Mentre allevamenti, vaccini e filiere vengono monitorati con protocolli straordinari, il consumatore continua a essere escluso dalle informazioni essenziali. Una riflessione sul modello One Health e sulla società del controllo.

Negli articoli precedenti (qui e qui) abbiamo cercato di ristabilire un concetto fondamentale: la questione dell’influenza aviaria non riguarda soltanto un vaccino, né può essere ridotta alla domanda se un determinato prodotto sia “sicuro” o “pericoloso”. Il problema è più ampio: gli animali degli allevamenti intensivi sono inseriti in un sistema produttivo che richiede interventi sanitari continui, controlli costanti e una sorveglianza permanente. 

Ma il consumatore non viene informato in modo chiaro, nonostante le stesse autorità sanitarie e commerciali considerino quella filiera una filiera speciale, da monitorare e contenere. Non è allarmismo chiedere coerenza. Non stiamo denunciando un pollo tossico, stiamo denunciando una filiera trattata come speciale sul piano sanitario e commerciale, ma presentata come ordinaria al consumatore. Stiamo denunciando una sorveglianza eccezionale che rischia di diventare normalità e un cittadino sistematicamente escluso dall’informazione.

Quello che potrebbe sembrare un semplice dibattito veterinario o una misura tecnica per limitare le perdite economiche si rivela, in realtà, qualcosa di molto più profondo: il collaudo sul campo di un’infrastruttura di biosorveglianza permanente.

Per affrontare seriamente il tema occorre partire da un dato spesso ignorato: negli allevamenti avicoli la vaccinazione non è una novità. Da decenni polli, tacchini e ovaiole vengono vaccinati contro diverse malattie, come la Malattia di Newcastle, sarebbe quindi scorretto presentare l’influenza aviaria come l’unica patologia rilevante o come una minaccia alimentare diretta e dimostrata per chi consuma carne e uova.

La particolarità dell’influenza aviaria ad alta patogenicità riguarda piuttosto il contesto epidemiologico in cui si inserisce: la circolazione nei selvatici, i focolai ricorrenti, gli abbattimenti di massa, il possibile rischio zoonotico e il timore che animali vaccinati possano infettarsi senza manifestare sintomi evidenti. È questo che giustifica la sorveglianza rafforzata, la strategia DIVA, la tracciabilità e le limitazioni commerciali previste dal progetto pilota.

Tutto ciò non dimostra che i prodotti siano pericolosi. Dimostra però che la filiera viene considerata sensibile. E se una filiera viene gestita in modo speciale a monte, è legittimo chiedersi perché il consumatore non debba ricevere informazioni altrettanto chiare a valle.

Si tratta di asimmetria informativa: da una parte troviamo monitoraggi, sistemi diagnostici, restrizioni commerciali, procedure dedicate e controlli straordinari, dall’altra, il consumatore finale rischia di non sapere nemmeno che carne o uova provengano da animali inclusi in un progetto vaccinale sperimentale di questo tipo.

È vero che la normativa non considera automaticamente l’animale vaccinato come OGM e non classifica carne e uova come alimenti geneticamente modificati ma la questione etica non si esaurisce nella conformità normativa. Esiste una differenza sostanziale tra ciò che la legge obbliga a scrivere e ciò che sarebbe corretto comunicare per consentire una scelta realmente consapevole.

Se il vettore vaccinale è geneticamente modificato, se la filiera è sottoposta a protocolli speciali e se il progetto è pilota, il cittadino dovrebbe poterlo sapere, non per essere spaventato, ma per poter scegliere.

In questo contesto emerge un paradosso: come paziente, il cittadino conserva formalmente il diritto al consenso informato ma, come consumatore, potrebbe non avere accesso a informazioni che gli consentano di comprendere pienamente l’origine e le caratteristiche della filiera da cui proviene ciò che acquista.

La discussione si collega poi inevitabilmente alla salute degli animali: gli allevamenti intensivi sottopongono gli animali a densità elevate, selezione genetica estrema, ritmi produttivi accelerati, esposizione continua a patogeni e interventi sanitari ripetuti. In un sistema costruito in questo modo, la medicina veterinaria rischia di trasformarsi da strumento di cura a strumento di manutenzione permanente del modello produttivo.

La critica, dunque, non riguarda soltanto il progetto pilota contro l’influenza aviaria, riguarda la progressiva normalizzazione di una zootecnia sempre più medicalizzata, nella quale ogni fragilità prodotta dal sistema viene affrontata aggiungendo un nuovo strato di tecnologia, farmacologia o sorveglianza, senza mai mettere in discussione le cause strutturali del problema.

Questo approccio si riflette perfettamente nel nuovo Piano Pandemico 2025-2029: non si tratta di un semplice documento emergenziale, ma della costruzione di una struttura permanente di preparazione, dotata di fondi, cronoprogrammi, reti operative e procedure attive anche in assenza di emergenze. Così la prevenzione diventa un’infrastruttura stabile, con il rischio che l’eccezione sanitaria si trasformi in un modello ordinario di governo.

Anche il paradigma One Health merita una riflessione critica: riconoscere l’interconnessione tra salute umana, animale e ambientale è corretto e necessario tuttavia questa cornice perde il suo significato originario se viene utilizzata soprattutto per estendere il controllo, la biosorveglianza e gli interventi tecnici senza affrontare le cause profonde dei problemi. Bisogna stare molto attenti al fatto che un concetto ecologicamente valido non si trasformi in una cornice tecnocratica che giustifica l’estensione della sorveglianza e dell’intervento biotecnologico su animali, ambiente, alimenti e popolazione.

La vera prevenzione deve interrogarsi sulla densità degli allevamenti, sul benessere animale, sulla biodiversità genetica, sulla qualità ambientale, sulla riduzione dello stress biologico e sull’uso prudente dei farmaci. Deve affrontare il modello produttivo, non soltanto i suoi sintomi.

C’è poi un passaggio ulteriore che raramente viene discusso: accettare senza riserve la narrazione dell’emergenza aviaria significa accettare anche l’ecosistema del “male necessario”. Se l’allevamento intensivo viene considerato alla stregua di un dogma intoccabile, allora la circolazione virale diventa inevitabile e i vaccini biotecnologici finiscono per apparire come l’unica soluzione possibile. È la giustificazione perfetta per il paradigma One Health trasformato in infrastruttura di biosicurezza permanente.

Non si aspetta più il salto di specie: si costruisce un sistema che considera animali e uomini come nodi della stessa rete di sorveglianza.

Già oggi, nella fase definita “inter-pandemica”, il Piano prevede l’acquisto di vaccini zoonotici per l’uomo, il mantenimento di accordi per vaccini prepandemici e il finanziamento continuativo di sale operative e reti di epidemic intelligence attive ventiquattr’ore su ventiquattro.

Il modello sperimentato negli allevamenti viene progressivamente traslato alla società civile: negli allevamenti, la vaccinazione con vettori ricombinanti può rendere necessaria una sorveglianza continua per distinguere animali vaccinati da animali infetti; nella popolazione umana, il Piano istituzionalizza la sorveglianza genomica, il monitoraggio delle acque reflue e l’analisi sistematica di fonti non convenzionali, compresi social media, forum e piattaforme digitali.

Parallelamente, il linguaggio cambia: termini politicamente controversi (lockdown) scompaiono e vengono sostituiti da formulazioni tecniche (NPI Interventi Non Farmacologici). Gli interventi non farmaceutici diventano procedure codificate, attivabili secondo meccanismi di escalation basati sui dati. Isolamenti, quarantene, limitazioni agli assembramenti e lavoro a distanza entrano così in una logica di gestione automatizzata.

A sostenere questa architettura interviene anche una forte leva economica: le risorse vengono distribuite secondo criteri di condizionalità che premiano l’adesione ai programmi centrali e riducono progressivamente gli spazi di autonomia locale.

Di fronte a una struttura di controllo permanente che integra biosorveglianza animale, monitoraggio ambientale, algoritmi predittivi, telemedicina e preparazione pandemica continua, non possiamo limitarci a discutere se un singolo vaccino sia sicuro oppure no, la questione è più profonda.

I dati scientifici non dovrebbero servire a spegnere il dibattito o a tranquillizzare il mercato, dovrebbero essere utilizzati per illuminare le zone d’ombra: l’asimmetria informativa, la riduzione degli spazi di scelta, la progressiva normalizzazione della sorveglianza e il legame sempre più stretto tra il controllo sanitario degli animali e quello degli esseri umani.

La vaccinazione per l’influenza aviaria si inserisce in un clima politico e sanitario in cui la preparazione permanente alle emergenze è diventata una nuova architettura istituzionale ed è qui che si gioca la vera partita: non sul pollo, non sul vaccino ma sul modello di società che stiamo costruendo.