La vaccinazione antinfluenzale è proposta praticamente a tutti, in modo indiscriminato, ma è rivolta in particolare ai gruppi considerati “fragili” come anziani, bambini e donne incinte. Le campagne governative promettono di “difendere la salute di tutti”, ma non ci sono solide prove scientifiche a supporto dell’efficacia e sicurezza di questa pratica né alla popolazione generale, né per le fasce “a rischio”. Per approfondimenti consultate la relazione del dottor Donzelli sul sito di InfoVax,
La retorica ufficiale: proteggere tutti a ogni costo
La campagna antinfluenzale 2024-2025, promossa, tra gli altri, dalla SItI (Società Italiana di Igiene), si rivolge a persone sopra i 60 anni, donne in gravidanza, bambini dai 6 mesi ai 6 anni, persone con condizioni croniche, relativi familiari e contatti stretti e categorie di lavoratori in settori come sanità e forze dell’ordine. L’obiettivo dichiarato è ridurre la pressione sui pronto soccorso e abbattere i costi sanitari, diminuendo le assenze scolastiche e lavorative. Un nobile intento, certo, ma dietro lo slogan di “proteggere la salute di tutti” poniamoci una domanda fondamentale: esistono dati concreti a sostegno di questa campagna che, di fatto, si rivolge a chiunque?
La sicurezza con la quale si esprimono professori come Signorelli, Ordinario di Igiene e Presidente del Nitag, nel sostenere che aumentare le coperture porti con certezza a un miglioramento medio della salute della popolazione anziana, non è attualmente sostenuta da prove valide.
L’efficacia nella riduzione delle complicanze: mito o realtà?
Jefferson e Heneghan, epidemiologi dell’Università di Oxford, mettono in discussione la qualità delle prove scientifiche che sorreggono la promozione estensiva di questi vaccini. Secondo loro, l’assenza di prove di efficacia è tale da non giustificare una campagna su scala così ampia.
Secondo le stesse industrie farmaceutiche non esistono studi adeguati sulla sicurezza del vaccino in gravidanza. Eppure, anziché considerare ciò un limite o una controindicazione, questa assenza di dati è interpretata come mancanza di prove di danno, giustificandone paradossalmente la somministrazione. È come dire: “Non sappiamo se faccia male, quindi vaccinatevi”.
Il documento NACI (equivalente all’ACIP dei CDC USA per il Canada) afferma:
“... la vaccinazione antinfluenzale nelle donne incinte non riduce significativamente l’incidenza di sindromi influenzali o ricoveri, non ci sono differenze tra i vaccinati e i non vaccinati in termini di ospedalizzazioni per influenza o polmonite“.
Allora perché insistere? La risposta della comunità medica è che “la vaccinazione potrebbe comunque offrire qualche beneficio” — un’affermazione vaga e priva di certezze.
Le prove di qualità riportate da Jefferson mostrano che i benefici della vaccinazione sono limitati, con la prevenzione di pochi casi isolati: infatti, per evitare 1 solo caso di influenza, è necessario vaccinare tra 33 e 99 adulti sani.
Anziani e mortalità cardiovascolare
Sugli anziani, per i quali il vaccino è propagandato come indispensabile, i dati attualmente disponibili non dovrebbero orientarci verso una vaccinazione antinfluenzale di massa. Un’analisi combinata di RCT ha mostrato che, in assenza di sindrome cronica acuta (infarto o angina instabile), la mortalità cardiovascolare tra gli anziani vaccinati è più alta rispetto ai non vaccinati. Chi ha condizioni cardiache stabili potrebbe rischiare di più vaccinandosi, con un aumento della mortalità cardiovascolare in tendenza del 45%. Ma questo dato, che Donzelli ha evidenziato in una lettera pubblicata su JAMA Cardiology, non trova spazio nelle campagne informative pubbliche, che si focalizzano su generici benefici.
Prendendo in esame sei trial di alta qualità (RCT) che confrontano due gruppi di anziani con caratteristiche simili e numerosità identica, è emerso che nel gruppo dei vaccinati ci sono stati 32 decessi, contro i 22 del gruppo dei non vaccinati.
La domanda quindi è: perché non riferire apertamente questo risultato? Anche se non fosse la prova definitiva, rimane il fatto che le migliori prove disponibili al momento indicano una direzione precisa.
I bambini e la trasmissione dell’influenza in famiglia
Nello spot del Ministero una bambina chiede ai nonni “avete fatto la cosa più importante?”. La risposta dei nonni è sì, riferendosi alla vaccinazione antinfluenzale, che, come suggerisce lo spot, può essere fatta anche insieme al vaccino anti-Covid-19, rivolgendosi al proprio medico.
Esistono studi significativi come quello che Benjamin Cowling ha condotto nel 2012 su 115 bambini, divisi in due gruppi equivalenti: uno ha ricevuto il vaccino antinfluenzale trivalente, l’altro un placebo. Risultato? I vaccinati hanno registrato una riduzione di 30 casi di influenza stagionale rispetto ai non vaccinati, ma hanno avuto 302 infezioni in più da altri virus respiratori. Il totale dei casi di virosi nel gruppo vaccinato era di 201 in più rispetto al gruppo placebo.
Uno studio successivo ha poi mostrato che non esiste prova che la vaccinazione prevenga la trasmissione dell’influenza, una volta introdotta nella famiglia. Anzi, i dati suggeriscono addirittura che il bambino vaccinato possa aumentare il rischio di infezione in famiglia, anziché ridurlo.
Donne in gravidanza e tendenze preoccupanti
Per le donne in gravidanza, si sospetta che l’“healthy-vaccine bias” (cioè il fatto che le donne più istruite e attente alla salute tendano a vaccinarsi di più) possa avere un impatto significativo nella valutazione dell’efficacia della vaccinazione. Le donne più istruite e più attente alla salute, con comportamenti più sani in generale e che cercano una migliore assistenza medica, potrebbero aderire maggiormente alla vaccinazione antinfluenzale, sempre più raccomandata da medici , società professionali e autorità sanitarie pubbliche. L’impatto dello stile di vita potrebbe essere determinante nel far figurare come maggiore la efficacia vaccinale.
Ma cosa ci dicono le prove più robuste, come i RCT (Randomized Controlled Trials), su questo tema? Gli studi osservazionali non indicano differenze di gravità dell’infezione influenzale nelle donne incinte, e tre revisioni sistematiche dell’OMS non hanno trovato evidenze di un rischio grave per questo gruppo. Nonostante questo, si continua a raccomandare la vaccinazione in gravidanza senza una solida base di prove dai RCT. La Fondazione Bill & Melinda Gates ha finanziato quattro grandi studi randomizzati in contesti a basso reddito. Il risultato? È emersa un leggero aumento delle morti tra le donne vaccinate (8 decessi contro 5), ma in particolare i dati sui neonati sono stati ancora più allarmanti. Nei gruppi di madri vaccinate si è registrato un eccesso di 24 morti tra i figli rispetto ai non vaccinati, un eccesso tendenziale di fatti avversi gravi in tutti i RCT, e statisticamente significativo nel RCT più grande.
Davanti a questi segnali, è fondamentale richiedere ulteriori prove solide e indipendenti prima di proseguire con raccomandazioni globali che coinvolgono un gruppo così sensibile.
Conclusioni: tra retorica e scienza
Mentre il Ministero della Salute invita alla vaccinazione di massa con spot accattivanti, bisognerebbe interrogarsi sull’assenza di un contraltare scientifico che inviti a riflettere sui limiti e le incertezze di queste pratiche.
È davvero giusto promuovere una vaccinazione indiscriminata senza solide prove che ne dimostrino benefici certi? Forse, come suggerisce Donzelli, sarebbe più etico e trasparente parlare apertamente di quello che emerge dai dati scientifici sui rischi e i benefici della vaccinazione antinfluenzale, per permettere a ognuno di scegliere in modo consapevole.

