La Regione Toscana ha recentemente deliberato l’avvio di indagini epidemiologiche di tipo “caso-controllo” finalizzate ad indagare rischi per la salute in relazione all’esposizione a diversi livelli di campi elettromagnetici,  compreso 5G,  in 5 città con almeno 100.00 abitanti (Pisa, Livorno, Lucca, Firenze, Prato, Arezzo) stanziando oltre 200.000 euro per i prossimi due anni.

Saranno indagati effetti quali abortività spontanea, tumori al sistema nervoso centrale, linfomi non Hodgkin e leucemie specie in età infantile, in quanto verosimilmente tale fascia di età è più suscettibile agli effetti delle radiofrequenze.

L’indagine è affidata all’ARS per i dati sanitari e all’ARPAT per le misurazioni sia all’interno che all’esterno delle abitazioni e sarà interessante conoscere i livelli di esposizione dopo il recente aumento dei limiti da 6 a 15volt/ metro su media giornaliera (ovvero su 24 ore e non su 6 come nei restanti paesi europei).

Al momento ARPAT dispone di sole tre centraline di rilevamento ed è certamente positiva la notizia che vi sarà un loro potenziamento per le misurazioni previste.

Il progetto dell’indagine ha già creato un acceso  dibattito: da alcuni la notizia è stata accolta come positivo segnale di attenzione alla salute dei cittadini da parte delle istituzioni, dall’altro, viceversa, con severe critiche in particolare dal medico Roberto Burioni e dal tecnico dell’ AGCOM Antonello Giacomelli. Secondo costoro lo studio sarebbe totalmente superfluo e sarebbe anzi uno sperpero di denaro pubblico viste le conclusioni rassicuranti di un recente studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sulla questione.

Appare quindi del tutto legittimo chiederci come stanno le cose e se davvero con quest’ultimo lavoro dell’OMS sia stata posta la parola “fine” all’annosa questione del rischio cancerogeno dei campi elettromagnetici (CEM), argomento quanto mai controverso. Sono infatti ormai decenni che si scontrano al riguardo due “fazioni”: negazionisti da un lato e fautori del rischio dall’altro.

Purtroppo gli enormi interessi in gioco condizionano, anche in questo settore, i risultati della ricerca scientifica ed è emerso – dalle migliaia di studi condotti –  che se questi sono finanziati da soldi pubblici, si riscontrano rischi nel 70% dei casi, viceversa, se gli studi sono finanziati dalle aziende, si riscontrano effetti negativi solo nel 30% di essi….a conferma  che non possiamo più credere ciecamente a tutto ciò che viene presentato come “scientificamente provato” se non verifichiamo gli eventuali conflitti di interesse presenti.

Il lavoro commissionato dall’OMS e che avrebbe escluso una volta per tutte  rischi cancerogeni da esposizione a radiofrequenze,  è in realtà  del “vino vecchio in nuove bottiglie”,  presenta gravi carenze metodologiche ed è già stato pesantemente criticato.

Si tratta di un lavoro che ha selezionato solo 63 studi fra le centinaia presenti in letteratura e che – guarda caso – non ha preso in esame i risultati dei due più grandi studi sperimentali condotti dal National Toxicology Program e dall’Istituto Ramazzini.  Entrambi questi lavori, condotti indipendentemente su migliaia di animali, hanno raggiunto risultati simili, accertando la chiara e netta correlazione tra rari tumori al cuore e alle guaine nervose e l’esposizione a radiofrequenze.

Anche se il rischio è relativamente piccolo, non può essere ritenuto trascurabile, dato che ormai è l’intera popolazione mondiale ad essere esposta a radiofrequenze, specie per utilizzo del telefono cellulare.

A questo proposito ricordo che una Meta-analisi del 2017 aveva mostrato un incremento (statisticamente significativo) del  33% di tumori cerebrali per oltre 1640 ore di uso del cellulare, con un trend particolarmente indicativo per gli studi di migliore qualità. Per il glioblastoma, una forma di tumore cerebrale particolarmente aggressivo, l’incremento  era risultato essere addirittura del 44% per 10 anni d’uso.  Una meta-analisi del 2020  di studi caso-controllo ha confermato la relazione causale fra uso del telefono cellulare ed aumento del rischio di tumore, specialmente per un uso cumulativo del cellulare di 1000 o più ore nella loro vita (che corrisponde a circa 17 minuti al giorno per 10 anni).

Molti ed inquietanti sono pertanto gli interrogativi che il recente lavoro “tranquillizzante” dell’OMS solleva anche perchè l’agenzia ufficiale preposta alla valutazione del rischio cancerogeno è la IARC e non si capisce per qual motivo l’OMS abbia affidato ad un ufficio a ciò non preposto ed ad un gruppo di ricercatori molto “discutibili” –  in quanto noti per aver già precedentemente espresso il loro scetticismo sull’esistenza di rischi cancerogeni – una valutazione così delicata.

La IARC già nel 2011 aveva valutato le radiofrequenze come “possibili cancerogeni” (2B) sulla base di soli studi epidemiologici ed in assenza di studi di cancerogenicità sugli animali, ma dopo il 2011 sono stati pubblicati, come sopra riportato, importanti lavori, tanto che nel 2019 la IARC aveva riconosciuto la necessità di rivalutare “con priorità” la cancerogenicità delle radiofrequenze. Peccato che questa rivalutazione “prioritaria” sia stata rimandata – proprio all’inizio di quest’anno – al 2029 e che nel frattempo l’OMS abbia provveduto a commissionare il lavoro rassicurante di cui sopra…

Viene spontaneo supporre che l’agire dell’OMS sia in realtà perfettamente funzionale al realizzarsi di interessi che non sono certo quelli della tutela della salute dei cittadini, ma di grandi gruppi finanziari e di potere, come purtroppo abbiamo ampiamente sperimentato anche nel corso della recente pandemia da COVID 19.

Ben venga quindi in questo contesto anche lo studio della Regione Toscana: ci si chiede tuttavia se, nell’attesa, non sarebbe il caso di adottare il Principio di Precauzione ed attuare almeno una moratoria sull’implementazione della nuova tecnologia del 5G che rappresenterà una vera “rivoluzione” del nostro sistema di vita permettendo la comunicazione fra gli oggetti (internet delle cose).

Avremo case “intelligenti”, auto a guida autonoma e noi stessi non sfuggiremo ad un costante controllo, ma a che prezzo? Si stima che si arriverà anche ad 1 milione di dispositivi/km quadrato e la “gabbia” elettromagnetica che già ci avvolge sarà ancora più pervasiva.

Non va dimenticato poi che limitarsi a considerare la sola l’azione cancerogena dei CEM è estremamente riduttivo: gli effetti biologici dei CEM sono molteplici, complessi, variabili in base alle diverse frequenze e presenti a livelli inferiori a quelli che inducono l’effetto termico, l’unico riconosciuto per stabilire i limiti di esposizione.

In estrema sintesi si realizza essenzialmente un danno ossidativo in grado di indurre processi infiammatori cronici – e di conseguenza degenerativi – in vari distretti dell’organismo. In soggetti geneticamente predisposti con deficit dei meccanismi di riparo del danno ossidativo, possono manifestarsi problemi alla salute anche per esposizioni a livelli estremamente bassi di CEM (malattia da elettrosensibilità). Risulta alterata anche la permeabilità delle membrane cellulari, la configurazione spaziale delle molecole prodotte (misfolding protein), la funzionalità del sistema immunitario, l’attività ormonale, specie per quanto riguarda tiroide, ormoni sessuali e sintesi di melatonina.

Quanto sopra si traduce in un aumentato rischio di malattie neurodegenerative, infertilità, disturbi della salute riproduttiva, disturbi al neurosviluppo, danni al feto, ipotiroidismo, diabete, alterazioni della funzione cardiaca.

L’azione nefasta dei CEM si aggiunge poi, spesso in modo sinergico, a quella esercitata dall’inquinamento chimico, ovvero alle centinaia di sostanze tossiche e cancerogene (PFAS, IPA, PCB, diossine, pesticidi…) presenti ormai nei nostri stessi corpi e soprattutto in quelli dei nostri bambini e di cui troppo poco si parla.

Credo che oggi più che mai dovrebbero guidare le nostre scelte e indirizzare il nostro destino queste parole pronunciate decenni fa da  Lorenzo Tomatis:  “Adottare il principio di precauzione e quello di responsabilità significa anche accettare il dovere di informare, impedire l’occultamento di informazioni su possibili rischi….evitare che si consideri l’intera specie umana come un insieme di cavie sulle quali sperimentare tutto quanto è in grado di inventare il progresso tecnologico»