Negli USA la revisione nasce da un dibattito trasparente; in Italia è stato sciolto il NITAG che avrebbe potuto discuterne.

Resoconto della riunione ACIP/CDC sulla vaccinazione anti-epatite B alla nascita

(Decisione del 5 dicembre 2025)

Per più di trent’anni il CDC aveva raccomandato che tutti i neonati, indipendentemente dal rischio individuale, ricevessero la prima dose di vaccino anti-epatite B entro 12–24 ore dalla nascita.

Il 5 dicembre 2025 l’Advisory Committee on Immunization Practices (ACIP) del CDC ha votato per superare questa raccomandazione universale, aprendo all’idea che la decisione venga presa caso per caso tra genitori e medico, solo quando la madre è negativa al test per HBV.

La decisione ha un valore dirompente sia scientifico sia politico: costituisce la prima revisione critica di una raccomandazione vaccinale infantile considerata “intoccabile” da tre decenni.

La riunione in cui è maturata la decisione è stata lunga, tesa, spesso aspra, come accade quando un’istituzione è chiamata a rimettere in discussione un dogma che ha accompagnato la sanità pubblica per più di trent’anni.

Gli advisor del comitato vaccinale americano si sono trovati davanti a un tema che sembrava intoccabile: la somministrazione universale della prima dose di vaccino contro l’epatite B entro le prime 24 ore di vita. Era una raccomandazione nata nei primi anni Novanta e diventata, nel tempo, una prassi automatica, accettata più come atto burocratico che come decisione clinica ponderata.

Quando il dibattito si è aperto, sin dalla prima giornata è apparso evidente che la questione non era affatto tecnica. Dietro i numeri e le tabelle si muovevano tensioni profonde: il tema della sicurezza, quello del rischio reale per i neonati di madri negative, quello ancora più delicato del consenso informato, dato spesso in un momento in cui la madre non è nella condizione psicologica per valutare davvero rischi e benefici.

Alcuni membri del comitato insistevano sul fatto che non esistessero “prove di danno”, come se fosse possibile dedurre sicurezza da un vuoto di dati. Altri ribadivano che proprio l’assenza di studi robusti rappresentava un limite inaccettabile: i trial originari erano piccoli, osservavano i neonati solo per pochi giorni e non consideravano affatto la possibilità di effetti autoimmuni o neurologici nel medio e lungo termine.

Levi ha sintetizzato la questione con un’immagine che ha gelato la sala: nessun genitore permetterebbe al proprio bambino di salire su un aereo non testato; perché mai dovrebbe accettare un vaccino con una storia di valutazione della sicurezza così lacunosa?

È stato un momento di rottura, quasi uno spartiacque simbolico. Meissner ha replicato con fermezza, affermando che “i vaccini sono sicuri”, ma il suo intervento è apparso a molti più un residuo della narrativa pandemica che un’argomentazione solida riferita al caso specifico dell’epatite B.

Sul tavolo c’era anche un’altra verità, riemersa grazie a una vecchia ricostruzione del New York Times: la raccomandazione universale del 1991 non nacque per proteggere i neonati dalla madre infetta, perché quel rischio riguardava meno dello 0,5% delle donne. L’obiettivo era intercettare la popolazione adulta, all’epoca considerata a rischio ma poco incline a vaccinarsi. La logica era brutalmente semplice: se gli adulti non accettavano il vaccino, bisognava darlo ai bambini. Una strategia che oggi, alla luce della trasparenza invocata da più parti, appare come un atto di ingegneria sociale piuttosto che una misura di prevenzione mirata.

Negli interventi successivi è emersa con forza la questione del consenso informato. Alcuni membri del comitato hanno ammesso apertamente che la raccomandazione del vaccino alla nascita si trasforma, nella pratica, in un obbligo di fatto. In molti Stati americani, le indicazioni dell’ACIP vengono automaticamente integrate nei requisiti scolastici, diventando un requisito per l’accesso all’istruzione. Dire che si tratta solo di “raccomandazioni” è una finzione normativa che non regge alla prova dei fatti. La stessa dinamica si riflette in ospedale, dove alle madri viene chiesto di firmare moduli subito dopo il parto, spesso senza avere il tempo o la lucidità per comprendere davvero ciò che stanno autorizzando.

Il clima è diventato ancora più teso quando si è discusso del ruolo delle associazioni professionali. Alcune erano state escluse dai gruppi di lavoro per conflitti di interesse; altre, come l’American Academy of Pediatrics, hanno scelto di boicottare l’intero processo. Una scelta che molti membri del comitato hanno giudicato irresponsabile, perché la loro assenza ha trasformato un confronto necessario in un campo di battaglia politico.

Nonostante tutto, la votazione finale è arrivata. Otto membri hanno scelto di interrompere la raccomandazione universale della dose alla nascita; tre si sono opposti. Da quel momento, per i bambini nati da madri negative all’HBsAg, la decisione non è più automatica: spetta ai genitori, insieme al pediatra, valutare se effettuare la dose alla nascita o iniziare il ciclo vaccinale più avanti.

È un cambiamento di rotta che restituisce al singolo la centralità della decisione e segna la fine di una logica introdotta nel 1991 per motivazioni che oggi appaiono assai meno scientifiche di quanto si fosse disposto ad ammettere.

Mentre negli Stati Uniti un comitato tecnico è riuscito a confrontarsi apertamente su un tema così delicato, in Italia il NITAG è stato sciolto nel momento stesso in cui la presenza di figure come Serravalle e Bellavite avrebbe potuto avviare un dibattito altrettanto necessario.

Lì la discussione è stata accolta come un dovere scientifico; qui è stata trattata come una minaccia politica. La differenza è profonda e dice molto sul diverso modo di intendere la scienza, la trasparenza e il dissenso. La vicenda americana dimostra che un confronto acceso non è un pericolo, ma uno strumento essenziale per correggere gli errori e fondare le politiche sanitarie su prove solide e non su automatismi ereditati dal passato.