Nonostante la narrativa rassicurante delle autorità regolatorie, la presenza di residui di DNA plasmidico nei vaccini a mRNA solleva interrogativi scientifici e bioetici tutt’altro che trascurabili.
I recenti rilievi condotti su lotti di vaccini Comirnaty (Pfizer-BioNTech) e Spikevax (Moderna) hanno evidenziato la presenza di DNA in quantità superiori al limite di sicurezza raccomandato di 10 nanogrammi per dose, un valore definito dallo stesso FDA come soglia cautelativa per ridurre il rischio teorico di integrazione nel genoma umano.
Origine del DNA nei vaccini
Gardasil, il vaccino per il papillomavirus, per esempio, usa DNA plasmidico coltivato in cellule di lievito per produrre la proteina L1, una componente del rivestimento del papillomavirus umano (HPV). Livelli eccessivi di DNA HPV sono stati rilevati nel vaccino Gardasil, che la FDA ha ignorato. Documenti processuali emersi in una causa contro Merck hanno rivelato che l’azienda ha intenzionalmente mantenuto frammenti di DNA HPV-18 in Gardasil perché miglioravano la risposta immunitaria, agendo di fatto come un adiuvante aggiuntivo non dichiarato.
I vaccini Covid-19, invece, uvengono prodotti utilizzando plasmidi batterici che fungono da stampi per la sintesi dell’RNA messaggero che istruisce le cellule del corpo a creare la proteina spike.
Questi plasmidi dovrebbero essere completamente eliminati durante le fasi di purificazione. Tuttavia, analisi indipendenti hanno documentato la presenza non solo di residui, ma di quantità misurabili di DNA a doppio filamento, talvolta in forma circolare, potenzialmente più stabile e biologicamente attiva.
Questi frammenti sono formalmente definiti “ impurità legate al processo”, ma in termini semplici, sono contaminanti.
Anche altri vaccini ricombinanti, come quelli per l’epatite B o il fuoco di Sant’Antonio, potrebbero comportare rischi simili se non viene effettuata un’attenta valutazione della loro sicurezza sugli esseri umani.
Ciò solleva una domanda cruciale: quanta di questa contaminazione da DNA è effettivamente sicura da iniettare nel corpo umano?
Il rischio di integrazione genica, seppur ritenuto improbabile, non può essere escluso a priori.
La presenza di frammenti di DNA iniettati direttamente nel tessuto umano, incapsulati in nanoparticelle lipidiche progettate per facilitare l’ingresso cellulare, cambia completamente il contesto di esposizione rispetto a qualsiasi vaccino tradizionale. Queste condizioni pongono un interrogativo sostanziale: è stato correttamente valutato il potenziale genotossico di questi contaminanti?
È sorprendente che le autorità regolatorie abbiano minimizzato la questione, appellandosi alla “mancanza di prove” piuttosto che a dati sperimentali conclusivi. È stato osservato, ad esempio, che la presenza di SV40 in alcuni plasmidi potrebbe teoricamente aumentare la possibilità di espressione genica non voluta, un aspetto gravemente trascurato nei documenti di autorizzazione all’immissione in commercio.
Omissione o negligenza normativa?
L’articolo di Maryanne Demasi sottolinea come non vi siano state richieste formali da parte delle agenzie regolatorie per rimuovere o ridurre il DNA contaminante, nonostante fosse noto fin dall’inizio che il processo di produzione comportava questi rischi.
In particolare, la TGA australiana ha ammesso che la contaminazione da DNA nei vaccini è “nota e prevista”, ma ha autorizzato comunque l’uso su larga scala di questi prodotti, anche in fasce di popolazione sana e a basso rischio, come bambini e giovani adulti.
L’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha risposto che non esiste un “limite fisso” per il DNA residuo e che “ quantità maggiori possono essere accettate se il DNA è sufficientemente frammentato”.
La Food and Drug Administration (FDA) statunitense inizialmente aveva accettato di rispondere, ma dopo vari rinvii ha dichiarato: “ Non abbiamo ulteriori informazioni da condividere .”
Invece di citare studi clinici, i regolatori hanno fatto riferimento ai “milioni di dosi” somministrate senza danni evidenti.
Quindi, nonostante la palese assenza di dati di sicurezza umani, la soglia dei 10 ng è diventata lo standard globale.
Il limite di 10 ng/dose, spesso citato come “sicuro”, non si basa su evidenze cliniche, ma su stime di rischio teorico.
Non sono disponibili studi preclinici o clinici che dimostrino l’assoluta innocuità di frammenti di DNA plasmidico nei vaccini a mRNA somministrati in milioni di individui. L’assenza di prove di danno non equivale a prova di assenza di rischio. In un contesto dove la fiducia pubblica nella scienza è già compromessa, sottovalutare questi aspetti può rivelarsi non solo irresponsabile, ma potenzialmente catastrofico.
Uno studio su Nature Scientific Reports ha mostrato che circa il 7% delle cellule transfettate può integrare DNA estraneo entro poche ore.
E’ stato dimostrato che il DNA plasmidico del vaccino Pfizer si è integrato nel genoma di organoidi di colon umano, persistendo per oltre un mese e che frammenti di DNA nello stesso vaccino potevano integrarsi nel genoma di cellule tumorali ovariche in coltura.
E l’integrazione è solo una delle preoccupazioni.
Il DNA residuo nel citoplasma delle cellule può attivare risposte immunitarie innate, con possibili effetti dannosi.
Può portare allo sviluppo di tumori o attivare recettori con potenziali rischi autoimmuni.
Crescono anche le preoccupazioni in epigenetica, dove il DNA estraneo potrebbe alterare l’espressione genica senza modificare il codice genetico.
Il pericolo potrebbe non risiedere in una singola dose di vaccino — ma nell’esposizione cumulativa nel tempo, nessun regolatore ha valutato il carico totale di DNA causato da iniezioni ripetute nel corso della vita
Inoltre, gli adiuvanti moderni (come l’alluminio o le nanoparticelle lipidiche) possono veicolare il DNA nelle cellule, aumentando il potenziale impatto biologico rispetto alle stime basate sul DNA “nudo”.
Serve una revisione radicale della valutazione di sicurezza dei vaccini che includa test sistematici sulla genotossicità, studi a lungo termine sull’integrazione del DNA e una maggiore trasparenza sul contenuto effettivo dei lotti commerciati.
È tempo che la scienza sostituisca le supposizioni.

