L’ultimo “HPV Day” allo stadio Meazza di Milano è l’immagine plastica del fallimento della medicina clinica a favore del marketing sanitario. Vedere 765 persone in coda per farsi iniettare 1.172 dosi di farmaci eterogenei (dall’Herpes Zoster al Covid, dal Papillomavirus allo Pneumococco) in un contesto sportivo, tra “entusiasmo” e “orgoglio”, n0n è un’iniziativa di prevenzione, ma il segnale del modo in cui la medicina oggi viene proposta, percepita e praticata.

Questa vaccinazione da supermercato all’interno di uno spazio simbolicamente e fisicamente distante dal contesto clinico tradizionale, pone una domanda di fondo: quanto questa modalità è compatibile con l’idea di medicina come pratica individuale, basata su valutazione, anamnesi e personalizzazione?

No, non è un trionfo della prevenzione: è una campagna promozionale surrettizia, ingiustificata e scientificamente inquietante. La medicina, per sua natura, non è un atto collettivo: è un processo che richiede tempo, ascolto, inquadramento del singolo caso.

Trasformare l’atto medico in un evento di massa da stadio svilisce il concetto di salute personalizzata.

La medicina non è partecipazione collettiva, non è “tifoseria”; è analisi del singolo, cautela, silenzio clinico. Questa “festa del farmaco” ignora deliberatamente che ogni somministrazione è un atto invasivo che richiede tempi, spazi e riflessioni che un raduno allo stadio non può garantire. È la morte della medicina individuale e la nascita del “consumismo vaccinale”.

Aggiungiamo alcune considerazioni, riprendendo il post del professor Marco Cosentino VACCINI DA BANCO.

Un primo elemento spesso sottovalutato riguarda la cornice normativa e clinica: anche quando la somministrazione avviene in contesti organizzati – come open day o eventi pubblici – e non è presente una “ricetta cartacea”, la responsabilità resta pienamente medica. Questo significa che ogni atto dovrebbe comunque poggiare su una valutazione individuale, anche se inevitabilmente semplificata in contesti ad alta affluenza. L’infermiere non agisce autonomamente: opera all’interno di una responsabilità clinica che, per definizione, è personale e non collettiva.

Il punto, quindi, non è burocratico, ma sostanziale: quanto è realmente approfondita questa valutazione in un contesto organizzato per numeri elevati e tempi compressi? Perché se questi prodotti sono davvero sicuri come l’acqua fresca, tanto da poter essere somministrati “a pacchetti” in un contesto festoso, perché non li troviamo accanto alle mentine in cassa al supermercato?

Provate a entrare in una farmacia e a chiedere uno di questi vaccini senza ricetta. Spiacenti: non ve lo danno. Se i vaccini fossero prodotti intrinsecamente “sicuri ed efficaci” come recita il mantra dei comunicatori regionali, la legge li classificherebbe come medicinali da banco (OTC).

Invece, la legge parla chiaro: serve la ricetta. Il legislatore, evidentemente più assennato di chi organizza open-day negli stadi, emana norme da cui emerge che questi prodotti possono rappresentare un pericolo o generare reazioni avverse che richiedono indagini. La legge concorda con chi sostiene la necessità di una consulenza medica individualizzata, esattamente come accade per ogni altro medicinale con obbligo di prescrizione.

Nota per i cittadini: Anche quando la vaccinazione avviene in un distretto o in uno stadio senza “ricetta cartacea”, la responsabilità legale e clinica ricade interamente sul medico responsabile, salvo scudi penali vari. Senza la sua supervisione (che dovrebbe essere individuale e approfondita, non “di massa”), l’infermiere potrebbe somministrare nulla. L’assenza della carta non cancella il peso della responsabilità medica, anche se la cornice festosa serve a farlo dimenticare.

Un secondo elemento riguarda la gestione del rischio. In ambito vaccinale, come in qualsiasi atto sanitario, esiste la possibilità – per quanto rara – di reazioni acute che richiedono un intervento immediato. Per questo motivo, la presenza di un kit di emergenza e di personale formato non è opzionale, ma parte integrante della procedura. Questo dato non implica automaticamente un giudizio di pericolosità generalizzata, ma segnala che non si tratta di interventi completamente sovrapponibili ai farmaci da banco. La necessità di un presidio di emergenza indica che la sicurezza è legata anche alla capacità di gestire eventi imprevisti, non solo alla loro frequenza statistica.

 Se la procedura richiede monitoraggio e un presidio di emergenza pronto all’uso, l’idea che siano “sicuri per chiunque” cade miseramente. Si chiama “gestione del rischio”: un rischio immediato e potenzialmente fatale che non troverete mai in un farmaco da banco.

Sul piano scientifico, la questione degli effetti a medio e lungo termine merita un approccio rigoroso e non ideologico. Le conoscenze disponibili si basano su studi clinici e sistemi di monitoraggio che, per loro natura, hanno limiti temporali e metodologici. Affermare con certezza assoluta l’assenza di effetti a distanza di molti anni è complesso per qualsiasi intervento sanitario. Questo non significa che tali effetti esistano necessariamente, ma cosa sappiamo degli effetti a medio e lungo termine? La risposta onesta è: niente. Non esistono studi di coorte decennali che garantiscano l’assenza di derive patologiche o autoimmuni a distanza di anni. Affermare oggi che non ci siano rischi futuri è un atto di fede dogmatico. La scienza si fa con l’osservazione del tempo, non con l'”entusiasmo” degli operatori in un pomeriggio di sole a San Siro.

Un ulteriore aspetto riguarda i sistemi di farmacovigilanza, in particolare quelli passivi, che si basano sulla segnalazione spontanea. È noto in letteratura che questi sistemi possono essere soggetti a under-reporting, cioè a una sottostima degli eventi avversi. Infatti, si dice comunemente che “le reazioni gravi sono rarissime”, ma l’affermazione si basa sulla farmacovigilanza passiva, che è un sistema colabrodo. L’under-reporting è una piaga documentata: tra medici che non hanno tempo di segnalare e il “bias di conferma” che liquida ogni sintomo post-vaccinale come coincidenza, migliaia di eventi avversi sfuggono ai radar. Se non cerchi il danno in modo attivo, le statistiche rimarranno sempre parziali e rassicuranti solo in apparenza.

1.172 dosi di vaccini somministrati e nessun evento avverso, immaginiamo: San Siro avrà vigilato e garantito un nuovo miracolo a Milano, perché non risulta che gli organizzatori abbiano previsto una sorveglianza attiva per valutazioni accurate.

Trattateci da adulti: i vaccini sono farmaci immunomodulatori potenti, se fossero innocui non starebbero sotto chiave, dietro la ricetta di un medico e con l’obbligo di un presidio di rianimazione.

Finché la retorica del “rischio zero” non sarà sostenuta dalla declassificazione a prodotto da banco, la realtà rimarrà una sola: il legislatore sa che il rischio esiste, che è individuale e che richiede una cautela che uno stadio non potrà mai offrire.

La medicina si fa negli ambulatori, con calma e anamnesi alla mano. Allo stadio si va per lo sport, non per giocare alla roulette russa con il sistema immunitario.