Versione integrata con quanto scritto dalla psicologa Rebecca Shankland
In Francia il 17% delle persone vive in solitudine cronica. In Italia siamo vicini: secondo l’ISTAT (2024), oltre 3,5 milioni di italiani dichiarano di sentirsi soli “spesso o sempre”, con punte che raggiungono il 30% tra gli over 75, il 25% tra gli adolescenti e quasi il 20% nelle famiglie con basso reddito.
Non è un disagio psicologico marginale: è una vera e propria condizione biologica che aumenta lo stress, altera l’immunità e accelera l’invecchiamento cerebrale.
Come ricorda la psicologa Rebecca Shankland, non esiste una sola solitudine.
C’è quella scelta, che assomiglia a un respiro necessario per rigenerare il sistema nervoso. E c’è quella subita, che nasce quando siamo circondati da persone ma non sostenuti nelle necessità profonde: genitori che non si sentono supportati, giovani iperconnessi e allo stesso tempo isolati, adulti schiacciati da un lavoro sempre più individualizzato.
In Italia, una ricerca del CENSIS (2023) ha mostrato che:
- il 52% dei genitori afferma di sentirsi solo nel crescere i figli;
- un genitore su tre vive un senso di abbandono istituzionale;
- il 40% delle madri di bambini piccoli riferisce di non avere nessuno a cui chiedere aiuto pratico.
Abbiamo trasformato comunità e famiglie in monadi autosufficienti, ma la biologia umana non funziona così.
I più colpiti
- Gli anziani
La narrazione più comune riguarda loro, e i numeri lo confermano: in Italia oltre 1,2 milioni di over 75 vivono completamente soli.
La solitudine è uno dei principali predittori di ricovero nelle RSA.
- Gli adolescenti e i giovani
Contro ogni stereotipo, tra i più vulnerabili oggi sono i giovani.
Shankland cita i dati francesi (27% di liceali che si sentono soli), in Italia troviamo numeri quasi sovrapponibili:
- secondo l’ISS (2022-2024), oltre 1 su 4 tra i 14 e i 19 anni si sente solo,
- il 16% mostra sintomi depressivi,
- il 12% ha ideazione suicidaria.
Un dato drammatico: il 70% dei giovani italiani dice di non avere un adulto a cui confidare le proprie fragilità.
- Le persone con basso reddito
La solitudine è anche un indicatore sociale: nelle fasce più vulnerabili supera il 30%.
Nelle aree interne, spesso private di servizi e luoghi di aggregazione, raggiunge il 35%.
La solitudine sta aumentando per
L’effetto post-pandemia: il confinamento ha amplificato un fenomeno già in crescita. In Italia, tra 2020 e 2024, la solitudine dichiarata è aumentata del 25%.
Nei giovani, l’isolamento ha prodotto ansia sociale: paura dell’altro, evitamento dei contatti, difficoltà a ricostruire relazioni.
Il telelavoro: in Francia il 28% dei telelavoratori frequenti ha solitudine cronica.
In Italia, secondo l’Osservatorio Smart Working, 1 su 3 riferisce solitudine significativa.
I social network che “tengono in contatto”, ma aumentano il confronto, la percezione di inadeguatezza e il ritiro sociale. Gli adolescenti italiani trascorrono oltre 4 ore al giorno online, spesso senza interazioni reali.
Una società che idolatra l’indipendenza: abbiamo creato un modello educativo e professionale che premia l’individuo che “ce la fa da solo” al prezzo della perdita del tessuto comunitario; in Italia, dal 1980, abbiamo perso oltre il 60% dei circoli ricreativi, oratori, associazioni territoriali e la cultura dell’indipendenza ci sta distruggendo.
La nostra è la società più paradossale della storia: parliamo ossessivamente di “salute”, ma abbiamo eliminato ciò che più la protegge ossia la comunità.
Abbiamo insegnato ai bambini a “fare da soli”, agli adulti a “non chiedere aiuto”, ai lavoratori a “non dare fastidio”.
Abbiamo glorificato l’autosufficienza come fosse una virtù biologica.
Ma non lo è. L’essere umano è un mammifero sociale: tagliare i legami significa tagliare l’ossigeno alle nostre funzioni vitali.
Oggi la vera emergenza sanitaria non è solo cosa mangiamo o quanto ci muoviamo. È quanto siamo soli.
Il dato più citato – e che colpisce – è che la solitudine equivale a fumare 15 sigarette al giorno.
Non è una metafora poetica: è un calcolo epidemiologico che misura l’impatto sul rischio di morte.
La solitudine altera la fisiologia: aumenta il cortisolo (ormone dello stress), indebolisce l’immunità, favorisce infiammazione cronica di basso grado, aumenta il rischio di infarto (+29%), ictus (+32%), ipertensione (+45%). Negli anziani soli il rischio di demenza cresce del 50%. I dati italiani confermano che chi vive solo ha un rischio di ospedalizzazione molto più alto.
Ecco l’esplosione delle malattie di questa “CIVILTÀ”
- più obesità (la solitudine altera l’autoregolazione alimentare)
- più dipendenze (alcol, tabacco, comfort food, digitale)
- più ansia e depressione
- più infarti e ictus
- più demenza (+50% negli anziani soli)
- più morte precoce
La prevenzione che non parla di relazioni è prevenzione monca.
Ridurre lo stress, mangiare bene, muoversi… tutto importante ma senza legami sociali profondi, il corpo rimane in allarme.
Come se ne esce?
Il primo passo non è “fare più cose”, ma ricollegarsi.
Serve una rivoluzione culturale
- Riaprire spazi di incontro.
- Ricostruire comunità di quartiere, non solo fitness club.
- Promuovere l’interdipendenza come competenza umana, non come debolezza.
- Chiedere aiuto, offrire aiuto, condividere.
- Rimettere al centro la relazione, non la performance.
La scienza è chiara: la qualità delle relazioni è uno dei più potenti farmaci naturali più efficace di molti integratori, più protettivo di molte terapie.
Per la politica, la sfida è sostenere iniziative sociali, ricreare luoghi di comunità, ripensare scuola e lavoro in ottica di interdipendenza perché la solitudine non è un sentimento, è un fattore di rischio reale.
Non possiamo parlare di prevenzione senza parlare di relazioni umane.
Gli esseri umani non sono progettati per vivere in isolamento. La biologia della salute è una biologia dell’appartenenza.
Lo ripeto spesso: la salute non è solo assenza di malattia, è un ecosistema fatto di cibo vero, movimento, riposo…e soprattutto relazioni.
Relazioni che nutrono, sostengono, proteggono il cervello e il sistema immunitario.
La solitudine non è una condizione emotiva: è una patologia sociale e, se vogliamo davvero occuparci di salute, dobbiamo cominciare da qui: ricostruire legami, comunità, presenza reciproca.
Perché nessun essere umano è stato progettato per vivere da solo.

