Maryanne Demasi denuncia sul suo blog un presunto piano orchestrato dalla Biotechnology Innovation Organization (BIO), la più grande lobby farmaceutica degli Stati Uniti, per screditare e rimuovere Robert F. Kennedy Jr. dalla sua posizione di Segretario alla Salute.

Un documento trapelato rivela un investimento di 2 milioni di dollari destinato a una campagna mirata a minare la credibilità di Kennedy attraverso manipolazioni mediatiche, pressioni politiche e strategie di comunicazione emotivamente cariche. Diffondere la paura è la pratica usuale in queste situazioni.

Le proposte di Kennedy, che includono il ripristino della responsabilità legale dei produttori di farmaci e vaccini, l’obbligo di fornire dati di sicurezza a lungo termine per i vaccini e la reintroduzione di studi controllati con placebo, sono percepite come una minaccia significativa per l’industria farmaceutica. L’obiettivo non è informare l’opinione pubblica, ma “ispirarla e spaventarla” affinché si conformi, manipolandone i sentimenti.

Demasi confronta questa situazione con il caso di Vioxx, un farmaco antidolorifico prodotto da Merck, che è stato associato a decine di migliaia di decessi prima del suo ritiro dal mercato. All’epoca, Merck avrebbe stilato una “lista nera” di medici e accademici critici, attuando campagne per danneggiarne la reputazione.

Il testo di una mail di un dirigente della Merck che scriveva: “Potremmo doverli stanare e distruggere lì dove vivono”.

Nel frattempo, il Vioxx è rimasto sul mercato, con una stima di circa 60.000 decessi (una stima prudente) prima che venisse definitivamente ritirato dal mercato. Nessun dirigente è finito in prigione. La macchina è sopravvissuta. E le tattiche sono state perfezionate.

L’autrice condivide anche la propria esperienza personale, raccontando di essere stata presa di mira da gruppi industriali dopo aver prodotto programmi televisivi e documentari investigativi per l’ABC australiana, che mettevano in luce l’influenza delle industrie alimentari e farmaceutiche sulla scienza e sulle linee guida nutrizionali. Avere indagato sulla prescrizione eccessiva di farmaci come le statine, denunciato come gli alimenti trasformati ricchi di zucchero, in particolare i cereali per la colazione, stessero alimentando l’epidemia di diabete di tipo 2 in Australia, e rivelato come l’influenza dell’industria e gli “esperti” stessero distorcendo la scienza della nutrizione e la salute dei cittadini ha causato una feroce campagna personale di discredito che hanno portato alla soppressione dei programmi informativi.   Queste tattiche, scrive Demasi, non sono un’eccezione, sono la strategia usuale.

“Che si tratti di cibo, di prodotti chimici o farmaceutici, il meccanismo è lo stesso: potenti industrie con miliardi in gioco, che mobilitano campagne coordinate e segrete per mettere a tacere il dissenso. Non hanno bisogno di spararti per strada o di lasciarti una testa di cavallo nel letto. Semplicemente mettono in moto la macchina. L’obiettivo è distruggerti da ogni parte, finché non sei rovinato professionalmente, finanziariamente ed emotivamente. Non ti criticano. Ti isolano”.

Riflessione personale sulla libertà di parola e la censura istituzionale

La vicenda descritta da Maryanne Demasi risuona profondamente con la mia esperienza recente.

Avrei dovuto partecipare al Val di Cecina Eco Festival di Rosignano M.mo, per condividere riflessioni su salute e prevenzione nei bambini – temi che da anni tratto con rigore scientifico e spirito divulgativo. L’incontro è stato annullato a seguito della minaccia del Sindaco di Rosignano di revocare il patrocinio comunale all’evento, qualora io vi avessi preso parte. Così è stato riferito dagli organizzatori.

Se questo è davvero accaduto, siamo di fronte a un grave atto di censura, proveniente proprio da quell’Istituzione pubblica che per sua natura e funzione dovrebbe essere garante della libertà, del confronto e dei valori costituzionali.

Una forma di censura tanto più preoccupante quanto più sottile: non serve vietare esplicitamente la parola quando si può agire per vie indirette, minacciando, condizionando, scoraggiando. Questo modo di operare mina le fondamenta stesse della nostra democrazia, perché – come ricorda l’articolo 21 della Costituzione italiana:

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”

Quando un potere politico decide chi può o non può parlare in uno spazio pubblico sulla base delle sue idee – e non dei suoi atti o della veridicità di ciò che afferma – non è più un garante della democrazia, ma un suo ostacolo.

Colpisce, e addolora, che questo bavaglio arrivi da forze politiche che si dichiarano progressiste. Quelle che a parole si ispirano ai valori della partecipazione, della tolleranza, dell’inclusione, dell’onestà intellettuale. Eppure oggi sembrano dire: “Progressisti sì, ma non con chi dissente”. La libertà di parola è universale o non è.

Come ammoniva Pier Paolo Pasolini: “La verità non sta in un solo sogno, ma in molti sogni.”
E se la verità è fatta di molte voci, allora il silenzio imposto a una di esse non è protezione del bene comune, ma paura della complessità.

Ricordava Norberto Bobbio che “Una democrazia senza opposizione è una contraddizione in termini.”
Ed è proprio nel riconoscere la legittimità del dissenso che si misura la tenuta di una società civile e democratica.

È essenziale vigilare. Non solo per difendere la mia libertà di parola, ma per la libertà di tutti: di chi la pensa come me e di chi non la pensa affatto così.
Perché la libertà di espressione non è un favore da concedere, ma un diritto da rispettare.
E solo attraverso un dialogo aperto, rispettoso e plurale possiamo costruire una società più giusta, più consapevole e più forte.