Crescere un bambino con autismo grave, soprattutto non verbale, significa spesso attraversare un territorio complesso e solitario.

Come pediatra, dopo decenni di lavoro, non posso ignorare ciò che vedo ogni giorno: rispetto a quarant’anni fa, i casi sono aumentati in modo evidente, e sempre più spesso mi trovo davanti a storie di sviluppo apparentemente tipico seguite da una perdita improvvisa di competenze. Questo dato clinico, che emerge dall’esperienza quotidiana prima ancora che dalle statistiche, merita di essere ascoltato con attenzione, senza pregiudizi né semplificazioni.

Molti genitori raccontano un momento preciso in cui qualcosa cambia: parlano di bambini che iniziavano a parlare, a interagire, a cercare lo sguardo, e che poi, nel giro di settimane, sembrano ritirarsi. Quando condividono queste osservazioni, spesso ricevono risposte rassicuranti ma definitive: coincidenze, traiettorie già scritte, nessuna correlazione da indagare. Eppure, per chi era presente in quei momenti, la percezione di una discontinuità resta forte. Non si tratta di trasformare queste esperienze in certezze causali, ma nemmeno di liquidarle come irrilevanti: la medicina, quando è davvero tale, nasce anche dall’ascolto di ciò che si ripete nel tempo.

L’autismo regressivo è una realtà documentata. Una quota significativa di bambini, stimata intorno al 20–30%, mostra una perdita di abilità tra il primo e il secondo anno di vita. Questo fenomeno è riconosciuto dalla letteratura scientifica, anche se le sue cause rimangono in gran parte sconosciute. La teoria prevalente colloca l’origine dell’autismo in una fase prenatale, ma questo non esaurisce il problema: la regressione postnatale esiste e richiede spiegazioni più complete. Gli studi neuropatologici hanno evidenziato in diversi casi segni di neuroinfiammazione e alterazioni della sostanza bianca, suggerendo che processi biologici attivi possano intervenire dopo la nascita, anche se non esiste ancora un modello univoco che li spieghi.

Nel tentativo di comprendere questi fenomeni, sono state avanzate alcune ipotesi biologiche che chiamano in causa il sistema immunitario, la neuroinfiammazione e la vulnerabilità del cervello in sviluppo. Si tratta di piste di ricerca, non di conclusioni dimostrate, ma meritano di essere conosciute e approfondite:

  • Ipotesi del micro-ictus e coinvolgimento vascolare
    È stata proposta la possibilità che, in alcuni bambini, una risposta immunitaria possa influenzare temporaneamente la microcircolazione cerebrale. Si ipotizzano alterazioni subcliniche della perfusione o fenomeni trombotici di piccolissima entità, non rilevabili con gli strumenti diagnostici attuali ma potenzialmente in grado di interferire con aree cerebrali in piena fase di sviluppo.
  • Ruolo degli adiuvanti a base di alluminio
    Alcuni studi sperimentali, tra cui quelli del gruppo INSERM guidato da Romain Gherardi, hanno mostrato che particelle di alluminio possono essere captate da cellule immunitarie e trasportate nell’organismo, fino a raggiungere anche il sistema nervoso centrale in modelli animali. In queste condizioni si osserva un’attivazione della microglia, cioè delle cellule immunitarie del cervello.
  • Vulnerabilità della barriera emato-encefalica
    Nei primi mesi di vita, la barriera che protegge il cervello dalle sostanze presenti nel sangue è ancora in fase di maturazione. Alcuni ricercatori ipotizzano che, in sottogruppi di bambini con particolari fragilità genetiche o metaboliche, una risposta infiammatoria possa temporaneamente modificarne la permeabilità. Questo potrebbe consentire il passaggio di molecole o cellule immunitarie nel tessuto cerebrale.

Un esempio recente, come la VITT osservata in alcuni vaccini anti-COVID, ha mostrato che risposte immunitarie rare e inattese possono verificarsi. Questo non stabilisce un collegamento diretto con l’autismo, ma ricorda che la biologia umana è complessa e che esistono meccanismi ancora da comprendere pienamente. Mantenere uno spazio di ricerca aperto, senza trarre conclusioni affrettate in nessuna direzione, è un atto di rigore, non di debolezza.

Esiste, quindi, uno spazio di ricerca aperto, soprattutto quando osservazioni cliniche ricorrenti — come quelle legate alla regressione — continuano a emergere.

Accanto al tema delle cause, esiste una domanda altrettanto importante: cosa accade nella mente di un bambino non verbale? Sempre più dati suggeriscono che, in molti casi, il problema non sia la comprensione, ma la capacità di espressione. L’ipotesi del “locked-in” descrive una condizione in cui la mente è presente, ma il corpo non riesce a eseguire i comandi.

Le ricerche con eye-tracking mostrano livelli di comprensione spesso superiori a quanto stimato dai test comportamentali, e le testimonianze di persone che hanno acquisito comunicazione in età adulta raccontano anni di consapevolezza silenziosa.

Questo cambia lo sguardo: la posizione più prudente oggi non è presumere un’assenza, ma una presenza.

Ai genitori voglio dire questo: il vostro sguardo conta. Non è infallibile, ma è prezioso. La storia della medicina è piena di osservazioni cliniche che hanno preceduto le spiegazioni scientifiche. Allo stesso tempo, è necessario mantenere un equilibrio tra esperienza e rigore, tra domande legittime e conclusioni affrettate.

La scienza non ha ancora tutte le risposte sull’autismo regressivo ma una cosa è certa: dietro ogni diagnosi c’è un bambino presente, con un potenziale che non sempre sappiamo riconoscere. Continuare a cercare, senza chiudere le domande e senza rinunciare al metodo, è l’unica strada per avvicinarsi alla verità.

Stimolo per la riflessione: Dr. Robert W. Malone – Neuroscience, Vaccines, and Autism: What Science Actually Says and Doesn’t Say – An honest look at vaccine biology, autism research, and a hypothesis that may offer real hope for families of nonspeaking children.