Sassuolo: atleti controllati, idoneità agonistica, protocolli impeccabili e, all’improvviso, in un sistema dove, almeno sulla carta, tutto è sotto controllo, la scarsa efficacia del vaccino contro la pertosse mette in crisi l’intero apparato.
Lasciateci immaginare la serie A sospesa per tosse cattiva, dopo anni in cui sembrava che il problema del calcio italiano fossero gli arbitri, il VAR, i calendari compressi.
Nessuno aveva previsto la pertosse.
E invece eccola qui, senza cartellini e senza polemiche: entra in uno spogliatoio di Serie A e, nel giro di pochi giorni, mette in discussione molto più di una partita.
Ritiro, lavagna piena di schemi, l’allenatore parla di pressing e intensità poi un colpo di tosse, poi un altro a quel punto la tattica cambia: non più uomo contro uomo, ma uomo contro aerosol.
Il calcio moderno misura tutto: chilometri, battiti, lattato, ma confidava nella copertura vaccinale per la pertosse nei bambini in Italia che è oltre il 95%, la soglia perfetta. Quella che dovrebbe mettere al sicuro una popolazione. Un errore fatale perché la pertosse c’è ancora, circola, riemerge e colpisce anche calciatori famosi.
Non abbiamo informazioni precise sullo stato vaccinale degli infetti e invitiamo la società sportiva del Sassuolo a fornirle, nel rispetto della privacy, ma quei giocatori, con ogni probabilità, avevano fatto il richiamo, quello che continuiamo a chiamare “antitetanica”, ma che in realtà è un DTPa: dentro c’è anche la pertosse. Lo sanno bene i ragazzi che vogliono ottenere il certificato per attività sportiva agonistica, i lavoratori appartenenti alle categorie professionali per cui vige l’obbligo, chiunque sia andato al pronto soccorso per farsi medicare una ferita.
Quindi probabilmente i calciatori erano vaccinati.
E allora perché il focolaio?
Perché il vaccino contro la pertosse non è un muro solido e duraturo.
All’inizio, in una percentuale di casi, protegge poi smette, lentamente, di farlo. L’immunità si attenua nel giro di pochi anni, molto prima di quel rassicurante intervallo decennale che funziona per il tetano ma non per la pertosse. Così si crea una zona grigia: persone formalmente in regola, biologicamente esposte e non è solo una questione di durata.
Anche quando è attivo, questo vaccino non blocca davvero la circolazione del batterio: non crea quella barriera solida che ci immaginiamo quando sentiamo parlare di “copertura al 95%”. Permette infezioni più lievi, più sfumate, spesso non riconosciute — ma ancora capaci di trasmettersi.
La malattia non sparisce, si trasforma. Diventa tosse persistente negli adulti, invisibile nelle statistiche e insidiosa. Abbiamo coperture altissime ed epidemie che ritornano. Negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Australia — contesti con adesioni elevate — la pertosse non è stata eliminata: ha continuato a muoversi sotto traccia, per poi riemergere ciclicamente, come ampiamente documentato nella letteratura scientifica. Non perché “manca il vaccino”, ma perché il vaccino non è progettato per interrompere davvero la catena di trasmissione nel lungo periodo.
Negli anni ’90 abbiamo scelto una versione del vaccino più sicura, meno reattogena, una scelta comprensibile e necessaria, ma ogni scelta ha un costo: in questo caso, un’immunità più fragile, più breve, più permeabile.
Per avere la certezza di coperture vaccinali ideali è stato istituito un obbligo vaccinale nella pretesa di ottenere l’immunità di gregge, impossibile da raggiungere con questi vaccini, una illusione smentita dai numeri. Il risultato è una popolazione che si sente protetta, anche se il patogeno continua a circolare perché il vaccino non blocca la trasmissione, ed i casi di malattia sono sempre più frequenti tra i vaccinati.
Il caso Sassuolo non è un’anomalia, è un momento di chiarezza, è la realtà che, per un attimo, scavalca la narrazione e ci costringe a vedere quello che normalmente resta fuori campo e cioè che tra il 95% di copertura vaccinale e ciò che accade nella vita reale, c’è un dettaglio che spesso dimentichiamo; ma la verità prima o poi viene a galla.
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