L’aumento dei casi è reale ma l’estensione incontrollata della diagnosi sta svuotando la diagnosi di autismo di significato clinico.

C’è qualcosa di profondamente significativo — e inquietante — nelle parole di Uta Frith, non perché siano provocatorie ma perché arrivano da chi ha contribuito a costruire l’impianto teorico oggi dominante sull’autismo. Quando una delle figure più autorevoli della psicologia dello sviluppo afferma che lo spettro autistico si è allargato fino a collassare, non siamo di fronte a una semplice revisione accademica ma davanti a una crisi di paradigma.

Per decenni, il concetto di spettro del disturbo autistico ha rappresentato una conquista: ha permesso di superare rigidità diagnostiche, di includere quadri meno evidenti, di riconoscere difficoltà prima invisibili ma ogni ampliamento porta con sé un rischio, e quel rischio, oggi, si è materializzato concretamente: lo spettro è diventato così ampio da perdere consistenza clinica.

Non si tratta di negare l’aumento dei casi, chi lavora da decenni nella pratica pediatrica lo vede con chiarezza: bambini con difficoltà profonde nella comunicazione, nella relazione, nel linguaggio, nella regolazione comportamentale sono oggi molti più di un tempo. Questo è un dato reale, concreto, che nessuna costruzione teorica può cancellare.

Ma è altrettanto reale un altro fenomeno: l’estensione progressiva della diagnosi a condizioni sempre più sfumate, eterogenee, lontane dal quadro originario e qui sta il punto che Frith, con sorprendente lucidità, ha deciso di non eludere più.

Quando una diagnosi arriva a comprendere sia un bambino non verbale con grave disabilità intellettiva, sia un adolescente ansioso, brillante, verbalmente competente, il problema non è solo semantico, me è clinico, epistemologico ed etico.

Non si può continuare a chiamare con lo stesso nome condizioni che non condividono né la stessa origine, né la stessa traiettoria, né gli stessi bisogni.

L’idea che tutto questo sia “uno spettro” ha funzionato finché ha avuto un valore descrittivo. Ha smesso di funzionare quando è diventata un contenitore indefinito.

Frith lo dice apertamente: non crede più che esista qualcosa che unisca tutte le persone oggi diagnosticate come autistiche.

È un’affermazione che rompe un equilibrio fragile, costruito negli anni anche per ragioni culturali, sociali, identitarie perché nel frattempo l’autismo non è rimasto solo una categoria clinica: è diventato un linguaggio, un’identità, un’appartenenza e questo ha avuto conseguenze profonde.

La diagnosi, in molti casi, non è più solo uno strumento per orientare la cura, ma una chiave interpretativa dell’esistenza, una risposta a un disagio, una spiegazione a una difficoltà, una collocazione in un mondo che fatica a riconoscere le differenze.

La medicina non può permettersi questa ambiguità.

Quando la diagnosi si dilata per accogliere tutto, smette di distinguere e quando smette di distinguere, smette di essere utile. Il problema non è solo teorico, è pratico.

Servizi sovraccarichi, liste d’attesa interminabili, clinici sotto pressione, diagnosi sempre più influenzate da narrazioni soggettive, in questo contesto, la valutazione rischia di spostarsi dall’osservazione clinica alla conferma di un’identità già costruita.

Frith esprime un disagio che molti professionisti avvertono ma raramente dichiarano: si sta dando sempre più peso al racconto e sempre meno ai segni osservabili, sempre meno spazio a ciò che contraddice la diagnosi.

Eppure, in medicina, i controindicatori sono fondamentali. Una conversazione fluida, la capacità di cogliere l’ironia, l’uso spontaneo del linguaggio non sono dettagli marginali, sono elementi clinici rilevanti. Ignorarli significa piegare la realtà al modello, invece di adattare il modello alla realtà.

Nel frattempo, il concetto di “masking” è diventato una spiegazione universale: ogni discrepanza tra comportamento osservato e difficoltà riferite viene assorbita da questa idea, tutto sarebbe nascosto, compensato, camuffato.

Una teoria che spiega tutto rischia di non spiegare più nulla.

Il punto più delicato resta quello delle cause

La scienza riconosce una forte componente genetica, ma è lontanissima dall’aver compreso davvero cosa sia l’autismo. Non esiste un biomarcatore, non esiste una firma biologica univoca, non esiste un meccanismo chiaro, si parla di centinaia di geni, di interazioni complesse, di modelli ancora largamente ipotetici.

In questo scenario, alcune certezze vengono ripetute con un livello di sicurezza che non sempre corrisponde alla complessità dei dati.

Sui vaccini, poi, la posizione ufficiale delle istituzioni sanitarie è che non esista una prova di un nesso causale con l’autismo. Questo è ciò che emergerebbe finora dagli studi disponibili. Ma trasformare questa affermazione in una chiusura definitiva del problema significa confondere l’assenza di prova con la prova di assenza, in un ambito — quello delle patologie del neurosviluppo — in cui le conoscenze sono ancora parziali.

La storia della medicina insegna prudenza, non dogmatismo.

Ridurre il dibattito a slogan contrapposti ha prodotto più polarizzazione che conoscenza e ha impedito un confronto serio su ciò che resta ancora oscuro.

Il vero nodo, oggi, è un altro.

Si è creata una sovrapposizione tra fenomeni diversi:

  • condizioni neurobiologiche profonde e precoci,
  • difficoltà relazionali e ansiose dell’adolescenza,
  • tratti di personalità,
  • vulnerabilità ambientali.

Tutto ricondotto a un’unica etichetta…questo non aiuta i bambini più fragili. Non aiuta le famiglie. Non aiuta la scuola. Non aiuta la ricerca.

Confondere non è includere.

Frith propone di tornare a distinguere, non per escludere, ma per comprendere meglio, per restituire senso alle categorie, per evitare che una diagnosi perda valore proprio nel momento in cui diventa più diffusa.

È una posizione che divide, inevitabilmente, perché tocca interessi, identità, convinzioni consolidate, ma ignorarla sarebbe un errore.

Dopo decenni di espansione, forse è arrivato il momento di fermarsi, non per tornare indietro ma per capire dove siamo arrivati e soprattutto per riconoscere che, quando una definizione si allarga senza limiti, il rischio non è solo quello di includere troppo.

Il rischio è di non capire più nulla e di rinunciare alle cure che possono ottenere anche risultati sorprendenti.