Si avvicina il 30 Aprile e, come ogni anno, per tutti i genitori che si avvalgono dell’istruzione parentale come strumento d’assolvimento dell’obbligo di istruzione, arriva il momento di presentare la domanda di ammissione all’esame di idoneità presso una scuola statale o privata paritaria a scelta, allegando il progetto didattico svolto nel corso dell’anno, ai sensi dell’art.3 del DM n.5/2021.
In premessa, occorre precisare che l’obbligo di istruzione, per i minori dai 6 a 16 anni, in Italia può essere assolto:
- nelle scuole statali o private paritarie;
- nelle scuole private iscritte negli elenchi regionali, effettuando esami di idoneità in quinta classe ed in terza secondaria di primo grado;
- mediante l’istruzione parentale.
Dal momento che nel nostro Paese, sempre più famiglie scelgono percorsi di istruzione non statali per i loro figli, occorre riflettere sul termine “istruzione parentale” nella consapevolezza che sono in uso diverse modalità per indicare questo tipo di scelta: scuola familiare, scuola paterna, educazione parentale ed altresì termini anglosassoni quali homeschooling o home education.
Tutte queste espressioni, indicano la scelta della famiglia di provvedere all’istruzione dei figli in modo autonomo, diretto o indiretto.
Tale percorso, può estrinsecarsi in luoghi diversi dall’abitazione, pertanto, non implica che l’istruzione debba essere impartita esclusivamente tra le mura domestiche e direttamente dai genitori, specifica il Ministero in più occasioni. L’istruzione parentale può essere affidata anche ad insegnanti scelti dalla famiglia, i quali, a loro volta possono formare gruppi di bambini/ragazzi che condividano uno spazio unico ai fini dell’apprendimento. Esistono all’uopo decine di Associazioni culturali o Enti del Terzo Settore che tra le proprie attività istituzionali enumerano “il supporto o il sostegno alle famiglie degli associati che scelgono l’istruzione parentale per minori dai 6 a 16 anni”. Pertanto, più che riferirsi ad un modello organizzativo o gestionale preciso, l’istruzione parentale indica una scelta educativa che le famiglie compiono e implica che le stesse sappiano con quali modalità affrontarle ed in quali contesti relazionali e valoriali collocarle.
Tra i motivi che portano le famiglie a scegliere di istruire direttamente i propri figli tra le mura domestiche o appoggiandosi ad enti aggregativi, c’è senza dubbio quello di voler evitare che la crescita dei minori sia incentrata su valutazioni etichettanti e sull’estenuante competizione tra pari.
Da anni, la competizione sembra essere ascesa a legge nazionale, in quella che appare sempre più un’incessante gara tra coetanei che ha smesso di vedere il bambino nella sua centralità ed unicità. Rispetto a questo aspetto, nel seguente dialogo con la dottoressa Angela Fais, laureata in Filosofia ed in Psicologia, emergono una serie di motivazioni che caratterizzano il percorso verso l’adesione all’istruzione parentale come una scelta di salutogenesi che garantisca comunque un gruppo tra pari ed eviti l’isolamento sociale del minore.
Dottoressa Fais: “Sicuramente l’istruzione parentale, se opportunamente gestita, può essere una risorsa preziosa per l’armonico sviluppo del bambino e per il suo benessere. Questo sotto numerosi aspetti. A cominciare dal fatto che si offre al bambino la possibilità che i suoi ritmi siano rispettati a pieno. Non solo ritmi di apprendimento didattici ma altresì tempi che nel quotidiano consentano una corretta alternanza tra espansione e concentrazione, tra riposo e studio, evitando, a titolo esemplificativo e non esaustivo, di costringere il minore a stare seduto ad un banco per sei ore consecutive. Senza contare che l’istruzione parentale consente la personalizzazione della didattica e la strutturazione di percorsi che ricalcano gli interessi del singolo. Ma è senz’altro prioritario ribadire quanto da Lei detto, Avvocato, ossia la garanzia della socialità all’interno di un gruppo di pari. Sfatiamo il mito, infatti, che la socialità sia appannaggio esclusivo della scuola pubblica. Educare alla socialità è uno dei compiti dell’educatore e il genitore è il primo educatore, non dimentichiamolo.”
Di fatto anche la Costituzione ed il Codice civile individuano il genitore quale primo educatore. L’art. 30 Cost., in tale memoria, recita: “E` dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli […]”. Pertanto, l’istruzione dei figli è in primo luogo una responsabilità dei genitori e solo in seconda istanza dello Stato. Continua sullo stesso tenore della Carta Costituzionale, il Codice Civile all’art. 147, il quale recita: “Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli.”
“Sarà quindi onere del genitore”, continua la dottoressa Fais “garantire al minore di vivere in una comunità e consentirgli di stare insieme ai pari relazionandosi in un consesso sociale: è una pratica che si affina con l’esercizio. E La socialità sicuramente può essere coltivata anche in istruzione parentale, sia che si scelgano associazioni per supportare le famiglie nell’istruzione e nella didattica, sia che si scelga di istruire a casa. In quest’ultimo caso, la socialità e il confronto con il gruppo dei pari dovrebbero essere garantiti dalla frequentazione di molteplici attività extra-scolastiche che mettano il minore nella possibilità di frequentare più gruppi eterogenei con cui relazionarsi. E’ interessante che Antonovsky, il padre della Salutogenesi, consideri alla base del benessere una pluralità di fattori che confluiscano nell’orientamento mentale della coerenza.
Coerenza è potersi sperimentare in collegamento con l’ambiente: più ci sente isolati più ci si sperimenta deboli, più si è integrati più ci si sperimenta forti e sani. Dunque bisognerebbe impostare l’educazione in modo da stimolare e rafforzare il senso di coerenza, giacché per crescere bene è fondamentale creare e coltivare legami sociali. Oggi, più di prima, in quanto il futuro non è più percepito come una promessa ma viene sempre tratteggiato a tinte fosche, come una minaccia. La visione del futuro è catastrofica nella ideologia neoliberista, quella oggi dominante. Non è più consentito sognare. Questo vale anche per i bambini verso i quali la società neoliberista è particolarmente cinica.
Bisogna fare “cose utili” e andare in fretta altrimenti ‘si resta indietro coi programmi’. Si instaura così il paradigma della competizione.”
Rispetto ai famigerati “programmi” la normativa sugli esami di idoneità ha chiari intenti, a norma dell’art. 3 del DM n.05 del 08/02/2021, gli obiettivi da raggiungere per il passaggio alla classe successiva sono da individuare “in coerenza con le Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione” contenuti negli Annali della Pubblica Istruzione, anno 2012.
Tale documento vuole intendere che il momento valutativo, pur perseguendo gli obiettivi di apprendimento indicati, radica il raggiungimento di questi obiettivi con una scansione temporale modificata in base all’impianto pedagogico scelto e alle tappe evolutive del bambino. Ciò significa che ciascun bambino non dovrà garantire il raggiungimento di obiettivi didattici in prima elementare ma bensì, si legge: “gli obiettivi sono stati organizzati in nuclei tematici e definiti in relazione a periodi didattici lunghi: l’intero triennio della scuola dell’infanzia, l’intero quinquennio della scuola primaria, l’intero triennio della scuola secondaria di primo grado.”
Questi periodi lunghi, ribadisce il documento programmatico, sono previsti “nel rispetto delle differenze di tutti e dell’identità di ciascuno. La definizione e la realizzazione delle strategie educative e didattiche devono sempre tener conto della singolarità e complessità di ogni persona, della sua articolata identità, delle sue aspirazioni, capacità e delle sue fragilità, nelle varie fasi di sviluppo e di formazione. Lo studente è posto al centro dell’azione educativa in tutti i suoi aspetti: cognitivi, affettivi, relazionali, corporei, estetici, etici, spirituali, religiosi. In questa prospettiva, i docenti dovranno pensare e realizzare i loro progetti educativi e didattici non per individui astratti, ma per persone che vivono qui e ora, che sollevano precise domande esistenziali, che vanno alla ricerca di orizzonti di significato”.
Il Ministero dell’Istruzione stesso, infatti, all’interno delle disposizioni normative rivolte agli istituti scolastici e agli insegnanti, esorta sempre ad adottare piani di studi Personalizzati.
Per la dottoressa Angela Fais è evidente che: “A scuola da tempo immemore oramai, si consuma la veemente e animosa diatriba che vede scontrare i pedagogisti, se sia preferibile il sistema di valutazione basato sui voti o quello basato sui giudizi. In realtà a dominare le scene a monte, con buona pace dei pedagogisti, è una ideologia precisa che è nutrita dalla competitività. E si badi bene che questo accade dentro e fuori la scuola. Anzi ahimè possiamo sostenere che questo nutrimento della competitività in primis lo somministrino le famiglie. Se c’è competizione però c’è sempre chi resta indietro nonostante inclusione sia oramai una parola chiave.
Questa ossessione ricorrente per l’inclusione in realtà testimonia, paradossalmente, proprio la sua assenza. Se la scuola fosse veramente inclusiva non avrebbe bisogno di tornare ossessivamente sul tema dell’inclusione. Siamo purtroppo all’ antitesi di un’autentica politica di inclusione che evidentemente è semplicemente predicata ma non agita, se non a favore solo di determinate categorie.
Le differenze sono preziose e vanno preservate, ma se ci si muove nell’orizzonte della competizione vengono cancellate perché tutti dobbiamo omologarci a precisi protocolli; nonostante ciascuno di noi abbia tempi e anche interessi differenti ai quali bisogna dare piena possibilità di espressione.
Porre l’accento così insistentemente sulla competitività comporta il grosso rischio che qualcuno si perda per strada, con buona pace dell’inclusione. Sarebbe anche interessante capire quale sia “la competitività sana” sulla quale tanto ancora si insiste, quella “che prepara al mondo del lavoro” dove però vige la competizione più spietata che di sano non ha proprio nulla. Si potrebbe parlare per ore sulla pericolosità di questo assunto, oltre al fatto che in tale ottica questa società viene presentata come l’unica possibile, che pertanto non va contestata ma accettata e fatta accettare agli studenti, anche piccolissimi.”
Per quanto detto, la scelta della scuola presso cui il minore sosterrà l’esame di idoneità alla classe successiva in qualità di candidato esterno, appare un punto focale per consentire il sano epilogo di un percorso annuale non fondato sul giudizio e sulla competizione ma sull’accoglienza dei tempi e dei ritmi del ragazzo in ottemperanza alle Indicazioni Nazionali per il Curricolo che prevedono, come visto, una tempistica per acquisire competenze e conoscenze dilatata per lunghi periodi di tempo in nome della personalizzazione del piano didattico su quelle che sono le inclinazioni del singolo.
Dottoressa Angela Fais, Filosofa del Linguaggio e dottoressa in psicologia

