Con l’avvicinarsi dell’inverno torna la campagna per la vaccinazione antinfluenzale dei bambini.

La circolare del Ministero della Salute per il 2026-2027 raccomanda l’offerta dai sei mesi ai sei anni, mentre per i bambini e gli adolescenti più grandi l’indicazione riguarda principalmente le categorie a rischio.

Ma qual è il beneficio reale per un bambino sano? Quanto protegge il vaccino? E da che cosa protegge davvero? Ne parliamo con il dottor Eugenio Serravalle, pediatra e coautore del volume Vaccinazione antinfluenzale: che cosa dicono le prove scientifiche.

Quali vaccini vengono proposti ai bambini?

Esistono vaccini inattivati, somministrati per via intramuscolare a partire dai sei mesi, e un vaccino vivo attenuato per via nasale, autorizzato dai due anni. Il vaccino nasale è controindicato negli immunodepressi e richiede cautela anche quando il bambino vive con persone gravemente immunodepresse.

Nei bambini sotto i nove anni mai vaccinati in precedenza sono previste due dosi a distanza di almeno quattro settimane. Ciò significa che, per un bambino sano al primo anno di vaccinazione, non si propone un solo intervento, ma due somministrazioni da ripetere poi ogni anno.

La vaccinazione è raccomandata a tutti i bambini e ragazzi?

No: la circolare ministeriale 2026-2027 raccomanda l’offerta universale dai sei mesi ai sei anni. Dai sette ai diciassette anni la raccomandazione riguarda soprattutto i bambini con patologie che aumentano il rischio di complicanze, quelli in trattamento prolungato con acido acetilsalicilico e i conviventi di persone particolarmente fragili.

In realtà, lo studio di Ohmit e colleghi, pubblicato nel 2013 su Clinical Infectious Diseases esamina nel dettaglio questo aspetto. Durante la stagione 2010-2011 furono seguite 328 famiglie, per un totale di 1.441 persone, tra cui 839 bambini, ricercando mediante PCR i casi d’influenza. L’influenza fu diagnosticata nell’8,5% dei vaccinati e nell’8,9% dei non vaccinati: una differenza minima.

L’efficacia corretta contro l’influenza contratta fuori casa fu stimata al 31%, ma con un intervallo di confidenza compreso tra −7% e 55%. Poiché l’intervallo comprendeva lo zero e persino valori negativi, il risultato non era statisticamente significativo: lo studio non consentiva di escludere che la differenza osservata fosse dovuta al caso. Il dato più interessante riguardava la vaccinazione ripetuta: tra le persone che non erano state vaccinate nella stagione precedente, l’efficacia stimata raggiungeva il 62%; risultava invece molto più bassa tra chi era stato vaccinato sia nell’anno precedente sia in quello dello studio. Soprattutto, quando il virus entrava in famiglia, non emerse alcuna prova che la vaccinazione impedisse la trasmissione agli altri conviventi. Gli adulti restavano particolarmente esposti, anche se vaccinati. Questo studio non dimostra dunque che vaccinare i bambini protegga genitori e nonni. In quella stagione e in quella popolazione mostrò un’efficacia complessiva modesta e incerta, nessuna protezione rilevabile contro la trasmissione domestica e un possibile calo dell’efficacia in seguito alla vaccinazione ripetuta. Tre risultati assai lontani dalla rassicurante promessa secondo cui vaccinando i bambini si metterebbe al riparo l’intera famiglia.

I vaccini antinfluenzali sono davvero molto efficaci?

I dati degli stessi CDC americani mostrano un’efficacia tutt’altro che straordinaria e molto variabile da una stagione all’altra. L’efficacia complessiva stimata è stata del 19% nel 2014-2015, del 40% nel 2016-2017, del 38% nel 2017-2018, del 29% nel 2018-2019, del 39% nel 2019-2020, del 36% nel 2021-2022, del 30% nel 2022-2023 e del 44% nel 2023-2024. Per la stagione 2025-2026 la stima preliminare è del 36%.

In molte stagioni, dunque, il vaccino non ha impedito l’influenza a circa due vaccinati su tre e queste percentuali riguardano l’influenza confermata in laboratorio, non tutte le malattie che nella vita quotidiana chiamiamo “influenza”.

Dire semplicemente che il vaccino è “efficace” nasconde la domanda essenziale: efficace quanto, contro quale esito e in quale stagione?

Qual è la differenza tra influenza e sindrome simil-influenzale?

È la distinzione che quasi sempre scompare dalla comunicazione rivolta alle famiglie.

Febbre, tosse, mal di gola, cefalea, dolori muscolari, stanchezza e talvolta vomito o diarrea possono essere provocati dal virus influenzale, ma anche da rinovirus, virus respiratorio sinciziale, adenovirus, coronavirus, metapneumovirus, virus parainfluenzali e numerosi altri agenti. Senza un esame di laboratorio, sulla sola base dei sintomi, non è possibile distinguerli.

Tom Jefferson, per anni autore delle revisioni Cochrane sui vaccini antinfluenzali, ha ricordato che i virus influenzali sarebbero responsabili soltanto del 7-15% delle sindromi simil-influenzali. Significa che dall’85 al 93% degli episodi che comunemente chiamiamo “influenza” è provocato da altri agenti, contro i quali il vaccino antinfluenzale non può fare nulla.

Anche immaginando un vaccino efficace al cento per cento contro i virus influenzali, rimarrebbe intatta la grande maggioranza delle malattie febbrili respiratorie dell’inverno, questo è il dato che dovrebbe essere spiegato per primo ai genitori.

Allora perché si parla di un’elevata efficacia del vaccino?

Perché si considera soprattutto l’influenza confermata in laboratorio, cioè la piccola parte del problema contro cui il vaccino è diretto.

La revisione Cochrane su 41 studi randomizzati e oltre 200.000 bambini ha calcolato che, con i vaccini inattivati, occorre vaccinarne dodici per evitare una sindrome simil-influenzale. Con il vaccino vivo attenuato occorre vaccinarne sette per evitare un’influenza confermata e venti per evitare una sindrome simil-influenzale.

Quindi il vaccino mostra una certa efficacia contro il bersaglio specifico, ma incide molto meno sull’insieme delle malattie che fanno stare male il bambino e lo tengono a casa da scuola. È la differenza tra l’efficacia calcolata in uno studio e il beneficio concretamente percepito da una famiglia durante l’inverno.

È possibile che i bambini vaccinati si ammalino più spesso a causa di altri virus?

Esiste almeno uno studio randomizzato che ha sollevato seriamente questa domanda. Nel 2012 Cowling e colleghi pubblicarono su Clinical Infectious Diseases uno studio condotto su 115 bambini, assegnati casualmente al vaccino antinfluenzale inattivato oppure a placebo.

Durante i nove mesi successivi, un’infezione da virus respiratori diversi dall’influenza fu confermata in 20 dei 69 bambini vaccinati e in 3 dei 46 bambini che avevano ricevuto il placebo. Il rischio risultò circa quattro volte maggiore nei vaccinati: rischio relativo 4,40, con intervallo di confidenza da 1,31 a 14,8.

Gli autori ipotizzarono che l’infezione influenzale naturale potesse produrre una protezione temporanea e aspecifica anche verso altri virus e che, prevenendola con il vaccino, questo effetto potesse venire meno. È il fenomeno indicato come interferenza virale.

Lo studio è piccolo e non permette di affermare che ciò avvenga sempre ma proprio per questo avrebbe dovuto aprire un programma di ricerche indipendenti, ampie e pluriennali. Non è scientificamente corretto ignorarlo e continuare a proclamare che i bambini vaccinati “si ammalano meno” senza considerare l’insieme delle infezioni respiratorie.

Va precisato che il maggiore rischio osservato riguardava i nove mesi successivi alla vaccinazione, non genericamente “gli anni successivi”. Esistono poi altri studi sulla vaccinazione ripetuta che hanno rilevato, in alcune stagioni e contro determinati ceppi, una protezione inferiore nei soggetti vaccinati anche l’anno precedente. Il fenomeno non è costante, ma rende ancora meno giustificata l’idea di ripetere automaticamente la vaccinazione ogni anno senza valutarne gli effetti complessivi.

Il vaccino riduce broncopolmoniti, otiti e ricoveri?

Questa affermazione viene ripetuta con molta più sicurezza di quanta ne consentano le prove: la revisione Cochrane non ha dimostrato che il vaccino riduca le otiti. Negli studi sui vaccini inattivati l’otite media si è verificata nel 31% dei bambini vaccinati e nel 27% dei non vaccinati. La differenza non era statisticamente significativa, ma il risultato tende ad un aumento del rischio fino al 40%.

Mancavano inoltre dati sufficienti per stabilire se la vaccinazione riducesse i ricoveri, le assenze da scuola, le giornate di lavoro perse dai genitori e le complicanze più gravi. Non è quindi corretto presentare la prevenzione di otiti, ricoveri e altre complicanze come un beneficio già dimostrato.

Dire che l’influenza può causare una broncopolmonite non dimostra che vaccinare indiscriminatamente tutti i bambini sani prevenga un numero rilevante di broncopolmoniti. Sono due affermazioni diverse, che nella comunicazione vengono spesso confuse.

Possiamo almeno affermare che questi vaccini sono sicuri?

Possiamo affermare che gli effetti locali e sistemici più comuni sono generalmente transitori. Non possiamo trasformare questa constatazione nella formula assoluta “sono sicuri”.

La revisione Cochrane ha rilevato che gli eventi avversi non erano descritti in modo adeguato e uniforme e che le informazioni sui danni più seri erano scarse. Gli stessi autori chiedevano metodi standardizzati per individuare, definire e segnalare gli eventi avversi.

La vicenda del Pandemrix, associato a casi di narcolessia in bambini e adolescenti, dimostra quanto sia imprudente usare il numero di anni di impiego come garanzia assoluta. Un farmaco può essere utilizzato da molto tempo e conservare comunque effetti rari difficili da riconoscere attraverso una farmacovigilanza prevalentemente passiva.

In medicina “sicuro” non significa “privo di rischi”. Significa che, per una determinata persona, il beneficio atteso è ragionevolmente superiore al rischio. Questo rapporto può essere favorevole in un bambino fragile e molto meno evidente in un bambino sano.

Vaccinare i bambini serve almeno a proteggere i genitori e i nonni?

È un’ipotesi plausibile, ma non una certezza dimostrata. Una revisione sistematica di Mertz e colleghi ha esaminato nove studi randomizzati e quattro studi osservazionali sulla protezione indiretta prodotta dalla vaccinazione antinfluenzale. Riunendo i risultati degli studi randomizzati, non è emersa una riduzione statisticamente significativa dell’influenza nei familiari e negli altri contatti non vaccinati: odds ratio 0,62, con intervallo di confidenza da 0,34 a 1,12.

Le prove complessive sono state giudicate di bassa qualità e i dati su ricoveri, polmoniti e decessi erano insufficienti per trarre conclusioni.

Alcuni studi condotti in comunità particolari hanno rilevato una protezione indiretta. Il risultato più favorevole proviene però dalle colonie rurali canadesi degli Hutteriti, comunità relativamente chiuse e difficilmente paragonabili a una famiglia che vive in una città, frequenta scuole e luoghi di lavoro e incontra ogni giorno molte altre possibili fonti di contagio.

Altre revisioni hanno stimato nei familiari non vaccinati una riduzione del rischio compresa tra il 24 e il 30%. Anche ammettendo che questa stima sia corretta, la maggioranza dei conviventi non riceverebbe alcuna protezione indiretta. Non è quindi giustificato affermare che vaccinando un bambino si proteggano automaticamente genitori e nonni.

Ogni adulto può contrarre l’infezione fuori casa e, se ritiene opportuno vaccinarsi, può farlo direttamente. Il bambino non dovrebbe essere trasformato in uno strumento sanitario per proteggere gli adulti, tanto più quando il beneficio indiretto è incerto e non è stata dimostrata una riduzione dei ricoveri o delle complicanze gravi nei familiari.

Quale consiglio darebbe ai genitori?

Di distinguere sempre il bambino sano dal bambino con una patologia che aumenta il rischio di complicanze. Una cardiopatia, una grave malattia respiratoria, un’immunodeficienza o un’importante patologia metabolica richiedono una valutazione individuale e possono rendere ragionevole la vaccinazione.

Per un bambino sano, invece, non vedo elementi sufficienti per proporre automaticamente una vaccinazione annuale. I genitori devono sapere che l’efficacia varia molto da una stagione all’altra, che il vaccino non protegge dalla grande maggioranza delle sindromi simil-influenzali, che mancano prove solide su alcuni esiti clinicamente importanti e che esistono interrogativi ancora aperti sull’interferenza virale e sulla vaccinazione ripetuta.

Il consenso informato non consiste nel pronunciare le parole “sicuro ed efficace”. Consiste nel fornire dati completi, anche quando non sostengono la campagna promozionale.

Qual è, in conclusione, la sua posizione?

Il vaccino antinfluenzale può ridurre una parte delle influenze confermate in laboratorio, da questo dato non deriva che sia utile vaccinare ogni anno tutti i bambini sani.

Quando dall’85 al 93% delle sindromi simil-influenzali è dovuto ad altri agenti, quando i CDC riportano spesso un’efficacia complessiva compresa tra il 30 e il 40%, quando gli studi randomizzati non dimostrano con chiarezza una riduzione di ricoveri e complicanze gravi e quando esiste almeno un segnale di aumento delle infezioni da altri virus, la prudenza non è esitazione vaccinale. È applicazione del metodo scientifico.

Nei bambini a rischio si valuti individualmente il rapporto tra benefici e danni. Nei bambini sani la scelta deve essere libera e realmente informata. Gli slogan servono alle campagne, ai genitori servono i numeri.