Mi è stato segnalato un reel su Facebook che merita un commento: la collega che lo ha pubblicato vorrebbe convincere alcuni genitori a vaccinare i figli; prima ancora di analizzare le sue tesi, vale la pena di ascoltare il tono intrinsecamente paternalistico e la condiscendenza con cui si rivolge a loro.
Esordisce con «pazienti no vax», che poi descrive come «persone assolutamente normali», «attente ai bisogni dei bambini» e «convintissime» della propria scelta. Dunque, li conosce: sono genitori premurosi e preoccupati, non la caricatura odiosa evocata da quell’etichetta. A detta della collega, si fidano di lei per l’alimentazione, l’educazione e le terapie; quando però si arriva ai vaccini, «si irrigidiscono».
Se li considera genitori attenti e informati, perché aprire il video proprio con quella parolina usata abitualmente per screditarli, ghettizzarli e marchiarli a fuoco? E perché la fiducia che le accordano in altri ambiti dovrebbe obbligarli ad accettare a occhi chiusi, senza il minimo spirito critico, ogni singola vaccinazione proposta? Questa non è medicina: è pretesa di obbedienza.
«Perché pensi che io ti possa mentire?», chiede loro.
È una domanda fuorviante, un abile artificio retorico che sposta l’attenzione dai vaccini all’ego del medico. Chi ha detto che pensino questo? Una madre può ritenere assolutamente onesta la propria pediatra e voler conoscere ugualmente i dati su benefici e rischi delle vaccinazioni. Anche un medico in totale buona fede può sbagliare, dare più peso alle informazioni che confermano le proprie convinzioni o ripetere a memoria una rassicurazione generica.
La collega ricorda ai genitori che i suoi figli sono vaccinati: e quindi? Né la sua esperienza privata né le sue scelte personali costituiscono una prova scientifica alle domande tecniche che quei genitori le pongono.
Quando poi osserva che i genitori «non rispondono» alle sue sollecitazioni sull’argomento, potrebbe farsi un bell’esame di coscienza: una mamma e un papà desiderano davvero discutere una scelta delicata mentre la visita del figlio viene trasformata in una prova di lealtà verso la sua persona? Il silenzio di un genitore non è ignoranza, né ostinazione sorda: è il legittimo rifiuto di farsi sottoporre a un processo alle intenzioni.
Il consenso informato richiede dati, rischi e alternative, non un atto di fede verso il camice.
La dottoressa attribuisce la loro esitazione a persone che «seminano terrore», su questo inviterei la collega a guardare con implacabile coraggio anche dentro la nostra categoria. Non mi riferisco a lei, naturalmente: sono sicuro che non si abbasserebbe mai a dire a una madre «Non sai quanti bambini ci sono nel polmone d’acciaio per la poliomielite».
A chi usa questa frase da mero terrorismo psicologico, però, voglio chiederlo ad alta voce: quanti, dove e quando? L’ultimo caso autoctono italiano risale al 1982, evocare oggi il polmone d’acciaio per spaventare una madre non è informazione: è intimidazione.
C’è poi l’altro classico ricatto emotivo: «Sai quanti bambini ho visto morire di morbillo?». Il morbillo può uccidere, nessuno lo nega, nel 2017 morirono in Italia tre bambini e un adulto, tutti con gravi e complesse patologie preesistenti, come certificato dai dati ISS. Chi richiama la propria esperienza emotiva (ammesso che sia reale) per instillare il senso di colpa abbia il rigore di dare le cifre e i quadri clinici completi. Lasciare tutto nell’ombra per far figurare l’orrore nella mente di un genitore è soltanto manipolazione della paura.
Alla fine, la collega dice ai genitori che spera «che cambieranno idea» e invita a essere «uniti contro certi individui potenti». Uno slogan da comizio politico, non una riflessione scientifica. Io sarei più interessato a capire perché non cambiano idea.
Gliene offro cinque di ragioni, come omaggio da portare alla prossima conversazione con una famiglia: domande reali di genitori consapevoli, infinitamente più informati di chi accetta una vaccinazione al buio.
1. Efficacia reale e fallimenti
Quante volte quel vaccino è in grado di evitare la malattia? Il gruppo CIOMS/OMS definisce «fallimento vaccinale clinico» la comparsa della malattia in un soggetto regolarmente vaccinato. Quando la malattia compare, è inutile arrampicarsi sugli specchi dicendo che «altrimenti sarebbe stata grave»: su quale prova scientifica si fonda questa affermazione nel singolo individuo?
Ricordiamo il ceppo Rubini contro la parotite: uno studio del 1998 ne dimostrò un’efficacia clinica ridicola del 6,3%. Fu ritirato solo nel 2001. Per tre anni, cosa è stato raccontato ai genitori su quel vaccino?
2. La farsa dei comparatori nei trial
Come viene verificata la sicurezza dei vaccini prima della loro commercializzazione? Con soluzione salina, o con un altro vaccino o adiuvante attivo? Se il confronto viene fatto con un prodotto attivo, le reazioni non emergeranno mai come differenza relativa. Dire «non causa più reazioni del comparatore» non significa affatto «non causa reazioni». Fingere di non capire questa differenza significa spacciare per prova ciò che è solo un artificio metodologico.
3. L’immunità di gregge usata come dogma
«Proteggi gli altri» non vale per tutto. Il tetano non si trasmette da bambino a bambino. Per il morbillo, come si stimano le coperture reali se l’immunità decade? A Bari, 305 studenti universitari su 2.000 vaccinati con due dosi non avevano titoli protettivi; in Puglia, il 39,8% dei giovani donatori era di fatto suscettibile. Quante persone sono protette davvero oggi? Continuare a invocare l’immunità di gregge come automatismo è dogmatismo da catechismo, non infettivologia.
4. La roulette delle somministrazioni simultanee
Esavalente, pneumococco e rotavirus insieme a soli due mesi. Quali combinazioni esatte sono state testate nei trial ufficiali? Con quali numeri e quale follow-up sugli eventi avversi? Rispondere «si fa da sempre» è pigrizia burocratica, non una prova scientifica.
5. Il feticcio del “sicuro ed efficace”
Dire che «i vaccini sono sicuri ed efficaci» come unico blocco monolitico è come affermare che «i farmaci fanno bene». Quale vaccino? Per quale patologia? In quale paziente? Si somministrano prodotti biologici a lattanti sani per rischi ipotetici e lontani: il bilancio beneficio/rischio va pesato caso per caso.
E quando un genitore riferisce una reazione post-vaccinale, la risposta immediata non può essere il solito riflesso condizionato: «Non può essere stato il vaccino». La sottosegnalazione è un dato di fatto: gli studi sul VAERS parlano di una rilevazione che spesso non supera il 10-15% dei casi reali. Negare persino i danni da vaccino accertati dalle autorità regolatorie — come le trombosi con trombocitopenia da Vaxzevria — non rassicura nessuno: distrugge soltanto, e definitivamente, la credibilità di chi parla.
La collega chiude il suo video con una frase ad effetto: «Sapere è potere».
Benissimo, e allora si cominci a sapere davvero.
Si mostrino i trial. Si analizzino i comparatori. Si leggano i dati di efficacia reale, non solo i titoli degli studi scientifici. Si facciano le segnalazioni dei danni invece di liquidarle con un’alzata di spalle.
Chiamare quei genitori «no vax» dall’alto di un pulpito è comodo. Pretendere la loro cieca obbedienza è facile. Augurarsi con condiscendenza che «cambino idea» è un esercizio di autosoddisfazione che non porta da nessuna parte.
Capire perché esitano richiede lo sforzo di un medico vero: quello di ascoltarli.

