Nel novembre 2024, abbiamo commissionato un’indagine nazionale, condotta da Euromedia Research, per indagare su ciò che i genitori italiani realmente sanno, pensano e temono delle vaccinazioni pediatriche. I risultati offrono uno spaccato sorprendente, che rivela una forte adesione ai principi della vaccinazione, ma anche numerose zone d’ombra, fraintendimenti e un bisogno urgente di informazione chiara e indipendente. L’articolo scientifico è in corso di pubblicazione, le tabelle sono consultabili al link https://doi.org/10.5281/zenodo.15512207

Il quadro generale: fiducia alta, conoscenze frammentarie

Il 90% dei genitori considera le vaccinazioni fondamentali per la salute del proprio figlio, e l’86,5% ne riconosce l’utilità sociale. Tuttavia, solo il 34% è in grado di distinguere correttamente quali vaccini sono obbligatori secondo la Legge 119/2017, e appena il 17% sa differenziare tra obbligatori e raccomandati.

La percezione generale è che “vaccino” sia sinonimo di “obbligo” e “sicurezza”, ma quando si entra nel merito dei singoli prodotti, delle regole scolastiche e delle differenze tra Italia ed Europa, emergono confusione e scarsa conoscenza.

Obbligo scolastico e disinformazione diffusa

Solo il 35% dei rispondenti sa che la vaccinazione è condizione necessaria per l’accesso agli asili nido e alle scuole dell’infanzia (0-6 anni). Il 28% pensa erroneamente che l’obbligo valga per tutte le scuole, e il 6% ritiene che non sia necessaria alcuna vaccinazione per l’iscrizione scolastica.

Anche rispetto all’Europa c’è poca chiarezza: il 60% crede che gli altri paesi abbiano regole simili all’Italia, mentre solo il 16% sa che ben 17 nazioni europee non prevedono alcuna vaccinazione obbligatoria.

La variabile politica: quando l’ideologia influenza la percezione

Le risposte dei genitori variano significativamente in base all’orientamento politico. Tra gli elettori del Partito Democratico (PD) e dell’Alleanza Verdi e Sinistra (AVS), oltre il 90% considera i vaccini pediatrici sicuri. Questa percentuale cala al 71% tra i simpatizzanti della Lega e al 68% tra quelli del Movimento 5 Stelle. La stessa polarizzazione si osserva sulla percezione del rischio e sull’opportunità di rendere obbligatori anche i vaccini oggi solo raccomandati.

Conoscenze parziali e l’illusione della sicurezza

Molti genitori sovrastimano la portata collettiva delle vaccinazioni, attribuendo a tutti i vaccini un potere di “immunità di gregge” che, nella realtà scientifica, solo alcuni riescono a garantire. Non contribuiscono a creare immunità di gregge, per motivi differenti, i vaccini obbligatori contro tetano, epatite b, poliomielite, difterite, pertosse, emofilo b, varicella e parotite: ben 8 su 10. Inoltre, il 27% crede che i vaccini pediatrici siano più pericolosi delle malattie che dovrebbero prevenire.

Questo atteggiamento ambivalente – tra fiducia generalizzata e scarsa capacità critica – si riflette in una adesione cieca nei messaggi istituzionali, spesso troppo generici o rassicuranti, a scapito di una vera trasparenza.

In conclusione, i genitori italiani, in larghissima parte, quando vaccinano i loro figli non sanno contro quali malattie lo fanno, non sono informati e non sanno distinguere tra vaccini obbligatori e facoltativi.

Non sanno perché nessuno li informa.

L’obbligo vaccinale: una sconfitta della medicina

L’imposizione dell’obbligo vaccinale è una resa collettiva, è la tomba del consenso informato. È una sconfitta per la comunità civile, per i genitori a cui viene sottratta la libertà di scelta, e soprattutto per le istituzioni sanitarie e politiche che, rinunciando al dialogo, optano per la coercizione.

Già nel 1995, il Consiglio Superiore di Sanità auspicava un’evoluzione del modello italiano, riconoscendo “l’opportunità di considerare, in virtù dell’evoluzione culturale ed economica della società italiana, lo spostamento delle vaccinazioni dagli interventi impositivi a quelli della partecipazione consapevole della comunità”. Un orientamento in linea con quanto già avveniva – e ancora avviene – nella maggior parte dei Paesi europei, dove l’adesione vaccinale è promossa attraverso la fiducia, l’informazione e il rispetto della persona.

L’Italia non è riuscita a completare quel percorso verso una medicina fondata sulla condivisione e sull’alleanza terapeutica. La mancata transizione dal modello autoritativo a quello partecipativo rappresenta un fallimento della politica sanitaria, incapace di costruire consenso attraverso l’educazione, il coinvolgimento e la trasparenza.

Attribuire questa difficoltà a una presunta arretratezza culturale della popolazione italiana è un alibi semplicistico e fuorviante. È piuttosto l’inerzia istituzionale – o peggio, una strategia deliberata di delegittimazione del dissenso – a impedire l’affermazione di un modello vaccinale realmente moderno, fondato sull’autodeterminazione e sul rispetto delle scelte individuali in ambito sanitario.

La coercizione rappresenta la chiusura definitiva del dialogo tra istituzioni e cittadini: è l’ammissione implicita, da parte dello Stato, di non possedere gli strumenti – né la volontà – per intraprendere un’autentica azione educativa e di promozione della salute. È, inoltre, il segno tangibile del fallimento della comunicazione medico-paziente, soprattutto nei campi più delicati della prevenzione e della vaccinazione, dove la fiducia dovrebbe essere il cardine di ogni scelta condivisa.

Un autentico senso civico nasce in un clima di fiducia reciproca, che può esistere solo se le istituzioni si mostrano trasparenti, corrette e capaci di affrontare la complessità sociale senza ricorrere alla forza. L’onestà – anche quando scomoda – è un dovere etico e politico. Promuovere la cultura della prevenzione significa investire nell’intelligenza e nella coscienza dei cittadini, non trattarli come soggetti da controllare. Uno Stato realmente democratico e rispettoso non impone: guida, informa, ascolta e si aggiorna. Solo così può essere riconosciuto come autorevole e degno di fiducia.

I risultati del sondaggio lo indicano con forza.

In questa direzione si colloca da sempre l’impegno di ASSIS – Associazione di Studi e Informazione sulla Salute, fondata nel 2003 da professionisti del mondo medico e giuridico con l’obiettivo di difendere il diritto alla libertà terapeutica e promuovere un modello sanitario centrato sulla persona. ASSIS si è sempre espressa a favore dell’abolizione dell’obbligo vaccinale, ritenendolo incompatibile con i principi fondamentali dell’etica medica, della Costituzione italiana e delle convenzioni internazionali sui diritti umani, come la Convenzione di Oviedo (1997) e la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea.

Secondo questa visione, la tutela della salute pubblica non può prescindere dal consenso libero e informato del singolo cittadino. L’adozione di misure coercitive, oltre a essere discutibile sul piano giuridico, mina alle radici la fiducia nella scienza e nelle istituzioni, alimentando conflitti sociali e resistenze che potrebbero essere prevenute con strategie di comunicazione oneste, trasparenti e rispettose della complessità delle scelte individuali.

La salute pubblica non si garantisce con l’autorità, ma con l’autorevolezza. Ogni volta che si ricorre all’obbligo, si certifica l’incapacità dello Stato di educare, spiegare e convincere. E si incrina quel legame essenziale tra cittadini e istituzioni che è, oggi più che mai, il fondamento di ogni politica sanitaria sostenibile, etica e democratica.

Post Scriptum

ASSIS non ha promosso né sostenuto il referendum contro l’obbligo vaccinale e, anzi, ha espresso pubblicamente le sue riserve critiche sull’iniziativa, Abbiamo pubblicato solo ora i risultati del sondaggio che vedono il 74% dei genitori favorevoli all’obbligo vaccinale per non “metterci di traverso” nella raccolta delle firme. Le basse adesioni raccolte dalla iniziativa di richiesta referendaria confermano la nostra scelta: l’ampia fetta di genitori dissenzienti o esitanti non ha aderito, a ragione. ASSIS da sempre si oppone all’obbligo vaccinale, ma non ha sostenuto l’iniziativa referendaria recentemente promossa, giudicandola impropria nei tempi, nei modi e nei contenuti.

Ribadiamo oggi, con chiarezza, che la libertà di scelta in ambito sanitario non si difende con strumenti frettolosi o privi di basi culturali e scientifiche solide. Si difende con un lavoro costante, rigoroso, informato. Con il confronto pubblico, l’educazione alla salute, la costruzione di un nuovo patto di fiducia tra cittadini e istituzioni.

Per una medicina che propone, non impone. Che ascolta, non comanda. Che educa, non punisce.

Una Medicina rivolta al benessere complessivo dell’individuo, con un approccio olistico, personalizzato, capace di adattarsi ai bisogni specifici non solo fisici, ma anche emotivi, psicologici, sociali e culturali della persona, coinvolgendola nel processo decisionale.

Una Medicina Individuale, capace di personalizzare qualsiasi tipo di trattamento, sia preventivo che curativo, sempre nell’equilibrio tra il benessere soggettivo e quello della comunità, all’interno di un sistema sanitario pubblico che garantisca accesso equo alle cure a tutti.

Una Medicina Integrata, che unisce le conoscenze e le pratiche della medicina moderna con quelle provenienti da altre tradizioni, sicure e efficaci, per offrire un approccio personalizzato e completo che promuova la salute e il benessere in modo globale.

Non è questione di firme o di slogan. È questione di coerenza, responsabilità e visione futura.