C’è un errore che si ripete ogni giorno, in migliaia di ambulatori: bambino con mal di gola, si esegue un tampone, il tampone è positivo, parte l’antibiotico.
Semplice, veloce, rassicurante e spesso sbagliato: un test positivo non basta per iniziare un antibiotico, stiamo ignorando la differenza tra la presenza di un batterio e la causa della malattia in atto.
Perché quel tampone positivo, da solo, non dimostra che lo streptococco sia la causa della malattia, dimostra solo che è presente e tra le due cose c’è una differenza enorme; una differenza che separa una medicina che pensa da una medicina che reagisce.
Il grande equivoco: presenza non significa causa
Lo streptococco non è un intruso raro: molti bambini lo ospitano in gola senza essere malati. Sono i cosiddetti portatori sani. Questo significa che il tampone può risultare positivo ma il mal di gola avere un’altra origine, spesso virale, e lo streptococco non essere il responsabile dei sintomi.
Eppure, questo passaggio fondamentale viene spesso ignorato, e si finisce per trattare un dato di laboratorio invece della realtà clinica.
La maggior parte delle tonsilliti nei bambini è virale.
Questo significa che non serve il trattamento con gli antibiotici, che la guarigione è spontanea e è necessaria solo una terapia sintomatica
Non è un’opinione, è ciò che mostrano i dati, eppure, nella pratica quotidiana, questa evidenza viene aggirata da un automatismo: il tampone decide.
Intendiamoci, il tampone non è inutile, è uno strumento e, come tutti gli strumenti, va usato con criterio.
Il tampone ha senso solo se esiste un sospetto clinico di infezione batterica.
I segnali più indicativi di questo genere di infezione sono:
- febbre elevata
- assenza di tosse
- linfonodi cervicali dolenti
- placche tonsillari
Strumenti come lo score di McIsaac aiutano a valutare la probabilità di streptococco, senza questi criteri, il tampone rischia di generare confusione, diventa una scorciatoia, e le scorciatoie, in medicina, portano spesso fuori strada.
Quando esiste una reale infezione da streptococco — sospettata clinicamente e confermata — allora l’antibiotico è corretto. La terapia di riferimento è: amoxicillina, a dosaggio adeguato (circa 50 mg/kg/die) per un periodo generalmente breve (5 giorni, con eventuali adattamenti).
Quindi l’antibiotico non è la risposta automatica al tampone positivo.
Nella maggior parte dei casi, la gestione è molto più semplice:
- controllare febbre e dolore
- garantire idratazione
- lasciare che il sistema immunitario faccia il suo lavoro
Esiste anche uno spazio che raramente viene considerato: quello del supporto. Possiamo utilizzare efficacemente sia strategie di supporto immunitario con la fitoterapia che opportuni approcci omeopatici, non per sostituire l’antibiotico quando serve, ma per evitare di usarlo quando non serve, e accompagnare il bambino in modo proporzionato alla reale gravità del quadro.
Il punto che voglio mettere in evidenza non è il tampone, e nemmeno l’antibiotico, ma l’aver trasformato la medicina in una sequenza automatica:
test → risultato positivo → terapia, frutto della logica diffusa dalla pandemia.
Bisogna visitare il bambino malato, e chiedersi: cosa sto davvero curando? questo bambino ne ha bisogno? Non si può sostituire il ragionamento clinico con il test e la risposta rapida.
Un tampone positivo è diventata la comoda scorciatoia per una inutile prescrizione e chiude il caso ma la medicina non dovrebbe servire a chiudere i casi, dovrebbe servire a capire le persone.
C’è una enorme differenza tra trovare un batterio e curare una malattia, una distanza che si colma con il pensiero clinico, una cosa che nessun test può sostituire e se continueremo a ignorarlo, continueremo a fare la stessa cosa ogni giorno: curare ciò che vediamo sul referto,
e non ciò che ha davvero il bambino davanti a noi.

