Marcus Zervos è l’ultima firma di una ricerca che ha confrontato la salute di bambini vaccinati e non vaccinati e, nel documentario An Inconvenient Study, racconta di aver temuto ripercussioni sulla propria carriera e su quella dei colleghi se il lavoro fosse stato pubblicato.
La sua testimonianza proviene da uno degli autori dell’indagine e dovrebbe avere un posto centrale nella ricostruzione della vicenda; invece, quando si spiega perché lo studio non sia arrivato su una rivista scientifica, viene spesso riferita soltanto la posizione dello Henry Ford Health System.
La direzione dell’istituto sostiene che una revisione interna abbia individuato problemi nei dati e nel metodo, tanto da interrompere il percorso verso la pubblicazione. È una spiegazione che merita di essere esaminata, ma non può cancellare ciò che Zervos ha raccontato: se un ricercatore afferma di aver temuto conseguenze professionali per la diffusione dei risultati, occorre conoscere sia i rilievi scientifici mossi al lavoro sia le circostanze in cui fu deciso di non presentarlo a una rivista.
Lo studio, firmato da Lois Lamerato, Abigail Chatfield, Amy Tang e Marcus Zervos, ha esaminato le cartelle cliniche di 18.468 bambini nati tra il 2000 e il 2016.
Secondo i risultati riportati nel testo, 16.511 avevano ricevuto almeno un vaccino e 1.957 nessuno durante il periodo considerato. Il manoscritto è stato successivamente depositato agli atti del Senato statunitense e, nel dicembre 2025, John W. Oller Jr., Daniel Broudy e Nicolas Hulscher gli hanno dedicato un’analisi nella quale sostengono che la portata dei risultati sia ancora più grave di quanto lasciassero intendere le conclusioni dei ricercatori Henry Ford.
Il dato generale riguarda la comparsa di almeno una delle condizioni croniche considerate: i casi registrati furono 4.732 tra i vaccinati e 160 tra i non vaccinati, mentre l’analisi corretta per alcune caratteristiche alla nascita indicava un hazard ratio di circa 2,5.
Nella proiezione statistica a dieci anni, la quota stimata di bambini che avevano sviluppato almeno una di queste condizioni era del 57% nel gruppo vaccinato contro il 17% nell’altro gruppo.
Non tutti i partecipanti furono osservati direttamente per dieci anni e il tempo di osservazione differiva tra i due gruppi: il follow-up mediano era più lungo tra i vaccinati. Questo squilibrio costituisce un limite metodologico importante e impone prudenza nell’interpretazione della proiezione a dieci anni, anche se gli autori effettuarono analisi di sensibilità su bambini seguiti per almeno uno, tre e cinque anni. La distanza tra le due curve, tuttavia, costituisce uno dei risultati su cui Oller richiama l’attenzione.
L’indicatore generale comprendeva malattie molto diverse, tra cui asma, condizioni atopiche e autoimmuni, diabete, allergie alimentari, tumori e disturbi neurologici, dello sviluppo e della salute mentale. Proprio perché queste diagnosi non possono essere trattate come un’unica malattia, vale la pena guardare alle singole categorie.
Per l’asma furono registrati 2.867 casi tra i vaccinati e 52 tra i non vaccinati, con un hazard ratio corretto di 4,29 nella tabella 3 dello studio;
per le malattie atopiche i casi furono 946 contro 23, con un rapporto di 3,03.
Anche l’eczema risultava più frequente tra i vaccinati, sebbene con una differenza minore, mentre le allergie alimentari considerate separatamente non raggiungevano la significatività statistica.
Il risultato su cui insiste Oller riguarda dunque soprattutto asma e atopia, condizioni che ogni pediatra incontra quotidianamente.
Per le malattie autoimmuni lo studio riportava 201 casi nel gruppo vaccinato e 2 in quello non vaccinato; la tabella 3 indicava un hazard ratio corretto di 5,96. Quando nel gruppo di confronto i casi sono soltanto due, la stima resta poco precisa, ma questo limite non rende irrilevante la differenza osservata: rende necessario studiarla meglio, verificando se si confermi in popolazioni più ampie e con gruppi confrontabili.
Il capitolo del neurosviluppo è quello al quale Oller attribuisce maggiore importanza. Le diagnosi registrate furono 1.029 tra i vaccinati e 9 tra i non vaccinati, con un hazard ratio corretto di 5,53; nell’insieme erano compresi ritardo dello sviluppo, disturbi del linguaggio, ADHD, tic, difficoltà di apprendimento, disabilità comportamentali e motorie e autismo. Il ritardo dello sviluppo e i disturbi del linguaggio mostravano associazioni statisticamente significative, mentre per l’ADHD furono registrati 262 casi nel gruppo vaccinato e 0 nell’altro e per i tic 46 contro 0. Sono risultati che non consentono di calcolare un hazard ratio affidabile per ciascuna di queste ultime diagnosi, ma rendono necessario approfondire come siano state rilevate e perché risultino distribuite in questo modo.
Sull’autismo si è tentato di far passare un risultato inconcludente per una smentita: i casi erano 23 tra i vaccinati e 1 tra i non vaccinati, troppo pochi per stimare con precisione il rischio della singola diagnosi, e l’assenza di significatività statistica non dimostra l’assenza di un’associazione.
Oller richiama l’attenzione sul risultato relativo all’intero gruppo dei disturbi del neurosviluppo e, in una propria rielaborazione che riunisce condizioni diverse e in parte sovrapposte, calcola una differenza di circa 5,49 volte per diagnosi che considera vicine al profilo dello spettro autistico. Quel valore non misura il rischio della sola diagnosi di autismo, ma neppure è accettabile appellarsi ai 24 casi di autismo per ignorare le differenze rilevate nel più ampio ambito del neurosviluppo.
Lo studio riportava inoltre differenze per otiti, otiti ricorrenti, broncospasmo e anafilassi.
Per tumori, allergie alimentari, convulsioni e disturbi neurologici valutati separatamente non emergeva invece un’associazione statisticamente significativa nell’analisi corretta. Riferire anche questi risultati serve a capire dove si concentrino i segnali osservati, senza attribuire allo studio conclusioni che non ha raggiunto.
Una delle principali obiezioni metodologiche riguarda il maggior numero di visite mediche tra i bambini vaccinati, che avrebbe offerto più occasioni di diagnosticare una malattia. Si tratta del cosiddetto detection o ascertainment bias e non può essere escluso. Il ragionamento, però, può essere rovesciato: un bambino che si ammala va più spesso dal medico. Nello stesso studio, tra i non vaccinati i contatti sanitari passavano da una media di due all’anno a quasi cinque quando veniva diagnosticata una condizione cronica. Il numero delle visite, preso da solo, non spiega quindi la differenza tra i gruppi; occorrerebbe sapere quante visite precedessero la diagnosi e quante ne fossero la conseguenza. Finché questa distinzione manca, sostenere che le visite in più spieghino i risultati resta un’ipotesi da verificare, non una confutazione.
Restano inoltre i limiti propri di uno studio osservazionale e retrospettivo e la possibilità di fattori confondenti residui, comprese caratteristiche socioeconomiche, ambientali e degli stili di vita non disponibili nei database utilizzati.
Oller interpreta le associazioni osservate come un segnale di danno legato al calendario vaccinale statunitense, e le differenze riportate per asma, malattie autoimmuni e disturbi del neurosviluppo meritano una discussione che entri nel merito dei dati.
La direzione dello Henry Ford Health System considera invece lo studio metodologicamente inadeguato: renda pubblici i rilievi della revisione interna e spieghi quali errori siano stati individuati e quanto cambierebbero i risultati se venissero corretti.
Dovrebbe chiarire anche le circostanze alle quali si riferisce Zervos quando parla del timore di compromettere la propria carriera, perché lasciare senza risposta la testimonianza di un autore mentre si chiede fiducia nel giudizio dell’istituto non aiuta a risolvere la controversia.
Se il lavoro è sbagliato, si mostri precisamente dove; se invece ha individuato associazioni che richiedono ulteriori verifiche, quelle verifiche si facciano, mettendo a disposizione i dati e i metodi necessari per discuterle apertamente.
Nota sui dati. Il manoscritto contiene alcune discrepanze interne: la tabella 1 indica 1.958 bambini con zero iniezioni, mentre il testo ne indica 1.957; inoltre, per asma e malattie autoimmuni i rapporti di rischio nel riassunto non coincidono con quelli della tabella 3. I rapporti numerici citati in questo articolo provengono dalla tabella 3.
La tabella riporta i risultati presenti nella tabella 3 del manoscritto
| Condizione | Rapporto di rischio corretto |
|---|---|
| Almeno una condizione cronica | 2,54 volte |
| Asma | 4,29 volte |
| Malattie atopiche | 3,03 volte |
| Malattie autoimmuni | 5,96 volte |
| Eczema | 1,31 volte |
| Disturbi del neurosviluppo, nel complesso | 5,53 volte |
| Ritardo dello sviluppo | 3,28 volte |
| Disturbi del linguaggio | 4,47 volte |

