Quando anche le vacanze diventano prestazione, dovremmo chiederci se i bambini abbiano davvero bisogno di più compiti o, semplicemente, di più vita.

Oggi, durante una visita in studio, ho chiesto a un bambino di otto anni come stessero andando i compiti delle vacanze. Fino a un secondo prima era tranquillo, sorridente, partecipe; alla mia domanda si è imbronciato, ha abbassato lo sguardo e, con una lieve esitazione nella voce, mi ha risposto: «Sai… a me piace andare al mare».

Una frase semplicissima, pronunciata con quella sincerità disarmante che appartiene ai bambini e che noi adulti abbiamo spesso disimparato, ma nella quale mi è sembrato di cogliere la sintesi perfetta di un cortocircuito educativo che ci trasciniamo dietro da decenni: anche il tempo delle vacanze, che dovrebbe essere il tempo del riposo, della scoperta, del gioco, delle relazioni e della libertà, è stato progressivamente colonizzato dalla logica della prestazione.

Bisogna continuare a produrre, esercitarsi, compilare, ripassare, non perdere terreno, arrivare a settembre possibilmente senza aver dimenticato nulla, come se il cervello di un bambino fosse un recipiente da mantenere costantemente pieno e non un organismo complesso che ha bisogno anche di pause, esperienze, movimento, emozioni e tempo per rielaborare ciò che ha appreso.

Salvo naturalmente situazioni particolari nelle quali esista una reale necessità di recuperare o consolidare alcune competenze, continuo a chiedermi quale sia il senso pedagogico di trasformare le case, nei mesi estivi, in succursali della scuola, con genitori costretti a ricordare ogni giorno quante pagine mancano, bambini che contrattano un pomeriggio al mare in cambio di dieci esercizi di matematica e famiglie che finiscono per vivere come un conflitto proprio quel tempo che dovrebbe consentire loro di ritrovarsi.

Il rischio non è soltanto quello di annoiare i bambini, ma di produrre qualcosa di molto peggiore: convincerli lentamente che studiare significhi adempiere a un obbligo, che conoscere significhi compilare una scheda e che la libertà cominci soltanto quando il compito è terminato.

Se vogliamo davvero educare alla conoscenza, dovremmo preoccuparci molto di più di preservare la curiosità che di riempire pagine, perché un bambino curioso continuerà a imparare per tutta la vita, mentre un bambino che associa l’apprendimento alla costrizione potrà diventare bravissimo a superare verifiche senza sviluppare alcun autentico desiderio di conoscere.

Imparare attraverso la vita

C’è poi un equivoco ancora più profondo, ed è l’idea che durante le vacanze, se non si svolgono esercizi scolastici, non si stia imparando.

Un bambino che trascorre una giornata al mare osservando pesci e conchiglie, cercando di capire perché una cosa galleggia e un’altra affonda, organizzando un gioco con altri bambini, litigando e trovando il modo di fare pace, nuotando, correndo, costruendo qualcosa con la sabbia, facendo domande alle quali magari noi adulti non sappiamo rispondere, non ha interrotto il proprio sviluppo cognitivo: sta semplicemente imparando attraverso la vita.

Lo stesso accade quando cammina in un bosco, prepara una ricetta con i nonni, ascolta i racconti di una persona anziana, legge un libro perché lo ha scelto e non perché dovrà farne il riassunto, impara ad andare in bicicletta, osserva il cielo di notte o trascorre un pomeriggio con gli amici senza che un adulto abbia organizzato ogni minuto della giornata.

Sono esperienze nelle quali entrano contemporaneamente linguaggio, memoria, capacità di osservazione, orientamento, motricità, autonomia, gestione delle emozioni e delle relazioni, cioè dimensioni fondamentali dello sviluppo che difficilmente possono essere racchiuse nelle pagine di un eserciziario.

Il diritto a un tempo non organizzato

Da medico credo che dovremmo iniziare a considerare anche il modo in cui viene occupato il tempo come uno degli elementi che concorrono alla salute dei bambini. Parliamo giustamente di alimentazione, sonno, attività fisica, esposizione agli schermi e prevenzione, ma molto meno del diritto dei bambini ad avere una parte della propria giornata che non sia organizzata, valutata o finalizzata a un risultato.

Abbiamo costruito infanzie nelle quali ogni spazio tende a essere riempito: scuola, sport, corsi, attività, compiti, schermi quando rimane qualche intervallo vuoto.

Persino la noia è diventata qualcosa da evitare immediatamente, mentre proprio quel «non so cosa fare» può rappresentare uno dei momenti più fertili della crescita, perché costringe il bambino a cercare dentro di sé una soluzione, a inventare un gioco, a osservare ciò che lo circonda, a scoprire un interesse che nessun adulto aveva programmato per lui.

Se eliminiamo sistematicamente ogni spazio vuoto, rischiamo di crescere bambini sempre meno capaci di stare con se stessi senza ricevere continuamente uno stimolo dall’esterno.

Le estati dell’infanzia sono poche

Forse dovremmo ricordare più spesso che l’infanzia non è semplicemente un lungo corso di preparazione alla vita adulta, ma è già vita, e che le estati dell’infanzia sono poche, irripetibili e molto più importanti di quanto comprendiamo mentre le stiamo vivendo.

Fra trent’anni difficilmente un bambino ricorderà le pagine completate sul libro delle vacanze, mentre potrebbe ricordare il profumo della casa dei nonni, una sera trascorsa fuori fino a tardi, il primo tuffo da uno scoglio, una bicicletta, un temporale estivo, un libro letto che non riusciva a interrompere, un’amicizia nata sulla spiaggia, la sensazione di avere davanti una giornata intera senza sapere ancora che cosa sarebbe successo.

Anche questo costruisce una persona, anche questo educa e anche questo contribuisce a costruire salute.

Perciò, quando un bambino di otto anni abbassa gli occhi e ci dice quasi sottovoce «Sai… a me piace andare al mare», non sta semplicemente cercando una scusa per evitare i compiti.

Siamo noi adulti che dovremmo interrogarci sulla quantità di tempo dell’infanzia che abbiamo occupato in nome di ciò che riteniamo utile, dimenticando che crescere non significa soltanto acquisire competenze, ma costruire autonomia, immaginazione, relazioni, sicurezza, curiosità e desiderio di conoscere.

La scuola avrà nuovamente il suo tempo a settembre; l’estate, invece, dovrebbe tornare ad avere il proprio.

Il miglior compito delle vacanze può essere proprio quello che quel bambino aveva già scelto: andare al mare.