Quando sono intervenuto in Commissione Covid ho ricordato, con fermezza e responsabilità, un dato che allora molti non volevano vedere: i bambini hanno pagato il prezzo più alto per una patologia che, soprattutto all’inizio, li riguardava poco e raramente in forme gravi.
Non era un’opinione: era l’analisi di un pediatra che vedeva ogni giorno le conseguenze di quelle scelte: regressioni, ritardi, ansia, isolamento, genitori sempre più soli.

Oggi, gli studi epidemiologici di vasta scala – come la recente analisi pubblicata in Scozia – confermano ciò che molti di noi denunciavano già nel 2020 e lo fanno con la forza fredda dei numeri: il lockdown e le misure restrittive hanno inciso profondamente sullo sviluppo dei più piccoli.

Lo studio scozzese – oltre 257.000 bambini, uno dei più grandi mai realizzati in Europa – ha analizzato i controlli pediatrici tra il 2019 e il 2023, le conclusioni sono nette: i bambini molto piccoli che hanno subito le misure di lockdown e di distanziamento sociale adottate durante la pandemia di COVID-19 mostrano oggi un aumento significativo di difficoltà nello sviluppo, soprattutto nelle aree:

  • del linguaggio
  • della motricità
  • delle competenze sociali
  • del comportamento e della regolazione emotiva.

L’aspetto più inquietante è che questi problemi non si sono dissolti con la fine delle restrizioni Covid: per i più piccoli, nati o cresciuti in quegli anni difficili, le difficoltà hanno continuato ad aumentare anche successivamente; questo suggerisce un impatto profondo e duraturo, non una semplice “fase passeggera”.

Lo studio non prova una causalità assoluta – gli autori, correttamente, non escludono che altri fattori connessi al contesto della pandemia (stress familiare, isolamento sociale, difficoltà economiche) abbiano contribuito – ma consegna una prova forte di associazione tra lockdown/PHSM (misure di salute pubblica e sociale) e problemi di sviluppo nei bambini piccoli. Soprattutto questa associazione è perfettamente coerente con ciò che pediatri, logopedisti, neuropsichiatri infantili e insegnanti osservano ogni giorno:

  • bambini che parlano più tardi
  • che interagiscono meno con coetanei e adulti
  • che faticano a gestire le emozioni
  • che mostrano ritardi nelle abilità motorie di base

Ignorare questa realtà significa esporsi al rischio di ripetere lo stesso errore in futuro, chiudendo gli occhi davanti a un impatto che è già evidente.

Lo studio ha analizzato le visite di controllo standardizzate effettuate in Scozia a bambini di 13–15 mesi e bambini di 27–30 mesi prima, durante e dopo le restrizioni Covid (dal 2019 al 2023).

I risultati mostrano che:

  • dopo l’introduzione delle misure di lockdown nel marzo 2020, c’è stato un aumento progressivo, settimana dopo settimana, dei bambini con “segni di preoccupazioni di sviluppo” rilevate durante le visite
  • l’aumento non è stato un “picco” temporaneo, ma una lenta “rampa” che sale, come se ogni settimana aggiungesse un piccolo mattone di difficoltà in più
  • complessivamente, lungo i 72 settimane di PHSM, si stima un incremento totale di circa 5,5–6,6 punti percentuali nei bambini con problemi di sviluppo rispetto al periodo pre-pandemia

E il dato forse più importante: quando le misure sono state tolte, la percentuale non è tornata ai livelli di prima, ma per i più piccoli, in alcuni casi, ha continuato a crescere, questo è esattamente il contrario di ciò che avremmo visto se si fosse trattato solo di un “effetto momentaneo”.

Lo studio ha esaminato diverse aree di sviluppo.

  1. Linguaggio e comunicazione

Molti bambini che hanno vissuto i primi anni di vita durante il Covid:

  • iniziano a parlare più tardi
  • hanno un vocabolario più povero
  • faticano a fare frasi, raccontare, fare domande
  • mostrano meno scambio di sguardi, meno “botta e risposta” comunicativo

Il linguaggio si sviluppa ascoltando, guardando le espressioni del volto, imitando, stando in mezzo ad altri bambini.
Se togli: asilo nido, nonni, parco, gruppi di gioco e li sostituisci con adulti mascherati, contatti filtrati da uno schermo non puoi stupirti se il linguaggio rallenta.

  1. Sviluppo cognitivo e problem solving

Le difficoltà non riguardano solo “parlare”, ma anche:

  • risolvere piccoli problemi
  • capire consegne semplici
  • mantenere l’attenzione
  • adattarsi a situazioni nuove

In pratica: bambini che si bloccano più facilmente, che si frustrano subito, che faticano a passare da un’attività all’altra.

L’intelligenza pratica, la capacità di orientarsi nel mondo, si costruisce esplorando spazi diversi, facendo esperienze concrete, confrontandosi con altri bambini. Se il mondo del bambino si riduce a casa–schermo–poco altro, anche il suo cervello riceve meno “allenamento” reale.

  1. Competenze sociali e regolazione emotiva

Qui molti insegnanti e genitori riconosceranno immediatamente ciò che vedono ogni giorno:

  • bambini che non sanno stare con gli altri, che o si isolano o diventano aggressivi
  • difficoltà nel condividere giochi, nel rispettare turni, nel tollerare un “no”
  • esplosioni di rabbia, crisi di pianto, ritiro sociale
  • ansia da separazione marcata: staccarsi dal genitore diventa un dramma

I primi anni sono fondamentali per imparare a leggere le emozioni sul volto degli altri, a capire le regole implicite del gioco, a gestire frustrazione, attesa, conflitto. Se togli la socialità, il bambino non smette di “avere emozioni”, semplicemente non impara più a gestirle.

  1. Motricità grossa e fine

Anche il corpo parla:

  • bambini che camminano più tardi
  • che salgono le scale con più insicurezza
  • che hanno scarsa coordinazione nei movimenti
  • che faticano a maneggiare piccoli oggetti, infilare perline, usare forbicine, impugnare la matita

Per sviluppare una buona motricità servono spazio, movimento libero, giochi all’aperto, arrampicate, corse, cadute, rialzate. Al contrario, lockdown, chiusura dei parchi, meno uscite e più sedentarietà hanno spinto molti bambini verso più tempo seduti, più schermi, meno movimento spontaneo

Perché i bambini hanno pagato un prezzo così alto?

Le cause non sono misteriose: sono inscritte nelle misure stesse.

  1. Riduzione drastica delle relazioni significative
    • meno nonni, meno cugini, meno coetanei
    • adulti spesso mascherati, poco espressivi
    • meno occasioni di gioco condiviso
  2. Disgregazione dei servizi per l’infanzia
    • asili, scuole dell’infanzia, ludoteche, centri gioco chiusi o a funzionamento ridotto
    • visite pediatriche e di controllo spostate online o rinviate
    • logopedia, neuropsichiatria, sostegni educativi rallentati o interrotti
  3. Aumento dello stress familiare
    • genitori preoccupati, sovraccarichi, isolati
    • problemi economici, conflitti in casa, precarietà
    • meno energie emotive per giocare, ascoltare, contenere i figli
  4. Esplosione dell’uso degli schermi come “tappo”
    • tablet e televisione usati per far passare il tempo, tenere buoni i bambini mentre i genitori lavorano da casa
    • meno attività creative, meno lettura ad alta voce, meno gioco attivo

Non è questione di “colpa dei genitori”, è questione di politiche che hanno messo le famiglie con le spalle al muro.

Il paradosso etico: misure pesanti per una patologia che colpiva poco i bambini

Fin dall’inizio sapevamo – e i dati lo hanno confermato – che:

  • i bambini avevano un rischio molto basso di forme gravi di Covid
  • le ospedalizzazioni pediatriche erano rare
  • i decessi in età infantile erano eccezionali

Nonostante questo:

  • scuole e servizi per l’infanzia sono stati tra i primi a chiudere e gli ultimi a riaprire
  • i bambini sono stati trattati come potenziali “pericolosi diffusori”, più che come soggetti da proteggere nel loro percorso di crescita

Il risultato è che, per proteggere prevalentemente gli adulti, abbiamo esposto i bambini a un carico di rischio diverso: quello sul loro sviluppo.
Uno scambio implicito, mai dichiarato, che oggi dobbiamo avere il coraggio di nominare.

Cosa significa tutto questo, oggi, nelle case e nelle scuole

Questi numeri hanno un volto, ogni giorno:

  • insegnanti della scuola dell’infanzia e primaria che trovano bambini meno pronti, meno autonomi, meno capaci di stare nel gruppo
  • pediatri e neuropsichiatri infantili con liste d’attesa crescenti per valutazioni di ritardi di linguaggio, disturbi della regolazione emotiva, problemi di comportamento
  • genitori che si chiedono: “È lui che è ‘difficile’… o è quello che ha vissuto?”

Lo studio scozzese offre una risposta scomoda ma chiara: non è “colpa del bambino”, il contesto che gli abbiamo costruito attorno durante gli anni cruciali dello sviluppo ha avuto un peso enorme.

Cosa dovremmo fare adesso?

Riconoscere il problema è il primo passo, ma non basta. Servono scelte concrete:

  1. Potenziare seriamente i servizi per l’età evolutiva
    • logopedia, psicomotricità, neuropsichiatria, sostegno educativo
    • con tempi di attesa compatibili con i bisogni di sviluppo, non di anni
  2. Restituire ai bambini socialità vera e natura
    • scuola e servizi educativi sempre tra gli ultimi a chiudere e i primi a riaprire, in qualunque emergenza futura
    • parchi, spazi all’aperto, attività di gioco libero promossi come “cura di base”
  3. Supportare le famiglie, non colpevolizzarle
    • programmi di sostegno alla genitorialità
    • aiuto concreto in situazioni di precarietà economica e abitativa
    • informazione chiara su perché gioco, linguaggio, relazione siano “terapie” quotidiane
  4. Ripensare i piani pandemici
    • introdurre esplicitamente la tutela dello sviluppo infantile come criterio non negoziabile
    • valutare sempre il rapporto rischio/beneficio delle misure in base all’età

Questo grande studio scozzese non è l’ultimo capitolo della storia Covid: è probabilmente l’inizio di una lunga riflessione sulle conseguenze delle nostre scelte sui bambini.

Quando in Commissione Covid ho denunciato i danni dei lockdown sui più piccoli, per molti era “allarmismo”, per alcuni membri erano illazioni. Oggi abbiamo altre prove, ancora più solide. Oggi sappiamo che era semplicemente realismo di un pediatra.

La vera domanda, adesso, è: saremo capaci, la prossima volta, di proteggere i bambini non solo dal virus, ma anche dalle nostre decisioni?