L’Australia rompe un tabù: proteggere i ragazzi oggi significa anche dire no a modelli di business incompatibili con la crescita.
L’Australia è il primo Paese al mondo ad aver introdotto una vera e propria maggiore età digitale: sotto i 16 anni, niente social media. Da mezzanotte del 10 dicembre Instagram, TikTok, Facebook, YouTube, X, Reddit, Snapchat e Twitch diventano territori vietati ai minori. Una scelta che ha fatto il giro del mondo e che, inevitabilmente, divide.
«Non dovrebbero vietarci i social. Dovrebbero insegnarci a usarli», ha detto un bambino di 10 anni intervistato dalla ABC, in un sondaggio che ha coinvolto 17mila adolescenti australiani. Poco dopo, una ragazza di 12 anni ha risposto con parole opposte ma altrettanto lucide: «Non credo che i bambini dovrebbero preoccuparsi così tanto di questa roba. Ci sta rubando l’infanzia».
Due voci, due intuizioni vere e in mezzo una domanda che riguarda tutti noi: davvero l’educazione al mezzo, da sola, è sufficiente?
Non un divieto contro il digitale, ma contro un vuoto di tutela
La misura australiana nasce all’interno del Codice di sicurezza online e coinvolge centinaia di migliaia di account. Il suo peso non è solo numerico, è simbolico: per la prima volta uno Stato dice apertamente che esistono ambienti digitali che, per come sono costruiti, non sono adatti a tutte le età.
Non è una presa di posizione contro la tecnologia in sé, né una nostalgia analogica, è piuttosto il riconoscimento di un fallimento: quello di un sistema che ha lasciato crescere piattaforme potentissime senza un’adeguata regolazione culturale, sociale e politica.
Come ha spiegato Marco Gui, sociologo dei media e fondatore dei Patti digitali, siamo di fronte a una risposta forte – forse estrema – a un’emergenza reale. Dopo vent’anni di entusiasmo per i benefici della rete, stiamo vivendo un’“onda di ritorno”. Lo smartphone ha reso la connessione permanente, la ricerca scientifica ha evidenziato legami sempre più chiari tra uso intensivo dei social, salute mentale e apprendimento, soprattutto nei giovani e i modelli di business delle piattaforme, basati sulla cattura dell’attenzione, sono diventati sempre più aggressivi, in assenza di vere regole condivise.
La vera scommessa è culturale
Il punto cruciale, però, non è la legge in sé, è ciò che accadrà attorno alla legge.
In Italia conosciamo bene la differenza tra norme che cambiano davvero i comportamenti e norme che restano lettera morta. Il divieto di fumo nei luoghi pubblici è diventato parte del nostro modo di vivere. L’età minima per il consenso al trattamento dei dati personali, invece, viene sistematicamente ignorata.
Il successo della “maggiore età digitale” australiana dipenderà dalla sua capacità di trasformarsi in una scelta condivisa, interiorizzata, percepita come tutela e non come imposizione. Qualcosa che le famiglie fanno per proteggere, non per obbedire.
Non a caso, accanto al consenso, emergono anche resistenze: due quindicenni hanno già fatto ricorso all’Alta Corte, sostenuti da un gruppo per i diritti digitali, denunciando il rischio di violazione della libertà di comunicazione e la possibile proliferazione di profili falsi. Obiezioni legittime, che ricordano quanto il confine tra tutela e controllo sia delicato.
Il problema più profondo: la perdita delle relazioni
Ma forse questa misura intercetta qualcosa di ancora più profondo, che va ben oltre i social.
Sottotraccia, quasi senza far rumore, si sta sfaldando la trama delle nostre relazioni. L’Ocse ci dice che una persona su dieci non ha relazioni significative; non solo tra gli anziani, anche tra giovani e adulti. Viviamo vite sempre più affollate di interazioni e sempre più povere di legami. Comunichiamo continuamente, ma ci incontriamo sempre meno.
È un processo di disaffiliazione: perdita del legame con l’altro, indebolimento delle reti di prossimità, rarefazione della socialità spontanea. Le famiglie sono più piccole, spesso fragili, il lavoro occupa tempi irregolari, le città crescono ma isolano. In questo vuoto relazionale, il digitale non si limita a compensare: spesso sostituisce.
E ora, con l’intelligenza artificiale, entriamo in una nuova fase. App come Replika promettono amici e fidanzati virtuali “senza giudizio, senza ansia, sempre disponibili”. Una relazione senza attrito, senza rischio. Non l’incontro con l’altro che ci mette in discussione, ma un’esperienza su misura dell’Io.
In questo contesto, l’isolamento delle nuove generazioni non è una deviazione individuale, ma un segnale sistemico. Ansia, ritiro sociale, disturbi comportamentali, fenomeni come quello degli hikikomori – almeno 70mila in Italia – parlano di un disagio che è anche politico perché una società di individui isolati è una società vulnerabile. L’isolamento alimenta il senso di abbandono, il risentimento, la sfiducia. Emozioni su cui prosperano semplificazioni, manipolazioni, populismi. Una democrazia senza legami è una democrazia più fragile.
Ecco perché la questione non si risolve con un’app in meno o con una legge in più. Serve una svolta culturale. Serve ricostruire spazi di prossimità, di incontro, di partecipazione. Scuola, sport, volontariato, associazioni, comunità, luoghi dell’abitare. Luoghi in cui si impara di nuovo a stare con l’altro, a condividere il tempo, a costruire fiducia.
Per troppo tempo abbiamo confuso la libertà con l’autosufficienza. Oggi scopriamo che la libertà vera nasce dal legame. Quando si è soli, si è perduti. Essere liberi significa poter contare su qualcuno e sapere che qualcuno può contare su di noi.
La scelta australiana, al di là delle sue criticità, ci pone davanti a questa domanda essenziale: che tipo di società vogliamo essere? Una società che lascia crescere i più giovani dentro ambienti progettati per sfruttarne le fragilità, o una comunità che si assume la responsabilità di proteggere il tempo, le relazioni e l’infanzia?
Forse il punto non è decidere se vietare o meno un’app. Forse il punto è chiederci che cosa stiamo offrendo ai bambini in cambio. Perché nessun divieto regge se non è accompagnato da una presenza. Nessuna regola educa se dietro non c’è una comunità che si prende cura.
Un bambino non cresce grazie a un algoritmo che lo conosce meglio di chiunque altro, ma grazie a sguardi che lo riconoscono. Cresce nella confidenza quotidiana di un fruttivendolo che lo saluta per nome, nella voce di una vicina di casa che rassicura, nella gentilezza disarmante di un sorriso inatteso per strada. Cresce in quegli spazi minuscoli e non misurabili in cui impara, senza saperlo, che il mondo non è solo prestazione, giudizio, confronto, ma anche accoglienza e fiducia.
I social promettono connessione, ma non sanno educare alla relazione. Offrono interazioni continue, ma non insegnano l’incontro. Non restituiscono il tempo lento dell’attesa, la frustrazione che fa maturare, il limite che protegge. E quando questi strumenti, costruiti per trattenere attenzione e produrre dipendenza, diventano l’ambiente principale della crescita, non possiamo stupirci se aumentano l’ansia, il ritiro, la solitudine precoce.
Ecco perché la scelta australiana, al di là delle legittime critiche, ci interpella tutti. Non come cittadini chiamati a schierarsi pro o contro un divieto, ma come adulti chiamati ad assumerci una responsabilità. Dire “non ora” non è un atto di paura, è un atto di cura. È il riconoscimento che crescere richiede gradualità, protezione, tempo. Che non tutto ciò che è disponibile è anche adatto. Che l’infanzia non è un mercato e non può essere lasciata sola di fronte a forze così asimmetriche.
La vera sfida non è togliere uno schermo, ma restituire un mondo. Un mondo fatto di relazioni incarnate, di prossimità, di legami imperfetti ma reali. Un mondo in cui un bambino possa sentirsi visto prima ancora che profilato, accolto prima che misurato, accompagnato prima che intrattenuto.
Se una norma riuscirà a ricordarci questo, allora non sarà stata una censura, sarà stata una presa di coscienza e forse l’inizio di una svolta culturale di cui abbiamo urgente bisogno.

