Questa volta lasciatemi essere sgarbato.

Per giorni ho visto una bambina morta diventare un titolo, poi un argomento, infine uno slogan.

Ho visto il dolore di una famiglia trascinato dentro una battaglia ideologica prima ancora che fossero chiariti tutti gli aspetti clinici e assistenziali della sua morte.

Ho letto sentenze pronunciate da persone che non conoscevano né quella bambina né i suoi genitori, ho ascoltato proclami, visto partire la caccia agli inadempienti, arrivare Polizia e Carabinieri, moltiplicarsi gli appelli e risuonare ovunque la stessa parola:

Vaccinatevi!

E allora questa volta niente inchini.

Ne ho per i giornalisti.

Ne ho per gli esperti televisivi e i grandi sacerdoti della vaccinologia mediatica.

Ne ho per i Burioni e i Bassetti, diventati negli anni interpreti quasi permanenti di ciò che sarebbe scientificamente lecito pensare e dire.

Ne ho per i giustizieri dei social, quelli che hanno saputo trovare un colpevole persino davanti alla morte di una bambina.

Ne ho per i politici, improvvisamente afoni.

Ne ho per le istituzioni sanitarie, così rapide nel ricordarci i nostri doveri e assai meno inclini a mettere in discussione se stesse.

E ne ho per l’industria farmaceutica, che può permettersi il lusso più grande: restare in silenzio mentre tutti gli altri parlano per lei.

Ce n’è per tutti.

Non perché la difterite non esista, né perché i vaccini non possano essere utili. Proprio perché una bambina è morta, quella morte merita rispetto, verità, numeri, domande e accertamenti. Non merita di diventare il manifesto di una campagna già pronta.

Il coro, invece, è già partito.

Vaccinatevi! Vaccinatevi! Vaccinatevi!

E voi, giornalisti

Avete raccontato quella morte e ripetuto fino alla nausea che la bambina non era vaccinata, dimenticando quasi sempre di spiegare quanto sia remota, oggi in Italia, la possibilità che un bambino muoia di difterite. Raccontare un caso senza raccontare quanto sia raro altera inevitabilmente la percezione del rischio: dopo una settimana di titoli, ciò che è eccezionale comincia a sembrare una minaccia dietro l’angolo.

Non vi è bastato raccontare la tragedia. Avete immediatamente pubblicato il nome di una bambina di quattro anni, esponendo lei e la sua famiglia proprio nel momento in cui avrebbero avuto diritto alla massima protezione e riservatezza. Prima ancora di interrogarvi sulle più elementari regole poste a tutela della privacy e della dignità di una minore, avete consegnato quel nome alla rete, dandolo in pasto alle belve con la bava alla bocca, pronte a rovistare nella vita di una famiglia appena colpita dalla tragedia, a giudicarla, insultarla e trasformarne il lutto in un pubblico processo.

Avete parlato moltissimo di ciò che quella bambina non aveva ricevuto e assai meno di ciò che le era accaduto dopo essersi ammalata: il primo accesso ospedaliero, la dimissione, il successivo aggravamento, il nuovo ricovero. Su questo occorrerà attendere gli accertamenti. Sul vaccino, invece, la sentenza era già pronta

E voi, esperti televisivi

Continuate pure con le vostre formule semplici, così semplici da stare comodamente in trenta secondi di trasmissione. Anticorpi uguale immunità, vaccinato uguale protetto, vaccinato uguale non contagioso, assenza di prove di danno uguale prova di sicurezza, “sicuri ed efficaci” come definizione universale di un’intera categoria di farmaci.

Peccato che gli anticorpi non siano l’immunità. Possono rappresentare un importante correlato di protezione, ma non esauriscono una risposta immunitaria fatta anche di immunità cellulare, memoria, risposta innata, caratteristiche dell’ospite e dell’agente infettivo. La pandemia ce lo ha ricordato in maniera difficilmente equivocabile: si potevano avere anticorpi, infettarsi e trasmettere comunque il virus. Prevenire l’infezione, prevenire la malattia grave e impedire la trasmissione sono risultati diversi, anche se chiamarli tutti “protezione” rende certamente più facile la comunicazione.

E neppure vaccinato uguale non contagioso è una legge di natura. La capacità di una vaccinazione di ridurre infezione e trasmissione deve essere dimostrata per quello specifico prodotto, contro quella specifica malattia, nelle condizioni epidemiologiche esistenti e per un determinato periodo. Da una proprietà da misurare abbiamo invece ricavato un precetto morale: vaccinarsi significa proteggere gli altri. E su quella semplificazione abbiamo costruito certificati, esclusioni, obblighi e persino giudizi sulla responsabilità civile delle persone.

Poi ci sono gli studi clinici. Al cittadino dite che un vaccino è stato “testato contro placebo” e lui, comprensibilmente, immagina una sostanza inerte. Eppure nei trial vaccinali non sempre il controllo è stato un placebo salino: in diversi studi sono stati impiegati altri vaccini o comparatori attivi. Questo non rende automaticamente invalido uno studio, ma sapere che cosa abbia ricevuto il gruppo di controllo è indispensabile per interpretarne i risultati, soprattutto quando si parla di sicurezza. Le parole hanno ancora un significato, persino in farmacologia.

E quando ci dite che “non esistono prove che provochi quel danno”, abbiate almeno la cortesia scientifica di non trasformarlo in “abbiamo dimostrato che quel danno non esiste”. L’assenza di una prova di danno e la prova della sua assenza non sono sinonimi, soprattutto per eventi rari, esiti tardivi o studi che non possiedono dimensioni e durata sufficienti per individuarli.

Lo stesso vale per combinazioni e co-somministrazioni pediatriche. Gli studi di immunogenicità e sicurezza esistono, così come quelli sulle co-somministrazioni previste dai calendari; non per questo ogni possibile interazione biologica e ogni possibile conseguenza a lungo termine possono considerarsi definitivamente esplorate. La sicurezza di un farmaco non è un diploma che si consegue una volta e si appende al muro: va studiata e sorvegliata continuamente.

E sopra tutto rimane il mantra: “i vaccini sono sicuri ed efficaci”.

Quale vaccino, contro quale malattia, in quale persona, efficace contro quale esito, per quanto tempo e con quale rapporto tra beneficio e rischio? Nessun medico entrerebbe seriamente in ambulatorio proclamando che “gli antibiotici sono sicuri ed efficaci” senza specificare quale antibiotico, per quale infezione e per quale paziente. Per i vaccini questa elementare regola della medicina sembra invece diventata quasi sconveniente.

Quanto a voi, Burioni e Bassetti

Volti ormai inseparabili della medicina televisiva italiana, lasciateci almeno qualche centimetro di spazio per il dubbio. La scienza non acquista autorevolezza classificando chi pone una domanda prima ancora di avergli risposto, né una raccomandazione sanitaria diventa una verità scientifica per il numero di volte in cui viene ripetuta davanti a una telecamera. Mostrate i dati, accettate che vengano discussi, rispondete nel merito.

E già che parliamo di difterite, ricordiamo almeno che cosa contiene il vaccino antidifterico. È un’anatossina: induce principalmente anticorpi diretti contro la tossina difterica e protegge dalla malattia tossinica, ma non garantisce che il vaccinato non possa essere colonizzato da Corynebacterium diphtheriae né che non possa trasmetterlo. Per questo tirare in ballo genericamente l’“immunità di gregge”, come se tutti i vaccini impedissero allo stesso modo infezione e trasmissione, significa cancellare una distinzione biologica fondamentale. Questo vaccino non dà immunità di gregge: lo sapete ma non lo dite.

E visto che di scienza parliamo, da anni vi invito a un confronto pubblico. Non nel salotto televisivo costruito intorno all’ospite, non tra interruzioni, applausi e claque, ma in un confronto all’americana: due posizioni, stesso tempo a disposizione, stesse domande, diritto di replica, fonti sul tavolo, nessun pubblico schierato e condizioni di assoluta neutralità. Io ci sono. Ci sono sempre stato. Scegliete il luogo, scegliete la data, purché le regole siano uguali per tutti.

Perché se le vostre argomentazioni sono così solide come sostenete, un confronto ad armi pari non dovrebbe farvi paura.

La medicina possiede già abbastanza certezze provvisorie. Non ha bisogno di oracoli.

E voi, giudici e leoni dei social

Che avete processato una famiglia mentre piangeva una bambina, potete essere soddisfatti. Non conoscevate quella famiglia, non eravate presenti durante le visite, non disponevate della documentazione clinica, non avevate atteso gli accertamenti, ma avevate già trovato la colpa: non era vaccinata. È bastato per trasformare una scelta sanitaria in una colpa morale e un lutto in un’occasione per impartire una lezione ai vivi. La pietà poteva aspettare: bisognava vincere una discussione su Facebook.

Voi politici, invece

Continuate pure a tacere. Polizia e Carabinieri possono occuparsi dello stato vaccinale delle famiglie mentre voi evitate accuratamente di domandarvi se sia questo il rapporto che uno Stato democratico vuole costruire con i genitori. E continuiamo a fingere che l’Italia rappresenti l’unico modello possibile, quando nella maggior parte dei Paesi europei non esiste un obbligo vaccinale pediatrico generalizzato paragonabile a quello italiano. Si raccomanda, si informa, si offre gratuitamente e si possono raggiungere coperture elevate senza trasformare automaticamente chi non aderisce in un inadempiente. Evidentemente fidarsi dei cittadini è diventato troppo rischioso.

Alle istituzioni sanitarie

Chiedo qualcosa di diverso: invece di preoccuparvi soltanto di difendere il vostro operato, verificatelo. Una bambina aveva avuto un primo accesso ospedaliero ed era stata dimessa; successivamente le sue condizioni si sono aggravate. Saranno gli accertamenti a stabilire che cosa sia accaduto e quali responsabilità eventualmente esistano, ma proprio per questo le domande devono rimanere aperte. La difterite poteva essere sospettata prima? L’evoluzione clinica avrebbe potuto suggerire ulteriori accertamenti? L’antitossina era tempestivamente disponibile? Quando è stata richiesta e quando somministrata? C’è qualcosa nella catena diagnostico-assistenziale che debba essere riesaminato?

Sono domande legittime. “Non era vaccinata” non può essere la risposta a tutte.

E sullo sfondo resta l’industria farmaceutica. In silenzio, perché non ha bisogno di parlare.

Dopo giorni di allarme sulla difterite, un genitore potrebbe prendere sul serio l’invito e dire: bene, voglio proteggere mio figlio dalla difterite. Solo dalla difterite. Ed è allora che scopre quanto sia singolare questa libertà di scelta: per il normale ciclo pediatrico italiano il monovalente antidifterico non è ordinariamente disponibile. La risposta concreta è l’esavalente.

Vuoi la difterite? Avrai anche tetano, pertosse, poliomielite, epatite B ed Haemophilus influenzae tipo b.

Sei insieme, senza poter scegliere l’uno.

E allora non occorre immaginare complotti né stanze segrete: basta guardare il mercato. Chi decide quali prodotti produrre e rendere disponibili contribuisce inevitabilmente a decidere anche quali scelte sanitarie siano concretamente possibili. La politica può continuare a parlare di libertà; il catalogo, nel frattempo, ne stabilisce i confini.

E allora avanti.

Vaccinatevi!

Vaccinatevi ogni dieci anni contro difterite, tetano e pertosse, secondo il calendario italiano, anche se un richiamo decennale universale con dTpa per tutti gli adulti non costituisce una raccomandazione universale dell’OMS.

Vaccinate anche con la febbre, perché non bisogna perdere un’occasione vaccinale, salvo poi ricordare che una malattia febbrile acuta grave costituisce motivo per rinviare.

Vaccinate i bambini 32-34 volte nei primi tredici mesi di vita, contando le singole componenti vaccinali somministrate secondo il calendario.

Vaccinateli ogni inverno contro l’influenza.

Vaccinate maschi e femmine contro l’HPV a undici anni, quando del sesso sanno ancora poco o nulla.

Vaccinate, richiamate, recuperate. Neonati, bambini, adolescenti, adulti, anziani.

Vaccinatevi! Vaccinatevi! Vaccinatevi!

E se qualcuno insiste ancora con quelle vecchie complicazioni della medicina — distinguere un prodotto dall’altro, misurare il rischio assoluto, sapere quale comparatore sia stato utilizzato negli studi, discutere benefici e rischi, sorvegliare gli eventi avversi, conoscere la durata della protezione, pretendere alternative — abbiate pazienza: non ha ancora capito lo spirito dei tempi.

Aboliamo allora anche il consenso informato.

Se la risposta ammessa è una sola, non ha più senso chiederlo. Senza ipocrisie, sostituiamolo con qualcosa di più coerente: un giuramento di fedeltà all’industria farmaceutica e ai prodotti che decide di mettere a disposizione.

Perché se una sola risposta è consentita, non si chiede consenso. Si pretende obbedienza.

E adesso basta, ho finito con voi.

Spengo la televisione, chiudo i giornali, lascio ai social i loro tribunali e torno nel mio studio. Dopo tanto rumore, ritrovo quello che conosco da una vita: un bambino seduto davanti a me e due genitori che mi affidano ciò che hanno di più prezioso.

Quei bambini li visito, li ascolto, li vedo crescere. Conosco le paure dei loro genitori e conosco anche quelle domande che qualche volta esitano persino a fare, perché siamo riusciti a creare un clima nel quale chiedere spiegazioni su un vaccino può sembrare già una dichiarazione di appartenenza.

Dopo tanti anni di medicina continuo a pensare che il mio mestiere consista anche nel permettere che quelle domande vengano fatte. Dire ciò che so, ammettere ciò che non so, distinguere un bambino dall’altro e un vaccino dall’altro, parlare dei benefici senza nascondere i rischi e dei rischi senza ingigantirli. Non devo convincere quei genitori a scegliere ciò che ho già deciso io: devo metterli nelle condizioni di scegliere conoscendo ciò che la medicina sa e anche ciò che ancora non sa.

Quando quella porta si chiude e davanti a me rimane un bambino, non devo dimostrare fedeltà a un governo, a un’azienda, a un calendario, a una maggioranza o a una campagna mediatica.

Devo rispondere a lui, alla sua famiglia e alla mia coscienza di medico.

Dopo tutto il vostro rumore, è ancora questo il mio mestiere.

E non ve lo lascio cambiare