poi minimizzazione sistematica, occultamento delle statistiche, riduzione del dramma a “pochi casi isolati”.
Un’immensa zona grigia di ingiustizia sepolta sotto un tappeto di silenzi.

3) Un cambio di paradigma geopolitico.
Infine, e forse soprattutto, c’è un gigantesco cambiamento di ordine politico e geopolitico che la pandemia ha reso visibile.
Sin dall’inizio, la gestione della crisi ha visto la presenza attiva di esperti militari e rappresentanti della NATO nei comitati scientifici. Un fatto che, al netto delle giustificazioni di sicurezza, segna uno spartiacque.

Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, le società occidentali hanno accettato misure di sorveglianza e controllo di tipo militare: coprifuoco, lockdown, tracciamento digitale, pass sanitari.
Per la prima volta il controllo dell’informazione è stato sistematico, coordinato ai più alti livelli, con censura preventiva e repressione delle voci dissenzienti anche in ambito scientifico.

La comunità scientifica stessa è stata ridotta a un coro allineato, con pochissime eccezioni (tra cui il British Medical Journal). Gli ordini professionali sono stati usati come strumenti di repressione ideologica. Sono passate per dogmi cose che, in un normale contesto di ricerca, sarebbero state respinte come ciarlatanerie sperimentali.

Tutto questo è stato possibile grazie a un’arma potentissima: la paura. Una minaccia invisibile, inverificabile dal cittadino comune, è stata usata per introdurre — e normalizzare — pratiche di gestione autoritaria della società.
La prova di quanto questo meccanismo abbia funzionato sta nel fatto che oggi la maggioranza continua a credere di vivere in liberaldemocrazie intatte, mentre l’ordine occidentale si è ormai avvicinato a un modello di governo emergenziale permanente.

Questo apparato di sorveglianza, di censura, di disciplinamento non è stato smantellato. È stato interiorizzato, naturalizzato. Ed è già pronto a essere riattivato in nuove emergenze, geopolitiche o sanitarie che siano.

Ecco perché parlare della pandemia non è “guardare al passato”.
È tentare di capire il presente. È tentare di difendere ciò che resta della libertà, della democrazia, della dignità umana.

Non abbiamo bisogno di dimenticare.
Abbiamo bisogno di ricordare, di analizzare, di dire la verità.
Solo su questa base potremo provare a costruire qualcosa che non sia semplicemente la riedizione, peggiorata, di quanto abbiamo già vissuto.

[foto da byoblu.com]