Quando la medicina passa dalla paura all’entusiasmo… senza fermarsi a guardare le prove
Negli ultimi giorni, la FDA (Food and Drug Administration, l’agenzia USA che regolamenta farmaci e dispositivi medici) ha annunciato la rimozione del suo avvertimento più severo, il black box warning, dalla terapia ormonale sostitutiva, la HRT (Hormone Replacement Therapy).
La reazione dei media? Euforia pura.
Una conduttrice TV ha persino detto di essersi “messa a piangere” dalla gioia.
Il commissario FDA, Marty Makary, ha parlato della fine di una “macchina della paura” che per vent’anni avrebbe negato la cura a 50 milioni di donne. Una narrazione potente. Quasi liberatoria.
Ma… è davvero così semplice?
O stiamo assistendo all’ennesima oscillazione del pendolo — il passaggio dalla demonizzazione alla medicalizzazione automatica?
Tutto inizia dallo studio WHI
Il grande colpevole storico è lo studio Women’s Health Initiative (WHI), pubblicato nel 2002 uno dei più massicci studi clinici randomizzati e controllati con placebo mai condotti sulle terapie ormonali.
Fu interrotto perché mostrava un aumento del rischio di cancro al seno con la terapia estrogeno–progestinica combinata.
Lo studio aveva limiti? Certo.
Usava una formulazione ormonale datata e arruolava donne oltre i 60 anni, non in piena transizione menopausale.
Ma resta una verità: è stato lo studio più grande, rigoroso e controllato che abbiamo sulla HRT. Nessuno lo ha superato. Oggi l’FDA cancella l’avvertimento e… aggiunge un incoraggiamento: non solo il black box warning è sparito, la FDA ha aggiunto una nuova indicazione in etichetta:
“La HRT dovrebbe essere iniziata entro 10 anni dall’inizio della menopausa o prima dei 60 anni.”
Una raccomandazione terapeutica inserita direttamente sul foglietto del farmaco.
E basata su cosa? Su un insieme di studi osservazionali, review, dati retrospettivi — tutte fonti molto più deboli rispetto alle prove prodotte dal WHI.
Non studi randomizzati.
Non protocolli rigorosi.
Non prove solide.
Marty Makary è il commissario della FDA, chirurgo e professore di politica sanitaria, oggi responsabile delle decisioni regolatorie su farmaci e terapie negli Stati Uniti. Ha sostenuto che iniziare la terapia ormonale sostitutiva entro dieci anni dalla menopausa può dimezzare il rischio di malattie cardiache, abbassare il rischio di fratture ossee del 50 – 60% e ridurre l’Alzheimer del 35%. Liquida il WHI come “superato”, ma fonda le sue certezze su studi:
- più piccoli
- meno controllati
- con forti bias
- spesso finanziati dall’industria
È un ribaltamento totale della gerarchia delle prove.
Si scartano le prove migliori e si promuovono quelle peggiori. Non si combatte la cattiva scienza con una scienza più debole.
Il rischio di medicalizzare la vita
Stiamo trasformando la menopausa — una transizione naturale — in un disturbo da correggere? È una domanda scomoda, ma urgente.
Sì, la menopausa può essere difficile.
Sì, i sintomi possono essere pesanti.
E sì, la HRT può cambiare la vita a molte donne.
Ma, definirla “malattia da carenza di estrogeni” significa trasformare in malattia un processo fisiologico. Molte pazienti sono desiderose di medicalizzare questa fase della vita, se possono e sono pronte ad accettarne i rischi, mentre molte altre non sono informate sui rischi e hanno diritto a una informazione completa. Non c’è niente di sbagliato nel volere sollievo da sintomi fastidiosi, la società è diventata straordinariamente veloce nel cercare di appianare ogni spigolo dell’esistenza. Rischiamo di ridefinire le normali transizioni umane come condizioni che necessitano di gestione medica. Viviamo in una cultura che anestetizza ogni disagio.
Ogni sintomo diventa un disturbo. Ogni fase naturale una patologia.
E ora, con la benedizione della FDA, il messaggio implicito è: “Se non prendi ormoni, ti stai negando una cura.” E chi invita alla prudenza viene accusato di “misoginia”.
Si può difendere l’autonomia femminile senza trasformare la HRT in un obbligo morale. Si possono proporre alternative non farmacologiche senza essere accusati di negare la sofferenza delle donne.
La libertà non è aderire a una narrativa dominante.
La libertà è poter scegliere davvero.
Il compito della FDA è valutare prove, non suscitare entusiasmo, né fungere da testimonial pubblicitario. Negli ultimi anni — pandemia compresa — abbiamo imparato quanto la comunicazione emotiva possa distorcere la scienza.
E oggi rischiamo di ripetere lo stesso errore.
La storia si ripete: statine demonizzate, poi salvavita, antidepressivi prima miracolosi, poi disastrosi, oppioidi prima innocui, poi responsabili di epidemia di dipendenze.
La menopausa non farà eccezione.
Quando un cambiamento avviene troppo in fretta, con prove traballanti, significa spesso una cosa: stiamo sostituendo un estremo con un altro.
Questo non è un attacco alla terapia ormonale.
Non è un invito a “resistere”.
Non è una crociata contro il sollievo dei sintomi.
È un appello semplice e radicale: le donne meritano informazioni complete, oneste e non manipolate. Meritano di scegliere, non di essere trascinate in un entusiasmo mediatico. Meritano medicina, non marketing. Semplicemente perché non ci può essere una pillola per ogni sintomo, non si può medicalizzare ogni fase della vita.
La menopausa non è una malattia, ma la confusione che la circonda potrebbe farla diventare.
FONTE: https://blog.maryannedemasi.com/p/are-we-over-medicalising-menopause

