Vale la pena soffermarsi sulla tormentata storia della denominazione delle medicine innominabili che è stato oggetto di una articolata evoluzione.
Mentre l’OMS le ha sempre chiamate Medicine Tradizionali, in passato, nelle diverse lingue, il significato poteva venire distorto e a volte arrivare a far coincidere tradizionale con convenzionale. Da lì il termine NON convenzionali, termine che in Italia è durato parecchio ed è stato anche istituzionalizzato e tuttora ha dei sostenitori. Ma NON è una negazione poco gradita ai cultori della materia, specie se consideriamo la diversa natura delle discipline incluse.
In occasione di cambi di rotta, si affermano neologismi che in qualche modo “istituzionalizzano” l’avvenuto cambiamento che poi vien colto dalle autorità più come “consensus” che come il risultato di una appropriato confronto terminologico.
Quando c’è stata una istituzionalizzazione regionale (una legge nazionale è in gestazione dagli anni’80) si sono divise le discipline del “benessere” dalle pratiche cliniche che possono essere professate solo da medici e veterinari (Agopuntura, omeopatia, fitoterapia).
In occasione di questo riconoscimento si è approdati al temine più diplomatico di MEDICINE COMPLEMENTARI, termine più caro ai politici ma accettato anche dagli operatori, in particolare dai medici che nel frattempo venivano riconosciuti e iscritti nei registri ordinistici, a partire dal 2002 quando ci fu la conferenza di Terni in cui le innominabili venivano considerate come un atto medico (anche se lo spirito degli ordini tuttora teme da queste medicine uno scadimento della dignità professionale).
Il nome olistico nel frattempo veniva relegato più nell’area delle discipline come la naturopatia, le medicine indiane, tibetane, la medicina funzionale, ecc. mentre alternativo, più usato dagli anni ’70 inglobava genericamente discipline non riconosciute dalla scienza medica ufficiale. Nel tempo veniva mantenuto nei paesi anglosassoni e scartato negli altri l’acronimo CAM (complementary and alternative medicines).
A un certo punto prorompe il termine integrato come sviluppo di una commistione tra medicina ufficiale e le “altre” medicine. Ma il problema sorge quando si parla di paradigma ovvero se e perché viene utilizzato da alcuni come se fosse di per sé una disciplina.
Quindi il termine integrazione sembra contemplare un paradigma unico (cioè quello accademico) cosa difficile da accettare proprio per le diversità dei principi e per la sottomissione al modello scientista. Se per certe discipline può essere accettato (come la fitoterapia) in altre come la MTC (Medicina Tradizionale Cinese) e soprattutto l’omeopatia, non è proprio possibile. Adesso la denominazione più corretta (sempre che sia definitiva) è tornata in parte quella originaria dell’OMS, ovvero medicina tradizionale con l’aggiunta di integrative (non integrate).
Integrativo presupporrebbe il riconoscimento della validità di un approccio globale alla persona malata nel riconoscimento dei differenti paradigmi concettuali di cura. Quindi finalmente (forse) saremmo arrivati a una denominazione più appropriata e universale (Medicine tradizionali e integrative). Ma anche in questo caso ci sono dei distinguo, ovvero alcuni sostengono che si tratti di una questione terminologica (anglosassone) senza diversità sostanziali. Negli UK si usa di più “integrate” mentre negli USA “integrative” ma in modo apparentemente intercambiabile.
Più recentemente e da quando in molti stati, compreso il nostro, hanno visto l’inserimento nei Sistemi Sanitari Nazionali, la terminologia si è ulteriormente modificata. L’OMS, adotta sempre il termine generico di Medicina Tradizionale, ma meglio specificato di Traditional, Complementary and Integrative Medicine (TCIM). In Europa il termine è un po’ differente, TCIH, dove si sostituisce il termine ”Medicine” con “Healthcare”, una volta abbandonato definitivamente (almeno sembra) il vecchio acronimo di CAM (Complementary and Alternative Medicine).

