Sono anni ormai che si parla della possibile cancerogenicità del glifosato, l’erbicida più diffuso al mondo, già classificato dallo IARC (International Agency for Research on Cancer) nel 2015, come potenzialmente cancerogeno.

Tutte le sostanze indicate come potenzialmente genotossiche dallo IARC alla fine si sono rivelate tali. Il glifosato ha un giro d’affari da miliardi di dollari, è l’erbicida più diffuso al mondo ed è stato sintetizzato per la prima volta nel 1950 e commercializzato 24 anni dopo dalla Monsanto, con il nome di Roundup. La Monsanto è stata leader nel settore delle biotecnologie agrarie e degli OGM e fu acquisita da Bayer nel 2018. Il marchio Monsanto è stato cancellato a seguito delle controversie sulla tossicità dei prodotti e l’impatto ambientale.

La diffusione del glifosato, non a caso, è aumentata vertiginosamente dopo il 1996, anno della espansione a scala mondiale di colture OGM. Il consumo dell’erbicida, è passato dai 67 milioni di Kg del 1995 agli 826 milioni di Kg nel 2014. E’ il pesticida che è stato più utilizzato nella storia e si stima che venga irrorato in circa il 30% di tutti i campi coltivati del mondo. E’ usato particolarmente negli Stati Uniti, non solo come erbicida ma anche come disseccante. Essendo sistemico, il glifosato entra nella pianta e si sposta fino alle radici, bloccando l’enzima necessario per la sintesi di amminoacidi essenziali (via dello shikimato). E’ una tecnica che prevede l’utilizzo della sostanza quando il seme è già formato e quindi in grado di assorbirlo direttamente.

Per questo motivo, sono stati rinvenuti residui di glifosato nei liquidi organici come urine e latte materno, nelle acque: fiumi, acqua del rubinetto ecc., e anche in numerosi alimenti, soprattutto a base di cereali. In Italia sono stati rinvenuti in corn flakes, fette biscottate, pane, farine e pasta. Insomma sembra che il glifosato sia ovunque e che si stia accumulando nei nostri corpi.

MA PERCHÉ SI USA?

  • Il glifosato è un diserbante sistemico e viene definito «totale», ovvero non in grado di agire in maniera selettiva. L’assorbimento avviene a livello fogliare, ma nell’arco di sei ore l’erbicida risulta diffuso in tutta la pianta. Il disseccamento si registra in poco meno di due settimane ed è dovuto all’azione chelante del glifosato, in grado di sottrarre alcuni micronutrienti (ferro, magnesio) cruciali per la vita e lo sviluppo delle
  • Per evitare che l’arrivo delle piogge rovini il raccolto e si produca in alcune zone degli Stati Uniti ma anche in Gran Bretagna, infatti, non si semina in autunno per raccogliere a giugno come in Italia, ma in primavera per raccogliere verso settembre, prima dei freddi e della pioggia.

UNA  FACCENDA CONTROVERSA

Nonostante negli anni si siano susseguiti studi che associano un effetto genotossico al glifosato, la conclusione a cui è giunto il panel di esperti dell’Oms e della Fao nel 2015 è che l’assunzione di glifosato attraverso la dieta non risulti essere cancerogena per l’essere umano, sconfessando quindi il lavoro dello IARC.

“Il dibattito oramai non è più scientifico, si è spostato su un piano politico dove enorme peso lo hanno le lobby e non i ricercatori”. Il commento è di Carlo Maurizio Modonesi, professore di Ecologia umana all’Università degli Studi di Parma, e membro del Gruppo Pesticidi dei Medici per l’Ambiente (Isde).

“Lo scontro è sempre tra coloro che trovano modo di criticare l’ultimo studio scientifico pubblicato perché manca di qualche dato, e tra quelli che, invece, quando c’è anche solo una evidenza che la sostanza possa essere cancerogena, ne limitano l’esposizione per donne in gravidanza e bambini”. Ogni volta che le multinazionali vedono una minaccia che possa danneggiare il proprio business, il lavoro degli scienziati viene messo in discussione dalla lobby dell’industria che (spesso) riesce sempre ad avere la meglio.

Dietro il parere del gruppo di esperti Fao-Oms che “scagionerebbe” il glifosato si cela un enorme conflitto d’interesse. Molti firmatari del rapporto, sono legati all’Ilsi, considerata una delle maggiori lobby agroalimentari a livello mondiale. Ma il fatto curioso è che Ilsi Europa riceve la maggior parte dei suoi finanziamenti da aziende private, inclusi i produttori di glifosato Dow e Bayer-Monsanto.

L’Istituto di Salute e Scienze Ambientali dell’Ilsi, è finanziato principalmente da aziende private, tra cui, anche qui, i produttori di glifosato Dow, Monsanto. Tra i membri ci sono altri big mondiali come Nestlé, Coca cola, Exxon, Pepsi, Pfizer, McDonald, Novartis, Procter & Gamble.

L’Efsa (l’autorità europea per la sicurezza alimentare), che dovrebbe garantire la sicurezza sanitaria ed alimentare dei cittadini europei, è pienamente coinvolta in questo conflitto di interessi.

Nel 2010 l’allora eurodeputato verde José Bové denunciò la doppia vita di Diana Bánáti, presidentessa del consiglio d’amministrazione dell’Efsa e contemporaneamente membro del cda dell’Ilsi. Soltanto un anno dopo Bánáti si dimise dall’Ente europeo, rimanendo però tra gli stipendiati della lobby. Ad oggi addirittura l’Ilsi è stata riconosciuta come partner ufficiale registrato di Efsa. La Commissione Europea ha prolungato l’uso del potente erbicida fino al 2033, e non è finita qui: l’Unione Europea starebbe valutando di rimuovere questo limite, insieme a quello per altri pesticidi, come l’acetamiprid (sospetto neurotossico per l’essere umano e neonicotinoide capace di uccidere le api), il captan (probabile cancerogeno), il folpet (sospetto cancerogeno e interferente endocrino) permettendone l’utilizzo fino a quando le evidenze scientifiche non proveranno la nocività della sostanza: una sorta di capovolgimento del principio di precauzione europeo e uno sdoganamento invece dell’iter statunitense.

COSA SUCCEDE IN ITALIA

A giugno 2025, il dott. Daniele Mandrioli, direttore del rinomato Istituto Ramazzini di Bologna, ha pubblicato con il suo team uno studio per conto del Global Glyphosate Study, che ha confermato la cancerogenicità e tossicità del glifosato a basse dosi su topi da laboratorio. E’ stato osservato un aumento di incidenza di tumori benigni e maligni in diverse sedi, tra cui il sistema emolinfopoietico (leucemie), nella cute, nel fegato, nella tiroide, nel sistema nervoso, nelle ovaie, nella ghiandola mammaria, nelle ghiandole surrenali, nei reni, nella vescica urinaria, nelle ossa, nel pancreas endocrino, nell’utero e nella milza. Il Global Glyphosate Study, è uno studio condotto dal Centro di ricerca sul cancro Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini in collaborazione con un gruppo internazionale di scienziati. L’istituto Ramazzini è stato fondato nel 1987 da Cesare Maltoni, oncologo di fama mondiale, famoso per le sue ricerche sull’amianto ed è una Onlus impegnata nella lotta contro il cancro e le malattie ambientale.

Dopo la sua pubblicazione nel 2025, Mandrioli, sarebbe stato oggetto di profonde critiche da parte dell’industria chimica perché i risultati della ricerca hanno provocato perdite economiche alle aziende del settore. Efsa ed Echa (Agenzia europea per le sostanze chimiche), hanno quindi acquisito i risultati con l’obiettivo di rivedere la classificazione di rischio dell’erbicida ma nei confronti di Mandrioli si è innescata una battaglia ideologica, con l’obiettivo di screditare il suo lavoro. Non è la prima volta che succede, come per il tabacco negli anni 50 e l’amianto negli anni 70, anche il glifosato viene protetto dalle grandi aziende coinvolte nella sua produzione e che finanziano enti di ricerca ed influenzano con i loro investimenti i regolamenti Europei.

Eric Billy, ricercatore in immuno-oncologia che lavora per Novartis, è stato tra i più accesi critici dello studio dell’Istituto Ramazzini. Le sue accuse sono state smontate da un articolo di Le Monde, che parla delle sue critiche come parte di una strategia chiamata “Fabbrica del Dubbio”, una pratica consolidata utilizzata da decenni da diversi settori industriali, desiderosi di proteggere le loro attività da qualsiasi regolamentazione sanitaria o ambientale.

A Gennaio 2026, il direttore dell’Istituto Ramazzini Daniele Mandrioli, è stato licenziato, senza alcun apparente motivo. A licenziare Mandrioli sarebbe stata la cooperativa sociale che gestisce l’ente, per motivi non legati alla “scienza”, come ha precisato la presidente Loretta Masotti, ma riconducibili a una generica “riorganizzazione aziendale”.

La preoccupazione dunque è che la decisione possa essere stata influenzata da pressioni dell’industria. La cooperativa che gestisce l’istituto non riceve finanziamenti pubblici e finanzia la ricerca attraverso i contributi dei circa 40 mila soci e la partecipazione a bandi nazionali e internazionali. Questo grave fatto minerebbe l’indipendenza dell’Istituto Ramazzini, che per anni è stato all’avanguardia nella lotta e al riconoscimento di sostanze cancerogene e tossiche per la salute, salvando milioni di vite umane. Ma perché il direttore è stato licenziato dopo la pubblicazione dello studio? Licenziare Mandrioli ora contribuisce a gettare cattiva luce sull’Istituto e sul Global Glyphosate Study e magari a influenzare il pronunciamento delle due autorità europee sulla nuova classificazione del glifosato.

Sono anni che si parla della possibile tossicità del glifosato ma spesso il conflitto di interessi e la forza economica delle multinazionali sono in grado di nascondere la verità, cercando di screditare le evidenze scientifiche con fake news ed attacchi personali ai ricercatori. Tutto questo con l’intenzione di mettere al primo posto il profitto e l’interesse economico a discapito della salute delle persone.

La medicina è sempre stata un’arte dal sapore quasi magico al servizio dell’essere umano ma oggi, che le leggi della finanza e del profitto hanno invaso ogni ambito dell’agire umano, anche la salute, bene primario per eccellenza, è diventata oggetto di grandi poteri e di enormi affari.