Chi ci segue sa che non è nel nostro stile calcare la mano, alzare i toni, ma quando è troppo, anche le persone più miti perdono la calma.

Una nuova inchiesta del British Medical Journal rivela che i responsabili statunitensi della sicurezza vaccinale conoscevano un grave difetto del sistema utilizzato per individuare i rischi dei vaccini contro la Covid, sapevano che poteva non riconoscere eventi avversi importanti.

Una scienziata della stessa FDA li aveva avvertiti e le intimarono di fermarsi.

Non è una voce raccolta sui social: l’inchiesta si basa su documenti interni, email governative, testimonianze e atti acquisiti dal Senato degli Stati Uniti, ora esaminati dal British Medical Journal.

Il problema riguardava il metodo statistico con cui la FDA analizzava le segnalazioni raccolte nel VAERS, il sistema statunitense di farmacovigilanza.

Il sistema avrebbe dovuto segnalare gli eventi avversi riportati con frequenza insolitamente alta dopo un vaccino, il problema era il termine di paragone: le segnalazioni relative a Pfizer venivano confrontate anche con quelle relative a Moderna, e viceversa. Se lo stesso evento aumentava dopo entrambi i vaccini, risultava più frequente anche nel gruppo usato come confronto e poteva quindi apparire normale.

E’ come controllare se un bicchiere sia avvelenato confrontandolo con un altro che contiene lo stesso veleno: poiché gli effetti sono simili, si conclude che non vi sia nulla di anomalo. Un capolavoro di farmacovigilanza: invece di scoprire il rischio, lo si faceva sparire nel confronto.

Il fenomeno ha un nome preciso: masking, mascheramento.

Questo non significa che ogni evento segnalato fosse causato dal vaccino, ma che doveva essere riconosciuto, studiato e verificato: a questo serve la farmacovigilanza.

La dottoressa Ana Szarfman, esperta della FDA che aveva contribuito all’introduzione del sistema di analisi, segnalò il problema già nel dicembre 2020, prima dell’avvio della vaccinazione di massa.

Nel marzo 2021 presentò un’analisi che individuava decine di casi di mascheramento estremo, anche per morte cardiaca improvvisa e ictus. Un altro funzionario della FDA confermò il problema con una verifica indipendente.

Nel settembre 2021 Szarfman ricevette l’ordine di “cessare e desistere”… di smettere.

Le email interne chiariscono anche il motivo: modificare i parametri durante la campagna avrebbe potuto creare “confusione” e avere conseguenze indesiderate sulla fiducia nei vaccini.

L’unica motivazione: la preoccupazione per la campagna aveva preso il posto della ricerca della verità.

La farmacovigilanza non orientava più la comunicazione, ma era la comunicazione a condizionare la farmacovigilanza.

La miocardite è l’esempio più evidente. Il sistema automatico della FDA non riuscì a rilevarne tempestivamente il segnale, che stava già emergendo in altri Paesi. Il nesso fu poi riconosciuto attraverso altre analisi e altri sistemi di sorveglianza. L’assenza di un allarme veniva però usata per rassicurare, nonostante la FDA sapesse che lo strumento poteva essere cieco proprio davanti a quei segnali.

Non è la prima volta che emerge una vicenda simile: lo studio israeliano di Yaakov Ophir e Yaffa Shir-Raz, basato su dati interni del Ministero della Salute, ha esaminato 531 ricoveri e 67 decessi segnalati a Pfizer tra marzo 2021 e maggio 2022. Miocardite o pericardite comparivano in 250 ricoveri e in 151 dei 211 pazienti con meno di trent’anni. Questi dati non dimostrano da soli un rapporto causale, ma costituiscono un segnale che avrebbe richiesto la massima attenzione, furono invece comunicati a medici e cittadini con un ritardo di tre o quattro mesi, insistendo sulla rarità e sulla natura generalmente lieve delle miocarditi. Anche in Israele, dunque, la comunicazione non servì a rappresentare integralmente il rischio, ma a renderlo più rassicurante.

Nel frattempo, milioni di cittadini venivano rassicurati con la formula “sicuri ed efficaci”. Chi chiedeva prudenza veniva deriso. Chi segnalava un evento avverso era spesso ignorato. I danneggiati venivano trattati come visionari, quando non come nemici della scienza.

Ora apprendiamo che una scienziata della FDA aveva lanciato l’allarme fin dall’inizio. Fu fatta tacere.

Quanto emerge negli Stati Uniti impone domande anche all’Europa e all’Italia: le autorità europee hanno utilizzato sistemi di farmacovigilanza esposti allo stesso problema? Il mascheramento è stato valutato? Quali segnali sono stati approfonditi e quali esclusi? Con quali criteri? Che cosa sapevano EMA, AIFA e Ministero della Salute mentre ai cittadini veniva ripetuto che non esistevano motivi di preoccupazione?

In Italia abbiamo già visto, nella corrispondenza tra Ministero della Salute, AIFA e altri organismi mostrata da Fuori dal coro e pubblicata da La Verità, quanto fosse grande la distanza tra le discussioni interne e le dichiarazioni rivolte alla popolazione.

Eppure, le denunce sono finite troppo spesso con richieste e decreti di archiviazione. Anche di fronte alla somministrazione di prodotti autorizzati in condizioni emergenziali a bambini, adolescenti e donne incinte, la magistratura ha rinunciato ad approfondire omissioni, responsabilità e possibili conflitti tra la tutela della campagna e quella delle singole persone.

Non basta sostenere che si agiva per la salute pubblica. Proprio quando un trattamento viene imposto o diventa la condizione per lavorare e partecipare alla vita sociale, i controlli dovrebbero essere più rigorosi e la trasparenza assoluta. È accaduto il contrario.

Chi segnalava i problemi è stato zittito e chi aveva subito un danno è stato abbandonato.

A chi chiedeva i dati si rispondeva accusandolo di diffondere sfiducia.

Le autorità incaricate di controllare temevano soprattutto che le cattive notizie indebolissero la campagna.

Non sappiamo ancora quanti allarmi siano stati cancellati dal mascheramento, quanti danni non siano stati riconosciuti e quante persone avrebbero potuto essere risparmiate; per questo occorrono indagini indipendenti, accesso integrale ai dati e l’accertamento delle responsabilità.

Dopo cinque anni di silenzi, omissioni e vite liquidate come coincidenze, non c’è più spazio per la cautela delle parole.

Chi sapeva e ha taciuto deve rispondere.

Chi ha fatto tacere deve rispondere.

Chi ha anteposto la credibilità della campagna alla sicurezza delle persone deve rispondere.

Farabutti.