Nei giorni scorsi la macchina dell’informazione sanitaria ha dato il meglio di sé.

Uno studio dei CDC statunitensi, pubblicato sul Morbidity and Mortality Weekly Report (MMWR), è stato rilanciato ovunque come la prova definitiva che i vaccini anti-COVID sarebbero non solo utili, ma addirittura fondamentali anche nei bambini più piccoli.

Non uno, non dieci, ma oltre cento articoli praticamente identici, rilanciati come se qualcuno avesse premuto CTRL+C / CTRL+V sull’intero sistema mediatico. Titoli in fotocopia, percentuali sbandierate come verità rivelate e il solito messaggio implicito: se non vaccini tuo figlio, stai correndo un rischio inaccettabile.

Peccato che lo studio non dimostri nulla di tutto questo. E peccato che, ancora una volta, la comunicazione abbia scelto di semplificare, amplificare e deformare i dati pur di sostenere i vaccini COVID sempre e comunque, anche quando le prove disponibili raccontano una storia molto meno entusiasmante. Un commento lucido e puntuale del blog Sensible Medicine aiuta a smontare questa narrazione, mostrando quanto poco solido sia il castello costruito su titoli altisonanti e numeri fuori contesto.

Il rapporto MMWR prende in considerazione esclusivamente bambini che si sono presentati in pronto soccorso (ED) o in centri di cure urgenti (UC) con sintomi respiratori o febbre.

Come riportato nel testo: “Among children aged 9 months–4 years, 44,541 ED/UC encounters met inclusion criteria.”
Traduzione: “Tra i bambini di età compresa tra 9 mesi e 4 anni, 44.541 accessi a pronto soccorso o a strutture di cure urgenti soddisfacevano i criteri di inclusione.”

Tabella 1 – Popolazione studiata (MMWR, Table 1)

Esito del tampone Numero di accessi Percentuale
Positivi COVID 1.292 3%
Negativi COVID 43.249 97%
Totale 44.541 100%

 

Nessuna informazione viene fornita su:

  • gravità clinica
  • ricoveri
  • terapie intensive
  • complicanze
  • esiti della malattia

Eppure, nella comunicazione pubblica, tutto questo diventa “prevenzione della malattia grave”.

Cosa lo studio non misura

Limiti metodologici fondamentali:

Aspetto clinico

Valutato Non valutato
Accesso PS / UC ✅
Tampone positivo SARS-CoV-2 ✅
Gravità dei sintomi ❌
Ricovero ospedaliero ❌
Terapia intensiva ❌
Complicanze ❌
Mortalità

❌

In sintesi: lo studio misura solo accessi e tamponi, non malattia grave.

Il numero che ha fatto il giro del mondo: “76%”

Il cuore della narrazione mediatica è racchiuso in una singola frase del MMWR: “Effectiveness of a 2024–2025 COVID-19 vaccination against a COVID-19–associated ED/UC visit was 76% (95% CI = 58%–87%).”
Traduzione: “L’efficacia della vaccinazione COVID 2024–2025 contro una visita in pronto soccorso o cure urgenti associata al COVID è stata del 76%.”

Tabella 2 – Numeri grezzi da cui deriva il 76% (MMWR, Table 2)

Stato vaccinale Accessi PS/UC Positivi COVID
Non vaccinati 42.682 12
Vaccinati 2.207 15

Lo studio parla di un’efficacia del 76% nel prevenire accessi in pronto soccorso o cure urgenti associati al COVID. Un numero che fa colpo, soprattutto se lasciato senza contesto ma, tradotto in termini pratici dimostra che bisogna vaccinare 39 bambini per evitare un solo accesso, senza sapere però se quell’accesso fosse dovuto davvero al COVID, né se la malattia fosse clinicamente rilevante

Molti di quei bambini avevano probabilmente un’altra infezione e un tampone positivo incidentale. Considerando che il COVID grave nei bambini è raro, è plausibile che il numero reale di vaccinazioni necessarie per prevenire un caso clinicamente significativo sia molto più alto.

Nonostante la raccomandazione ufficiale a vaccinare tutti i bambini sopra i 6 mesi, i dati dello stesso CDC mostrano che pochissimi bambini sono stati effettivamente vaccinati. Meno dell’1% dei casi COVID e solo il 4% dei controlli avevano ricevuto il vaccino. Genitori e pediatri non hanno avuto bisogno di grandi dibattiti teorici: hanno semplicemente osservato la realtà e si sono regolati di conseguenza. Una bocciatura silenziosa, ma eloquente, delle raccomandazioni calate dall’alto.

I dati di sorveglianza CDC (COVID-NET e FluSurv-NET, 2023–2024) mostrano una realtà molto diversa dalla narrativa emergenziale.

Tabella 3 – COVID e influenza: mortalità e ospedalizzazioni (per 100.000)

Fascia di età Morti COVID Ricoveri COVID Ricoveri Influenza
Bambini piccoli < 1 ~68 simili
Anziani 50–500 molto elevati inferiori

Nei bambini, il rischio di morte è eccezionale e il rischio di ricovero è simile a quello causato dalla sindrome influenzale.

Eppure il linguaggio comunicativo resta identico a quello usato per gli anziani fragili, e allora è doveroso chiedersi su che base è stata adottata la decisione di vaccinare i bambini. Il MMWR ha affermato: “On June 27, 2024, ACIP recommended COVID-19 vaccination for persons aged ≥6 months.”
Traduzione: “Il 27 giugno 2024 l’ACIP ha raccomandato la vaccinazione COVID per tutte le persone dai 6 mesi in su.”

Senza nessuna discussione dettagliata del rapporto rischio-beneficio, nessun confronto con l’immunità naturale, nessuna stratificazione per rischio individuale.

Con tutti i limiti delle osservazioni personali, come pediatra ho seguito numerosi bambini con infezione da SARS-CoV-2 senza osservare casi di COVID grave. Non è una prova definitiva, ma è coerente con:

  • i dati epidemiologici
  • la letteratura internazionale
  • l’esperienza condivisa da molti clinici.

Lo studio MMWR è stato pubblicato e rimbalzato ovunque come una clamorosa conferma dei benefici della vaccinazione anti-COVID nei bambini. I media hanno fatto eco, centinaia di titoli hanno cantato vittoria e il numero “76%” è diventato virale, elevato a prova definitiva che vaccinare i più piccoli fosse non solo utile, ma addirittura necessario.

Qualche settimana dopo questo clamore, però, il sistema sanitario degli Stati Uniti ha compiuto una scelta radicale: ha ritirato la raccomandazione di vaccinare di routine i bambini sani contro il COVID. Il 27 maggio 2025, il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. ha annunciato che il vaccino per i bambini sani e per le donne in gravidanza è stato rimosso dal calendario ufficiale delle vaccinazioni raccomandate del CDC, citando la mancanza di dati clinici solidi a sostegno della strategia di richiami ripetuti nei bambini.

In parole povere: prima l’abbiamo consigliato a tutti, poi l’abbiamo de-raccomandato e nel mezzo è apparso uno studio che, a volergli concedere il massimo beneficio d’inventario, misura accessi al pronto soccorso per sintomi simil-COVID e non dimostra nemmeno che i bambini inclusi avessero una malattia grave.

Questo solleva una domanda scomoda, ma inevitabile: lo studio MMWR è stato davvero pensato per chiarire un dubbio scientifico rilevante, oppure è stato utilizzato per tentare di blindare una raccomandazione che stava già perdendo terreno? Perché il punto centrale è questo: non è stato lo studio a guidare le politiche sanitarie, è successo l’opposto. Le politiche stavano già cambiando e lo studio è stato piegato, almeno sul piano comunicativo, per sostenere una linea che stava diventando sempre più difficile da difendere. Non i dati a orientare le decisioni, ma le decisioni a orientare il racconto dei dati.

A rendere questa lettura ancora più solida arrivano ora i risultati di un grande studio di real-world evidence condotto nella regione di Madrid, uno dei più ampi e metodologicamente robusti mai realizzati sulla vaccinazione COVID in età pediatrica. Lo studio, guidato da Miguel A. Hernán della Harvard T.H. Chan School of Public Health e pubblicato su The Pediatric Infectious Disease Journal, ha utilizzato i registri sanitari regionali, che coprono quasi l’intera popolazione, per emulare un vero e proprio target trial randomizzato.

Sono stati analizzati 460.834 bambini vaccinati e 2.304.170 bambini non vaccinati, abbinati con un rapporto 1:5 per età, sesso, area di residenza e periodo di calendario. Il follow-up è durato 240 giorni, un arco temporale sufficientemente lungo da intercettare eventi rari ma clinicamente significativi. A differenza dello studio MMWR, qui gli endpoint non erano accessi aspecifici per sintomi vaghi, ma esiti duri: ricoveri per COVID con COVID come causa primaria, sindrome infiammatoria multisistemica nei bambini (MIS-C) e miocardite/pericardite acuta.

I risultati sono tutt’altro che trionfali.

Nei bambini 6–11 anni, il ricovero per COVID è risultato estremamente raro: circa 12,7 casi ogni 100.000 nei non vaccinati nell’arco di 240 giorni. La vaccinazione ha ridotto questo numero di 1,2 casi ogni 100.000, corrispondente a un’efficacia stimata intorno al 9%, con intervalli di confidenza ampi che includono l’assenza di beneficio. In termini pratici, il beneficio assoluto è minimo e incerto. In questa fascia d’età non si sono osservati casi di miocardite o pericardite né nei vaccinati né nei non vaccinati, e anche la MIS-C è rimasta un evento eccezionale, con numeri troppo piccoli per consentire conclusioni robuste.

Negli adolescenti 12–17 anni, l’effetto vaccinale è apparso leggermente più consistente ma comunque limitato. L’efficacia relativa contro il ricovero per COVID è stata stimata intorno al 45%, che in termini assoluti equivale a circa 5,3 ricoveri evitati ogni 100.000. Ancora una volta, il dato cruciale è l’ordine di grandezza: benefici piccoli su eventi già rari. Quanto alla sicurezza, la miocardite/pericardite si è verificata con tassi simili nei vaccinati e nei non vaccinati, circa 7–8 casi ogni 100.000, con un rapporto di rischio di 1,09 e ampia incertezza statistica. L’evento resta raro, ma non risulta chiaramente ridotto dalla vaccinazione.

Gli stessi autori sottolineano un punto fondamentale: gli esiti gravi da COVID nei bambini erano rari indipendentemente dalla vaccinazione, e questo limita inevitabilmente il beneficio assoluto ottenibile con qualsiasi intervento preventivo. Quando il rischio di base è molto basso, anche un’efficacia relativa apparentemente discreta si traduce in un impatto clinico minimo.

Nel complesso, lo studio di Madrid fornisce prove di forza moderata ma estremamente coerenti con ciò che molti clinici osservano da tempo e con quanto suggeriscono i dati epidemiologici: nei bambini il COVID grave è raro, i benefici della vaccinazione sono piccoli, incerti e fortemente dipendenti dall’età, mentre i segnali di sicurezza, pur rari, non scompaiono del tutto negli adolescenti.

Alla luce di tutto questo, il caso dello studio MMWR assume un significato ancora più chiaro. Quando la sanità pubblica entra in modalità difensiva, la scienza smette di essere uno strumento di comprensione e diventa un accessorio retorico, utile a legittimare scelte già prese o a ritardarne la revisione. Prima si amplifica un numero, poi si corregge la rotta in silenzio.

E resta una domanda molto semplice, molto concreta: se una raccomandazione può essere ritirata poco dopo che quei numeri sono stati presentati come rassicuranti e decisivi, forse non erano né rassicuranti né decisivi.

Questo non è scetticismo ideologico.
È semplicemente attenersi alla sequenza dei fatti — e alle prove, quando finalmente vengono guardate per quello che sono, non per quello che serviva raccontare.