Per valutare lo stato di salute di un paese non bastano gli indicatori economici; sono fondamentali, se non addirittura più rilevanti anche quelli socio-sanitari. Ad esempio, sebbene alcuni paesi emergenti mostrino una crescita significativa del PIL, la mancanza di normative sulla salute porta ad un aumento delle malattie, spesso causate da alti livelli di inquinamento atmosferico nelle città o dall’uso eccessivo di pesticidi in agricoltura. Pertanto, crescita economica e qualità della vita non sempre vanno di pari passo.
Un indicatore chiave del benessere di un paese è la mortalità infantile, in particolare quella dei bambini sotto i 5 anni. Questo dato consente di analizzare le condizioni di vita e lo sviluppo demografico di una popolazione.
Le statistiche storiche dell’Istat mostrano che tra il 1887 e il 1907 l’Italia ha registrato un ritardo di venti anni rispetto a Francia e Svezia in termini di tassi di mortalità. Questo ritardo evidenzia il sottosviluppo delle campagne, afflitte da malattie legate alla povertà e alla malnutrizione, e dei quartieri popolari delle città, colpiti da colera e tubercolosi a causa delle scarse condizioni igienico-sanitarie. Le infrastrutture, come il sistema fognario, la fornitura di acqua potabile e gli ospedali pediatrici, erano insufficienti.
Nel 1895, il tasso di mortalità infantile era di 326 decessi per mille nati vivi, con il 65% dei decessi causati da malattie infettive, in particolare gastroenteriti e febbri tifoidi. Tra la fine dell’Ottocento e il 1931, il tasso di mortalità si è dimezzato, scendendo a 170 per 1.000 nati vivi. Mentre diminuiscono mortalità per difterite e scarlattina, le gastroenteriti continuavano a rappresentare un problema significativo. Solo nel trentennio successivo, grazie a miglioramenti nelle condizioni igieniche e alimentari, il tasso di mortalità scese ulteriormente, fino a raggiungere i 47 per 1.000 nati vivi nel trentennio successivo, con il quasi azzeramento dei decessi per pertosse e morbillo a partire dal 1961.
Oggi, il tasso di mortalità infantile è sceso a 3,9 per 1.000 nati vivi, principalmente a causa di malformazioni congenite e condizioni perinatali. Sebbene le vaccinazioni abbiano avuto un ruolo importante, è chiaro che i miglioramenti nella salute pubblica sono stati possibili grazie a un insieme di fattori, tra cui migliori condizioni di vita, alimentazione e igiene.
Malattie come la peste e la tubercolosi sono state combattute grazie a miglioramenti nelle condizioni di vita e all’uso di antibiotici, non ai vaccini.

Tuttavia, negli ultimi anni, si è assistito a un aumento esponenziale delle vaccinazioni infantili, con un calendario vaccinale che prevede fino a 32 iniezioni dei primi 12 mesi di vita. Questo solleva interrogativi sulla reale necessità de efficacia i un simile approccio, che sembra più rappresentativo di un allarmismo sociale piuttosto che di un reale bisogno sanitario.

Questo fenomeno potrebbe riflettere l’enfasi eccessiva che viene sempre posta all’intervento farmacologico, piuttosto che un approccio preventivo al mantenimento della salute pubblica, favorendo l’adozione di stili di vita adeguati, promuovendo l’allattamento esclusivo al seno nei primi 6 mesi di vita e incoraggiando quello prolungato finché mamma e bimbo lo desiderano, utilizzando la refezione scolastica come strumento per un’educazione alimentare capace di modificare i consumi della intera famiglia.
Sta sempre più emergendo la crescente influenza della logica commerciale sulla sanità pubblica, in cui l’aumento delle vaccinazioni avviene in parallelo con il miglioramento delle condizioni epidemiologiche e senza dati certi sugli effetti cumulativi a lungo termine di programmi vaccinali così affollati e precoci. Questo rappresenta un regresso della medicina di fronte a una cultura consumistica e commerciale legata ai farmaci.
Gli attuali calendari sono basati su dati scientifici parziali e incompleti, privi di prove sufficienti che ne giustifichino la realizzazione.
L’efficacia dei vaccini si dovrebbe misurare con la riduzione dell’incidenza della malattia e della mortalità causata dalla specifica malattia. Occorrono dati aggiornati, liberamente accessibili. E’ imprescindibile conoscere, ad esempio, l’età, lo stato di salute e di vaccinazione di quanti sviluppano le malattie per cui sono previsti i vaccini obbligatori e l’esito della patologia. Tali informazioni sono fornite solo parzialmente e con gravi ritardi. Gli effetti a lungo termine sulla salute del programma vaccinale sono studiati in modo inadeguato e l’approvazione della commercializzazione dei vaccini non permette di definire correttamente il profilo di sicurezza di questi farmaci.
Per questo, avanziamo 3 proposte:
- Realizzare uno studio clinico che valuti lo stato di salute a lungo termine dei bambini vaccinati, confrontandolo con lo stato di salute dei non vaccinati.
- Potenziare la vaccino-vigilanza attiva, comunicare i dati ottenuti in modo trasparente, distinguendo quelli provenienti dai programmi di sorveglianza attiva rispetto alle segnalazioni spontanee; automatizzare i database rendendoli facilmente fruibili a tutti i ricercatori.
- Studiare i meccanismi che rendono alcuni individui più suscettibili ai danni da vaccino. La prevenzione dei danni da vaccino dovrebbe essere affrontata con lo stesso impegno dedicato alla prevenzione delle malattie infettive, dal momento che la sicurezza dei vaccini, in particolare a lungo termine, è inadeguata in base alle conoscenze scientifiche e non permette una valutazione adeguata dei rischi.
Anche i sostenitori di tutte le vaccinazioni dovrebbero unirsi a queste 3 richieste, proprio per confermare la sicurezza degli attuali programmi vaccinali ed accrescere così le coperture vaccinali, grazie alla scelta informata e consapevole e non all’imposizioni di obblighi che rappresentano il fallimento delle politiche in uso.
O no?

