C’è qualcosa di profondamente ipocrita nel modo in cui la società reagisce alla violenza giovanile.
Ogni volta che un ragazzo accoltella un coetaneo davanti a una discoteca, ogni volta che una rissa diventa virale sui social, ogni volta che un minorenne viene arrestato per rapina, il dibattito pubblico si comporta come se fosse davanti a un fenomeno inspiegabile. Si parla di emergenza, di fragilità generazionale, di disagio improvviso. Si convocano tavoli istituzionali, si moltiplicano gli appelli pedagogici, si promettono nuove leggi, quasi nessuno pronuncia la parola più semplice e più scomoda: responsabilità.
I numeri dell’ultimo rapporto di Save the Children, significativamente intitolato “(Dis)armati”, sono il referto clinico di una malattia sociale che non può più essere nascosta sotto il tappeto della retorica.
Nel 2024 i minorenni tra i 14 e i 17 anni denunciati o arrestati per rapina sono stati quasi quattromila, più del doppio rispetto a dieci anni fa. Le lesioni personali sono quasi raddoppiate. Le risse sono più che duplicate. Ancora più impressionante è l’esplosione dei casi di porto abusivo di armi o oggetti atti a offendere: da meno di ottocento nel 2019 a quasi duemila nel 2024. Tradotto in parole semplici: un numero crescente di adolescenti esce di casa con un coltello in tasca.
Non lo fa per difendersi da un pericolo reale, lo fa per difendersi dall’invisibilità.
La narrazione dominante preferisce però raccontare questa deriva come un fenomeno spontaneo, una sorta di misteriosa degenerazione generazionale; si evocano tensioni familiari, fragilità psicologiche, influenze esterne, è il modo più elegante per evitare la domanda decisiva: che tipo di società stiamo costruendo se sempre più adolescenti sentono il bisogno di armarsi per sentirsi qualcuno?
La verità è che la violenza giovanile non nasce nel vuoto, ha padri precisi.
Il primo è il gigantesco circo mediatico dentro cui crescono le nuove generazioni, un ecosistema in cui la visibilità è diventata la principale forma di esistenza e in cui il valore di una persona viene misurato dalla quantità di attenzione che riesce a catturare. I ragazzi sono immersi fin da piccoli nella pedagogia dell’esposizione permanente: tutto deve essere mostrato, tutto deve essere condiviso, tutto deve diventare spettacolo.
In questo mondo non basta vivere, bisogna documentare di vivere; non basta essere, bisogna essere visti.
Dentro questa logica la violenza smette di essere un fallimento e diventa un linguaggio; la rissa davanti alla scuola non è più soltanto uno scontro tra adolescenti: è una scena da filmare: l’aggressione diventa un contenuto, il telefono è il vero regista. In molti episodi recenti gli aggressori non cercano neppure di nascondersi; al contrario, aspettano che qualcuno accenda la videocamera perché nella cultura dell’esposizione permanente il gesto acquista senso solo se genera attenzione, senza pubblico, quasi non esiste.
Abbiamo allevato una generazione convinta che la vita sia una vetrina, non stupisce allora che molti adolescenti sognino di diventare influencer prima ancora di capire chi sono. Il problema è che questo sistema vende una promessa impossibile: il successo digitale viene presentato come un orizzonte universale, quando in realtà riguarda una minuscola minoranza e per tutti gli altri resta un vuoto enorme. Quando quella promessa si infrange contro la realtà — quando la fama non arriva, quando l’attenzione resta altrove — resta una frustrazione identitaria difficile da gestire, e la frustrazione trova espressione nella violenza. Il coltello diventa un gesto di autoaffermazione, un modo brutale per uscire dall’invisibilità.
C’è poi un secondo padre, molto più imbarazzante da nominare: la gestione culturale della pandemia.
Abbiamo imposto ai giovani una sospensione radicale della vita relazionale: scuole chiuse, sport cancellati, amicizie ridotte a finestre su uno schermo. Abbiamo parlato ossessivamente di salute riducendola a un unico parametro: non essere infetti. La salute non è solo un fatto biologico, è anche relazione, senso, appartenenza.
In nome della sicurezza sanitaria abbiamo progressivamente svuotato gli spazi della crescita umana, i ragazzi sono stati trasformati nel discorso pubblico in potenziali vettori di contagio, il contatto umano è diventato sospetto, l’abbraccio una minaccia, la vicinanza quasi una colpa. Abbiamo denunciato i danni psicologici della gestione della pandemia nell’audizione della Commissione Covid.
Quando si educa una generazione alla distanza, non ci si deve stupire se poi fatica a riconoscere il valore della relazione. Molti psicologi parlano ormai di una vera e propria atrofia relazionale: ragazzi perfettamente capaci di abitare il mondo digitale ma sempre più disorientati di fronte alla presenza reale dell’altro, giovani biologicamente sani e interiormente svuotati. Un adolescente può risultare perfettamente sano nei parametri clinici e tuttavia essere privo di senso, privo di direzione, privo di appartenenza…malato e un essere umano malato ha una fragilità pronta a trasformarsi in rabbia.
Nel frattempo anche la scuola ha progressivamente smesso di svolgere la sua funzione più profonda. Decenni di riforme tecnocratiche l’hanno trasformata in un meccanismo di produzione di competenze: la parola educazione è stata sostituita dalla parola performance. Si parla di abilità, di valutazioni, di progetti, sempre meno di verità, di responsabilità, di carattere. La scuola non offre più una visione della vita; distribuisce strumenti per sopravvivere nel mercato. Un adolescente non cerca soltanto strumenti, cerca una direzione ed ha bisogno di adulti che gliela indichino. Se l’istituzione non offre una narrazione alta dell’esistenza, il ragazzo la cercherà altrove ed oggi la trova soltanto nella strada, nel gruppo, nella banda.
La criminalità organizzata dimostra una lucidità spietata: lo Stato offre procedure e la banda offre identità; la società propone modelli vuoti, e la mafia offre appartenenza.
Non è un caso che stia crescendo il numero di minorenni coinvolti nelle organizzazioni criminali, non è solo una questione economica, è una questione simbolica: in un mondo che non sa più dire ai giovani chi sono, chi offre un ruolo — anche perverso — esercita un potere enorme.
La politica, come spesso accade, reagisce nel modo più superficiale possibile: più controlli, più repressione, più decreti emergenziali. L’ordine pubblico può contenere un fenomeno, non può curarlo perché il problema non è solo l’arma ma è il vuoto che la impugna.
La verità, per quanto sgradevole, è che la violenza giovanile non è un incidente della storia. è il prodotto coerente della cultura che abbiamo costruito. Una cultura che celebra l’individualismo come libertà, che riduce l’identità al consumo, che scambia la notorietà per valore e che ha progressivamente smesso di offrire ai giovani qualcosa per cui valga davvero la pena vivere, distruggendo quelle reti di supporto indispensabili per prevenire e intervenire all’insorgere del disagio.
Così abbiamo generato una generazione paradossale: ragazzi disarmati davanti alla vita ma armati davanti al prossimo. Disarmati di senso, di comunità, di autorità morale, armati di coltelli, di rabbia e di un disperato bisogno di essere visti.
Poi, quando il sangue scorre sull’asfalto davanti a una scuola o a una discoteca, ci affrettiamo a invocare l’emergenza, si convocano tavoli, si scrivono decreti, si promettono controlli. E’una scenografia ipocrita perché la violenza non nasce nelle tasche dei ragazzi: nasce molto prima, nelle parole, nei modelli e nei valori che gli adulti hanno smesso di difendere.
I giovani stanno diventando più violenti. Indignarsi non basta, soprattutto se nello stesso momento continuiamo ad alimentare, giorno dopo giorno, le condizioni che quella violenza la producono.
Ci scandalizziamo per il coltello in tasca di un adolescente, e tolleriamo senza battere ciglio una società che educa all’egoismo, all’esibizione permanente, alla competizione narcisistica. Gridiamo all’emergenza quando scorre il sangue, e restiamo sorprendentemente silenziosi mentre si costruisce il vuoto culturale, relazionale e morale che rende quella violenza quasi inevitabile.
Le armi che i ragazzi portano nelle tasche sono solo il sintomo visibile della progressiva diserzione affettiva, educativa e morale degli adulti.
Prima ancora di essere disarmati davanti alla vita, molti giovani sono disamati. Disamati da una società che li osserva continuamente ma li guarda sempre meno. Disamati da un sistema culturale che li trasforma in pubblico, in utenti, in target, ma raramente in persone. Disamati da istituzioni che parlano di competenze e performance ma hanno smesso di parlare di senso, di responsabilità, di comunità.
Il titolo più onesto di quel rapporto non sarebbe “(Dis)armati”, ma “(Dis)amati”.

