Negli ultimi anni si è parlato molto di eccesso di mortalità nella popolazione anziana, mentre è rimasto molto meno visibile ciò che sta accadendo nelle fasce più giovani.
Il lavoro dell’ingegnere Stefano Albertini affronta proprio questo punto, concentrandosi su un gruppo specifico: le ragazze tra i 10 e i 19 anni, analizzando l’andamento dei decessi e le cause di morte in base esclusivamente ai dati ufficiali ISTAT aggiornati al 2023.
L’obiettivo dello studio non è formulare accuse né stabilire nessi causali definitivi, ma individuare quei segnali anomali nei dati che meritano attenzione da parte delle istituzioni sanitarie. In epidemiologia, infatti, riconoscere precocemente pattern insoliti è il primo passo per capire se dietro ai numeri si nascondano fenomeni nuovi o sottovalutati o non ancora esplorati.
Perché proprio le ragazze tra 10 e 19 anni
Albertini osserva che, durante il periodo successivo all’introduzione delle vaccinazioni anti-Covid, alcune fasce di popolazione giovanile mostrano andamenti di mortalità diversi da quelli storici; tra queste, il gruppo femminile 10–19 anni risulta particolarmente interessante per due motivi: l’entità dell’eccesso di mortalità e la sua distribuzione nel tempo.
Confrontando i decessi annuali con la media del periodo 2015–2019, corretta per la popolazione residente, emerge un aumento della mortalità pari a circa il 13,6% nel 2021 e al 13,7% nel 2023, mentre nel 2022 si osserva una riduzione rispetto alla media storica. Questo andamento “a ondate”, con anni di aumento alternati a un anno di calo, rappresenta già di per sé un elemento che merita di essere spiegato.
Le correlazioni temporali osservate
Un aspetto centrale dello studio riguarda la correlazione temporale tra l’aumento dei decessi e le fasi di somministrazione vaccinale. Attraverso grafici cumulativi e medie mobili, l’autore mostra come due fasi di incremento della mortalità coincidano temporalmente con due periodi distinti di somministrazioni: il primo corrisponde al ciclo iniziale di vaccinazioni tra il 2021 e l’inizio del 2022, e il secondo alle quarte dosi tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023.
In particolare, spostando nel tempo la curva delle quarte dosi di circa 39 giorni, i picchi di mortalità risultano sorprendentemente sovrapponibili ai picchi delle somministrazioni. Questo non dimostra un rapporto di causa-effetto, ma costituisce una correlazione temporale statisticamente rilevante, che in ambito scientifico rappresenta un chiaro segnale di allerta e non qualcosa da archiviare come coincidenza.
Che cosa dicono le cause di morte
La parte forse più delicata dello studio riguarda l’analisi delle cause di morte, rese disponibili da ISTAT in forma sintetica fino al 2023. Concentrandosi sulle ragazze tra 10 e 14 anni, Albertini mostra che, a partire dal 2021, si verifica un aumento molto marcato dei decessi attribuiti a cause neurologiche.
Prima del 2020, queste cause erano numericamente inferiori rispetto a traumi e avvelenamenti; dal 2021 in poi, diventano la seconda causa di morte dopo i tumori, con un aumento del 120% nel 2021 e del 166% nel 2023 rispetto alla media degli anni precedenti. È importante notare che nel 2022, anno in cui la mortalità complessiva diminuisce, anche i decessi per cause neurologiche tornano su valori più vicini alla norma.
Perché questi dati pongono delle domande
Lo studio non afferma che le vaccinazioni siano la causa diretta di questi decessi, né potrebbe farlo: stabilire una causalità richiede studi clinici, analisi individuali e dati molto più dettagliati. Tuttavia, i numeri sollevano interrogativi legittimi.
Tra questi, due sono di particolare rilievo.
Se le infezioni da Covid sono indicate in letteratura come uno dei principali fattori di rischio per alcune patologie neurologiche, perché l’aumento dei decessi si concentra solo in determinati anni e non segue un andamento continuo?
Perché i picchi di mortalità sembrano verificarsi a distanza di diverse settimane dalle somministrazioni, in particolare delle quarte dosi? I dati forniti dagli studi di sicurezza considerano finestre di osservazione molto più brevi. Albertini sottolinea che limitare l’osservazione a 28 giorni, come spesso avviene negli studi di coorte, potrebbe non essere sufficiente se gli eventi avversi più gravi si manifestano dopo circa 40 giorni. Anche questo non è una conclusione, ma una richiesta di approfondimento metodologico.
Perché questo lavoro è importante
Utilizzando dati pubblici e replicabili, Albertini mostra che esistono segnali statistici coerenti che non possono essere ignorati, soprattutto quando riguardano una popolazione giovane e teoricamente a basso rischio di mortalità.
In sanità pubblica, il compito delle istituzioni non è rassicurare a prescindere, ma interrogarsi quando i dati cambiano rispetto al passato. Ignorare questi segnali non rende la popolazione più protetta; al contrario, rischia di ritardare quelle indagini approfondite che potrebbero chiarire se ci troviamo di fronte a coincidenze, a fattori confondenti o a fenomeni nuovi che richiedono risposte.
Una scienza credibile non teme le domande poste dai dati. Le considera il punto di partenza.

