Sì, i bambini di Gaza lo urlano: STIAMO MORENDO DI FAME!
Sono passati due mesi dall’inizio dell’assedio alimentare imposto da Israele il 2 marzo. Due mesi di fame, due mesi senza pane, senza acqua, senza medicine, senza scampo. Due mesi che hanno trasformato la Striscia di Gaza in un campo di sterminio per fame.

Renad Attallah, una bambina che molti di voi seguivano su Instagram, che cercava di sopravvivere alla paura giocando a fare la cuoca con il nulla — con la polvere, con i ricordi di un pasto — oggi ha detto con parole che spezzano il cuore e bruciano la coscienza: sta morendo di fame.

Come lei, due milioni di persone sono prigioniere della fame. Metà sono bambini.
Secondo le organizzazioni internazionali, oltre un milione di esseri umani si trova in condizioni di malnutrizione catastrofica. 65.000 bambini — sessantacinquemila! — stanno morendo ora, mentre leggi queste righe, di malnutrizione acuta. Nessuna cura, nessun soccorso. Gli ospedali sono polvere, le case sono macerie, e i loro genitori… se sono ancora vivi, non hanno più nulla da offrire se non le lacrime.

È un crimine contro l’umanità, un genocidio per fame. Un’arma atroce, deliberata, sistematica.
Un precedente storico esiste, ma neanche quello — l’“inverno della fame” del 1944-45 in Olanda, quando i Nazisti tagliarono i viveri per ritorsione — è arrivato a questo punto. Allora morirono in ventimila. Oggi siamo oltre.

“Soluzione finale” è la frase che il Governo Israeliano ha pronunciato per Gaza.
Queste due parole grondano orrore. Pesano come piombo sulle coscienze. Le abbiamo già sentite, le conosciamo. E sappiamo cosa vogliono dire. Non è un linguaggio casuale, è una minaccia programmatica, è l’eco delle camere a gas, delle fosse comuni, del silenzio complice. Ora non si potrà più dire “non lo sapevamo.”
Ora che l’hanno detto, ora che l’hanno annunciato, ogni Governo, ogni istituzione, ogni cittadino dovrà rispondere alla storia di ciò che avrà fatto. O non fatto.

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